Recensioni

Francesco Bianconi – Forever

Giovanni Panebianco

Francesco Bianconi è un cantautore rinnovato, sempre ben distinguibile nell’ammasso multiforme della musica attuale

Messo momentaneamente in naftalina il progetto Baustelle, Francesco Bianconi ha dato libero sfogo alle sue pulsioni artistiche con un album che segna il suo esordio da solista, intitolato semplicemente Forever.
Un sound pacato e atavico che cela al suo interno la colonna vertebrale naif del chamber pop, senza prendere mai le distanze da un’autentica ammirazione verso De André e i cantautori della brillante scena anni ’60. Nonostante i clichés, il suo essere poco artefatto e il coraggio con cui si imbarca verso certi territori ardui, gli fanno trovare una misura che gli sta a pennello, decretando l’onesto omaggio ad una cultura musicale che fa indiscutibilmente parte del suo DNA.
La poco invasiva produzione di Amedeo Pace dei Blonde Redhead colloca ogni arrangiamento al posto giusto e al momento giusto.
Non ci saranno i compagni di una vita Rachele Bastreghi e Claudio Brasini, ma gli archi del Balanescu Quartet e il pianoforte suonato in modo alterno da Michele Fedrigotti e Thomas Bartlett (già collaboratore di Sufjan Stevens e Saint Vincent) sono lo scheletro inderogabile per far sì che affiori appieno tutta l’essenzialità del lavoro stesso.
Il pessimismo de “Il Bene”, messo in rilievo da un testo che cita la morte e Schopenhauer, cozza contro la frase “Non dire mai a nessuno che Francesco cerca il bene”, che ha dentro di sé l’amarezza dello smascheramento intellettuale ed una propensione carnale al cambiamento.
In “L’Abisso” si calca ancora di più la mano, affondando i denti nell’oscurità e appellandosi a figure mistiche dell’immaginario collettivo, come il Leviatano e Babadook, metaforici demoni che alloggiano in ognuno di noi.
“Andante” non mantiene la promessa dichiarata dal titolo, ma si srotola con vibrante sofferenza, specie quando la voce di Bianconi incontra quella dell’ospite Rufus Wainwright. Altre guest star sono Kazu Makino degli statunitensi Blonde Redhead (“Go!”) e la cantante marocchina Hindi Zahra (“Fàika Llìl Wnhàr”): aspetto interessante di queste due collaborazioni è che entrambe le composizioni sono eseguite nella lingua madre delle artiste coinvolte.
Echi di un altro mostro sacro come Franco Battiato sono riscontrabili in “Zuma Beach”, mentre le parole sprezzanti e dirette di “Certi Uomini” richiamano alcuni passaggi senza peli sulla lingua dei due volumi de L’Amore E La Violenza.
Sicuramente una traccia come “Assassino Dilettante”, invece, figurerebbe benissimo nel pacchetto di canzoni contenute in Fantasma, per restare in tema Baustelle.
Ritengo che Forever non sia un disco autocelebrativo, ma va vissuto ampliando gli orizzonti e guardando con gli occhi di chi lo ha creato, immedesimandosi nella passionalità e nel rigoglioso carisma di un cantautore rinnovato, sempre ben distinguibile nell’ammasso multiforme della musica attuale.

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