Interviste

Luciano Manzalini, Intervista

“Pratico rudimentali esercizi d’ironia per sopravvivere alla vita” Il Manza 2021

Carissimo Luciano dopo un inseguirti per decenni, sono riuscito a strapparti un’ intervista bella stringata e sbrigativa. Partirei con la prima domanda che mi tormenta da sempre: perché Gemelli Ruggeri!
Gemelli per contrastare le nostre differenze fisiche. Ruggeri era un nome uscito per caso, che suonava bene. I gemelli era una trovata all’interno del Gran Pavese dove avevamo tutti legami stretti tra noi. Patrizio stava con Susy che era cugino di Vito….e così noi ci siamo finti fratelli, e per giunta Gemelli. In seguito ci è rimasto addosso con un vero e proprio nome d’arte

Tutti noi della Bologna che artisticamente valeva, venivamo al Gran Pavese Varietà. Un posto unico, inimitabile, dove mezza Italia debuttava, dove si rideva e le idee crescevano come funghi. Da lì nasceva la comicità…
Erano anni d’oro, anzi di platino per la comicità bolognese. C’erano molte idee in giro: Bergonzoni, il Trio reno, gli Skiantos e poi il concorso La Zanzara d’oro da noi inventato all’ITC teatro che gestivamo, ma il Pavese era un po’ il punto di raccolta, la chiesa della nostra religione comica.

Poi arrivano le trasmissioni televisive: Drive in, Lupo solitario, L’araba fenice. Non ne perdevo una. Rivoluzionarie!! Come sono nate queste chicche televisive? Eravate il Gran Pavese al completo o sbaglio?
Sì, eravamo noi cinque di base più altri personaggi saltuari. Gran parte del merito va a Susy e Patrizio, che avevano una dote particolare nel cercare e relazionarsi alle persone più adatte a innamorarsi del nostro progetto, Minoli e Antonio Ricci. Poi ognuno dava il suo contributo.

Parliamo di “Lupo Solitario”. Un programma realizzato in uno studio che riproduceva l’interno di un dirigibile spaziale comandato dal conduttore Patrizio Roversi, che intercettava i segnali televisivi mondiali e li mandava così in onda sulla rete ufficiale, con l’aiuto del muto Vito.
Un programma innovativo da cui molti altri programmi avrebbero poi tratto spunto per altre trasmissioni, in particolare nelle reti private. Avevamo una rassegna stampa molto eloquente dei maggiori critici italiani. Infatti il buon Berlusconi non la fece riprogrammare!

Il personaggio più scomodo di allora, era Moana Pozzi? Eva Robin’s o Antonio Ricci?
Beh forse, tutti e tre, ma i primi due erano solo pretesti per giustificare una sorta di censura. Ricci aveva la capacità di fungere da acuto e esperto apriporta, sempre nei confronti del cavaliere.

Nel programma “Lupo Solitario” i Gemelli Ruggeri erano un duo di giornalisti della fantomatica televisione di Stato di un immaginario paese dell’Europa Orientale, Croda!!! Croda la adoravo, Croda era entrato nel nostro linguaggio ed eravamo pronti per un trasferimento.
Nacque come esperimento da esercizi che facevamo sul gramelot (le lingue inesistenti che però hanno una sonorità riconducibile a qualcosa di reale) fin dal nostro primo programma in Rai l’anno prima, il Gran Paese varietà. Ogni anno aveva un’evoluzione, sempre legata a quel tipo di linguaggio inventato (siamo finiti anche nell’Enciclopedia delle lingue immaginarie) E cosi seguì Lupo solitario, L’Araba Fenice e Croda.

Altra curiosità: lo show “Rocky Horror Comic Show” (1992) ha stravolto e anticipato i musical che sono venuti dopo. Da dove è nata un’idea cosi, “rivoluzionaria”? Credo comunque che fossero anni ancora veramente favolosi per la creatività! Una scommessa dietro l’altra!
Nacque dall’ingegno di Daniele Sala e Francesco Freirie, il nostro regista e autore di riferimento per quelle estati bolognesi così calde, dove c’era anche un pubblico desideroso e complice di quel tipo di comicità musicale e coinvolgente. Il pubblico era il vero motore di quella fuori serie.

Dopo tanto successo televisivo, ognuno di voi ha cominciato a prendere strade diverse. Per un duo come il vostro, ad esempio, è stato dura la scelta di “separarvi artisticamente”? Tutti voi vi conoscete da sempre. Come funzionano certi meccanismi? Siete ancora i “vecchi amiconi di sempre”?
Lavoriamo ancora assieme volentieri se capita l’occasione, ma dopo tanti anni di convivenza era fisiologico una ricerca di spazi e idee più personali. D’altronde poche coppie o gruppi hanno retto come noi.

Nel 1992 hai recitato un film sulla strage alla stazione di Bologna: Per non dimenticare di Massimo Martelli, tra l’altro premiato al festival di Cannes. Tu sei anche conosciuto per il tuo costante impegno sociale.
Grandissimo film documento indimenticabile, appunto.
Credo che qualsiasi tipo di impegno sociale, anche con la beneficenza, sia un fatto normale e doveroso per chi fa un mestiere che è certamente un privilegio, e pone la nostra immagine a un pubblico vasto.

Cinema e teatro accompagnano sempre la tua vita artistica. Di recente hai finito “Vecchie Canaglie” di Chiara Sani. Qualche anticipazione?
Ritengo che Chiara abbia fatto un grande lavoro di scrittura e regia. L’aria che si respirava all’interno della troupe era di gran divertimento e spero che la cosa si senta anche sullo schermo. È una storia incentrata su un gruppo un po’ speciale, diciamo così, in una casa di riposo. Altro non posso dire.

Luciano scrittore, ha in casa sua una parete piena di orologi.. Scandiscono tutti il tempo o prevedono qualche cosa che non sappiamo?
Sono tutti orologi fermi, ognuno o quasi nasconde un ricordo, un segreto che, magari, vi rivelerò alla prossima intervista. Io aspetto sempre il momento in cui tutti ricomincino a muoversi contemporaneamente.

Come vivi questo periodo di Covid 19? Hai intrapreso un diario con il tuo gemello?
Scrivo (rispondo a interviste ehehe sul nostro passato) progetto cose per un futuro più vivibile di adesso, ascolto musica, leggo lo stretto necessario e, non ci crederete, riguardo vecchi eventi sportivi per rivivere quelle antiche emozioni. 

Ti ingrazio di cuore per avermi permesso tutto ciò! Una battuta finale?
Sii felice, è un ordine!

Intervista di: Alessandro Corona
Info Luciano Manzalini
https://www.facebook.com/lucianomanzaliniattore/

About the author

Alessandro Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

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