Recensioni

Fontaines D.C. – A hero’s Death – Partisan Records

Giovanna Musolino

A hero’s Death è un disco bello: intensamente, profondamente, irrimediabilmente, straordinariamente bello!

I Fontaines D.C., sono cinque eccellenti musicisti, dotati di una notevolissima presenza scenica e con una grande passione per la letteratura e la poesia (Joyce, Yeats, Kavanagh). Con il loro album d’esordio, Dogrel ci hanno regalato un disco strepitoso, ricco, denso, d’ispirazione punk, con qualche pennellata dark; chitarre micidiali, basso e batteria incalzanti, una voce che è quanto di più interessante il panorama musicale possa offrire. Un debutto così fulminante finisce con il generare un guazzabuglio di timore, impazienza, speranza nell’attesa dell’uscita della seconda fatica discografica. Sicuramente non facile tornare sulla scena musicale dopo essere stati investiti da una popolarità tanto inattesa quanto travolgente: concreto il rischio di esserne schiacciati o di lasciar inaridire la propria vena compositiva in nome del facile successo.
A hero’s Death, il secondo album della band, ha un ruolo ingrato e arduo: decretare se i Fontaines DC siano stati una (fulgida) meteora o siano un gruppo solido, in grado di scrivere ancora grande musica e regalare emozioni profonde.
A hero’s Death è un disco estremamente coraggioso, sincero, liberatorio; non è autocelebrativo, né indulgente con sé stesso. Energico e tirato (Televised mind, A lucid dream, Living in America), dolce e struggente (Sunny, Oh Such a spring, I don’t Belong): uno strato di malinconia ammanta la musica e le parole della maggior parte dei brani.
Concettualmente la negazione sembra essere il fil rouge di questo album che si apre con I don’t belong e si chiude con No. La negazione è il rifiuto di qualcosa, è l’affermazione del suo contrario. Emblematico il titolo del disco in cui si fa riferimento alla morte di un eroe. La statua del prode e valoroso Cú Chulainn, celeberrimo eroe della mitologia irlandese, campeggia sulla copertina, ma l’utilizzo di un articolo indeterminativo (a) induce a pensare che, forse, non si stia parlando solo di Cu Chulainn, ma che, probabilmente, si voglia smitizzare il ruolo di rockstar, che si desideri annientare l’idea di idolo da incensare.
I don’t wanna belong to anyone è la negazione dell’appartenenza a chicchessia; I was not born/Into this world/To do another man’s bidding è la rivendicazione della propria autonomia, dell’insopprimibile desiderio di libertà; The noise of the town/The salt in the air/It plays all around/But I no longer care/And I wish I could go back to spring again è il non poter più gioire di ciò che si è irrimediabilmente perduto; You’ve been on the brink /So slow down esprime un’urgenza, un’impellenza improcrastinabile: rallentare al fine di non ritrovarsi sull’orlo del baratro.
Musicalmente la band ha perso un po’ della sfrontatezza arrabbiata, della verve scanzonata degli esordi per acquisire un sound più maturo, più completo, tagliente, ossessivo: la ribellione irrequieta è divenuta una rivolta inquietante. La voce di Grian Chatten si è arricchita di una tavolozza di sfumature che la rendono ora fredda, ora dolente, ora inquieta, ora nostalgica.
A questo punto potremmo dar fondo a tutta la varietà lessicale di cui siamo capaci per provare a sintetizzare le peculiarità di questo album, ma, a volte, la sobrietà si impone. A hero’s Death è un disco bello: intensamente, profondamente, irrimediabilmente, straordinariamente bello!

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