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Pietra Montecorvino, Intervista + Recensione “Rigina”

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

Montecorvino reca nei lineamenti, nelle movenze, nella vocalità e nella scrittura le stigmate di un’appartenenza innata a quella Napoli che torna a cantare in tutte le sue contraddizioni

Dopo “Colpa mia”(Lucky Planets 2017), Pietra Montecorvino torna a far sentire la sua voce con un album interamente in lingua napoletana, “Rigina” (Malamusik-Lucky Planets, 2019), nato sul set del film “Nevia”(Premio Lizzani alla76° Mostra del Cinema di Venezia), che la vede nella veste di attrice.
“Rigina”, arrangiato insieme a Ernesto Nobili, si muove tra folk, pop-rock (“Napoli mia”, “Pietra contro tutti”) e suggestioni giamaicane (“Mi vendo”, scolpita con maestria da Erasmo Petringa, “Canzone della jettatura” di Bennato, in chiave reggae), disegnando con autorevolezza e visceralità le geografie della nuova canzone napoletana.
L’episodio più emozionante dell’album è forse Nevia, sorretta dalla gestualità vocale sofferta ed evocativa della Montecorvino.
“Nun se vende chi prezzo nun tene”, canta Pietra in “Miss Vesuvia”(firmata da Gennaro Cosmo Parlato, intervento recitato dell’attrice Eva Robin’s), con il piglio battagliero di chi, da sempre, vola controvento, indifferente alle sirene dello star system, agli ammiccamenti modaioli, all’estetica patinata di certe “operazioni”musicali costruite a tavolino.
“Nun me venno a ppoco e niente e nun me può accatta’ al mercato dei balocchi”ribadisce in “Rigina”, manifesto autarchico di un animo da combattimento.
Montecorvino reca nei lineamenti, nelle movenze, nella vocalità e nella scrittura le stigmate di un’appartenenza innata a quella Napoli che torna-se mai avesse smesso- a cantare in tutte le sue contraddizioni, cogliendone le linee sinuose e le asperità, l’incanto e la vergogna, le molteplici voci e l’instancabile movimento.

Il suo nuovo Album, “Rigina” (Lucky Planets, 2019) contiene undici brani tra i quali “Nevia”, da lei composto sul set dell’omonimo film di Nunzia De Stefano, presentato quest’anno alla 76° Mostra del Cinema di Venezia. Cosa risponde a certa parte della critica, che ritiene abusata, a livello filmico, la rappresentazione della Napoli sottoproletaria?
Ritengo che “Nevia” esca fuori dal gregge: non c’è violenza, non ci sono pistole né morti. Al contrario c’è poesia negli occhi puri, selvaggi e liberi di una adolescente, Nevia, interpretata da Virginia Apicella, bravissima al suo esordio cinematografico.
Credo che Nunzia De Stefano abbia fatto un film fuori dai canoni. Anche io, per esempio, faccio la parte della nonna…e ho detto tutto! (Ride, N.d.R.)
Questo film è stato sicuramente una fonte di ispirazione per il mio ultimo lavoro discografico. In “Rigina” ho ritenuto importante usare il napoletano, la mia lingua.

In “Nevia”si respira un forte senso di ribellione e le scene al circo hanno inequivocabilmente il sapore del riscatto. Secondo lei è possibile un’alternativa reale all’eduardiano “Fujtevennne”, o quello di Nunzia De Stefano è solo un lieto fine favolistico?
Nella vita c’è sempre una svolta, che sia un sogno o un evento reale.

La collaborazione con Salvio Vassallo in “Colpa Mia” ha segnato, in un certo senso, una virata“elettronica” in una produzione prevalentemente “acustica”. Nell’ultimo album, invece, si è fatta tentare, livello sonoro, da suggestioni giamaicane. Com’è nata l’idea di riproporre “Canzone della jettatura” in versione reggae?
Inserire la “Canzone della jettatura” era fondamentale, sia per scaramanzia, sia per omaggiare Eugenio Bennato che ha scritto un autentico capolavoro, teatrale ed esuberante. Ho voluto rileggerla in chiave reggae perché amo Bob Marley!

Narrazioni di donne e storie di Napoli sembrano convergere in “Rosa senza terra”, fin quasi alla sovrapposizione. Penso in particolare al verso“Femmena pe’‘na nuttata appassiunata, trattata comme a ‘na pupata. Futtuta, illusa e abbandunata per la strada”. La denuncia sociale sembra essere un sottotesto costante della sua produzione…
Sì. Da donna parlo di quello che le donne non vorrebbero mai accadesse; mi riferisco sia a forme di violenza fisica che psicologica. Nella mia vita ho sempre difeso le donne.

Nel precedente “Colpa mia” ha rivendicato il superamento di un “folklorismo” che sembrava starle stretto… in “Rigina” la declinazione dell’appartenenza partenopea sembra tornare a porsi come gesto estetico totalizzante. Mi sbaglio?
No, ma per arrivare a trovare un’identità definita la sperimentazione è fondamentale. Per fortuna abbiamo mille facce!

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