Recensioni

Quiet Is The New Loud – Hidden Code

Giovanni Panebianco

Hidden Code è un lavoro dalle contaminazioni più quiet che loud, scaturite da una ricercatezza accurata nella quale si nasconde lo strato più florido dell’arte. La caccia all’assassino di Penelope è appena iniziata.

Hidden Code è la storia di Penelope, una donna uccisa misteriosamente nella nebulosa San Francisco degli anni ’60. I triestini Quiet Is The New Loud vogliono farci vivere in prima persona l’indagine verso la risoluzione dell’enigma con questo allucinato concept album Post-Rock.
Il coinvolgimento è totale già dal packaging scelto: un booklet che ricorda un fascicolo sgualcito della polizia, una criptica fotografia e una lettera scritta dalla vittima prima di morire, il tutto sigillato con della ceralacca.
La voce del presidente John Fitzgerald Kennedy ci introduce “How Did We Survive So Long”, dapprima con il solo pianoforte a fare da sottofondo, raggiunto sul finire dal resto degli strumenti.
Anche “Mistakes, Lights And Breaths” ha un avvio imperturbabile, ma, nuovamente, il sopraggiungere delle distorsioni stritola ogni acume di serenità, mostrando chiaramente gli stilemi ricorrenti di band come Mogwai, Isis e Pelican. Con queste due tracce si è appena cominciato a grattare la superficie di un qualcosa che pian piano ci sta invadendo senza chiedere il permesso.
Dopo la traccia di transizione “50 Hours After Ilinx” e la minimale “Utopia”, ci viene presentata la figura di “Penelope”, dama d’altri tempi stilosa, fine, ma intrinsecamente irrequieta. L’ideale passo successivo è “Last Letter You Wrote”, brano diviso in quattro parti: la prima è “Realization”, che come un materasso assorbe i colpi per poi mutilare le frontiere della fiducia con il furore di “Rage”, il momento cruciale, quello bagnato dal sangue dell’omicidio.
Seguono “Sadness”, la tristezza scaturita dal ritrovamento del corpo martoriato e il dispiacere da parte di chi ha amato in vita la donna, e “Revenge”, l’atto umano più viscerale, il desiderio di vendetta. Solo in quest’ultima parte viene fuori una chitarra battagliera, ad alto tasso adrenalinico, supportata egregiamente dai restanti componenti del gruppo.
Le sognanti armonie di “Like A Daydream Or A Fever” fanno da preambolo a “Nemesys”, che ci mostra l’inquietante punto di vista del maniaco mentre rimugina sul prossimo crimine da compiere.
La titletrack ha come sottotitolo la frase “Keyser Soze Has Killed Again”, il che è tutto un programma, omaggi cinematografici a parte.
La musica segue i passi dello psicopatico, lo guarda nascondersi nell’ombra per poi colpire senza alcuna pietà. La storia resta così sospesa, con un finale aperto, palesando la concreta possibilità di un sequel.
Hidden Code è un lavoro dalle contaminazioni più quiet che loud, scaturite da una ricercatezza accurata nella quale si nasconde lo strato più florido dell’arte. La caccia all’assassino di Penelope è appena iniziata.

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