Interviste

Daniela Galli, Intervista

“Dhany, la voce reggiana che fa ballare tutto il mondo”

Daniela Galli in arte Dhany, sei considerata una delle migliori voci soul bianche della scena dance internazionale. Quando hai scoperto il tuo talento?
Per puro caso. Nel ’92 frequentavo il primo anno di Lettere a Bologna, convinta che sarei diventata un’insegnante. Un amico cantante mi suggerì di provare a cimentarmi nel canto, attività che io avevo sempre praticato a livello amatoriale. Non pensavo che avrei mai potuto farne una professione, ma poi le cose sono successe molto in fretta e nell’arco di sei mesi dopo la mia prima esibizione in pubblico avevo già un duo stabile e una band. In breve mi ritrovai a fare 10 concerti al mese; erano gli anni ’90, un periodo d’oro per la musica in generale e per i live in particolare.
Dopo un anno avevo cominciato a scrivere canzoni e a registrare in studio. Così, in modo del tutto inaspettato, mi ritrovai a sostenere la mia prima audizione presso una casa discografica indipendente molto importante e molto attiva nel settore della musica house e da club, Off Limits production di Reggio Emilia. Il produttore Larry Pignagnoli mi fece entrare nella sua scuderia, dove ho lavorato per ben 14 anni, collaborando a molte produzioni come artista e autrice, e dove ho imparato veramente tanto.

Di recente hai presentato il primo disco de DSE “Double Soul Experience”, dal titolo “Day Dream”, un disco da un certo punto di ascolto, tremendamente pazzesco; dance e soul come non si sente da anni nel nostro paese. Come è nato questo disco che non ti fa stare fermo un attimo?
Con Double Soul Experience c’è un sodalizio artistico che dura ormai da sette anni. Avevamo già consolidato l’organico ed avevamo all’attivo diversi concerti in Italia. Ciò che ci accomunava era la passione per gli stessi generi musicali, il funk, l’r’n’b, l’acid jazz. Il desiderio di dedicarci ad un progetto originale è nato spontaneamente.
Alex Casolari (il chitarrista) e Andrea Bellini (il tastierista) mi hanno proposto alcuni brani (Funk Yourself, Castle Falling, Being the first time) e ho voluto immediatamente interpretarli, perché corrispondevano perfettamente allo stile di musica che ho sempre desiderato cantare e nel quale mi riconosco maggiormente. Gli altri brani sono stati scritti a tre mani durante il primo lockdown 2020. Abbiamo lavorato da casa, confrontandoci costantemente, e alla fine della primavera 2020 avevamo completato tutte le preproduzioni del disco. Il coronamento del progetto è stato l’arrivo del nostro producer Riccardo Rinaldi Ohm Guru, che ci ha creduto da subito e ha profuso tutta la sua creatività, professionalità ed energia nel lavoro, valorizzandolo in tutte le sue sfumature. Nessuno avrebbe saputo comprendere ed esaltare la natura di questo disco meglio di lui. Siamo realmente soddisfatti del risultato.

La tua carriera è caratterizzata da successi internazionali e da collaborazioni di un certo spessore. Quali sono stati i momenti clou del tuo inizio?
I primi anni della mia attività discografica sono stati anni di grande lavoro e apprendistato. Cantavo molti dischi e ne scrivevo altrettanti, le settimane in studio volavano. Le produzioni avevano riscontri disparati, qualcuna di più, qualcuna di meno.
Le grandi soddisfazioni sono arrivate nel quinquennio 2000-2005, quando si è consolidata la mia collaborazione con i cugini Alessandro e Benny Benassi (aka Benassi Bros).
Dapprima con il progetto KMC feat Dhany “I feel so fine” che ha raggiunto la posizione n. 1 nella classifica dei club in UK.
Poi con il progetto Benassi Bros che ha dato vita a tre album “Pumphonia”, “Phobia” e “The best of Benassi Bros”. Sia “Pumphonia” che “Phobia” hanno conquistato il disco d’oro in Francia, grazie soprattutto alle hit “Illusion”, “Hit my heart” e “Every single day”.
Sono stati anni magici, travolgenti, che ci hanno portato in tour in molti paesi in giro per il mondo.

Vorrei ritornare a parlare del disco dei DSE; ci sono due hit internazionali scritte da Alex Casolari e Andrea Bellini: Funk yourself e Piece of gold. Il groove raccoglie perfettamente l’essenza di tutta quella musica nera che ha come esponenti gli Incognito in prima battuta, poi d S.Wonder e se vogliamo anche G.Benson. Che ne pensi?
È il genere che prediligo, direi che ce l’ho nel sangue. È stata la mia formazione di cantante ed ha lasciato un imprinting fondamentale nel mio modo di esprimermi. Per i DSE come organico è la maniera più congeniale e naturale di esprimersi, quindi ci troviamo in perfetta armonia.
È un genere immortale la cui eredità è stata raccolta e portata avanti anche da moltissimi artisti delle nuove generazioni.

Il disco nasce anche dalla stretta collaborazione che hai avuto con i Benassi Bros. Con i quali hai suonato in giro per il mondo, piazzando due album in Francia, diventati disco d’oro. Ma non finisce così vero?
I rapporti con i cugini Benassi sono rimasti ottimi. Siamo stati grandi amici prima di diventare collaboratori e questo ci ha permesso di portare avanti anche il “business” in grande armonia. Al momento non ci sono progetti musicali in atto, ma di certo se dovesse ripresentarsi la possibilità di lavorare di nuovo insieme ne sarei ben felice. Scrivere canzoni con loro è sempre stato un divertimento, ognuno faceva la sua parte, senza interferire nel campo altrui, e le sinergie si creavano da sole. Ciò che ci accomunava era la grande passione per la musica da club in tutte le sue declinazioni.

La cosa che ho percepito vedendoti sul palco, è che con il resto del gruppo hai un’armonia che difficilmente si percepisce cosi da vicino. Notavo che le stesse emozioni le spartite tutti allo stesso modo. Sbaglio a pensarla così?
Non sbagli affatto. Tra noi c’è grande affiatamento, umanamente e musicalmente. Il palco è un luogo meraviglioso in cui avvengono magie. La prima è quello che si chiama interplay, suonare insieme, ascoltandosi, fondendosi e mettendo la propria performance al servizio di quella degli altri, in vista della creazione di un risultato comune, di un’unica emozione in cui si profondono le energie di più anime. E poi c’è il pubblico, che la riceve e altrettanto magicamente te la reinvia. È una sensazione indescrivibile e, per me, personalmente irrinunciabile.

Prima di diventare “Dhany” a tutti gli effetti, hai cantato con i KMC realizzando due singoli: Somebody To Touch Me nel 1995 e Street Life nel 1996, che riscossero un notevole successo nei club. Anche nei DSE ho sentito un cantato esplosivo, ma più raffinato, direi più soul! Che ne pensi?
“Daydream” è un album sostanzialmente pop-soul, in cui le atmosfere sono energiche ma al tempo stesso più dilatate e mi hanno permesso di dare voce ad alcune sfumature interpretative che spesso nelle produzioni dance non trovavano spazio. Vero è che sono trascorsi molti anni da quei primi dischi e quindi sicuramente anche la mia vocalità si è evoluta ed ha acquisito nuove sfaccettature. Da ragazza le mie muse ispiratrici erano le grandissime vocalist black dell’house music e volevo imitarle ad ogni costo, pur non raggiungendo gli stessi risultati. Oggi sono più matura e più consapevole dei miei pregi e dei miei limiti, quindi forse riesco ad esprimermi in modo più naturale.

Possiamo dire che hai smesso di cantare house e che hai intrapreso una strada più matura e personale, alla ricerca della raffinatezza e del calore umano?
In realtà no. Sono due percorsi paralleli. La musica da club è stata il mio primo amore e non intendo abbandonarla, specie in un momento come questo in cui c’è grande contaminazione di generi e certe barriere sono state infrante. La musica elettronica è un territorio sconfinato, in cui trovano spazio dal punto di vista melodico e stilistico infinite possibilità. Ho una fanbase di fedelissimi, che mi segue con costanza in ogni progetto, ma che prima o poi si aspetta di risentirmi cantare su una cassa in 4 e non la deluderò :).
Il secondo percorso, quello di cantante pop-soul, per me esiste da sempre, anche se ho avuto modo di manifestarlo più nell’attività concertistica che in quella discografica. Diciamo che “Daydream” è per me contemporaneamente un punto d’arrivo e di ripartenza. È il coronamento di un sogno e al tempo stesso l’auspicio di poter portare avanti anche discograficamente un lato della mia espressività più morbido e sfaccettato.

Sei mamma di tre stupende creature, sono dei tuoi accanati fan? Come si vive in casa con una cantante cosi..dance?
In casa sono un’altra persona :) attivo la modalità “mamma”! I miei figli non prestano grande attenzione al mio lavoro, amano la musica e sono dei ballerini scatenati, ma raramente costruiscono coreografie sui miei dischi. Sarà che per loro sentire la voce della mamma evoca il suono di quando si sentono ricordare che devono fare i compiti :)
Direi che siamo una famiglia molto normale o almeno… ci proviamo!

Due domande in una: quanta energia hai a disposizione per il futuro? Ancora sul palco con i DSE? Questo momento che sta tagliando le gambe all’Arte in generale, come lo sta vivendo una donna dance come te?
A fine giornata spesso mi sento come una batteria scarica, ma poi magicamente mi sveglio pensando ad un nuovo progetto che mi entusiasma e mi ricarico a tempo di record. La verità è che mi sento addosso lo stesso entusiasmo dei vent’anni e vivo il mio lavoro ogni giorno come se le cose migliori dovessero ancora arrivare.
Con DSE siamo solo all’inizio… ci auguriamo ovviamente che presto ci sia una ripartenza della musica dal vivo per poter proporre live il nostro album il più possibile. C’è già in cantiere anche un nuovo progetto discografico, che speriamo veda la luce entro un anno.
Vivere lontano dal palco per me è una rinuncia intollerabile, ho fatto veramente fatica ad adattarmi a questa situazione ed ho definitivamente compreso quanto sia indispensabile per il mio benessere umano e psicologico. Di certo non sono la sola. Voglio però proiettare le aspettative, per me e per tutti coloro che vivono di arte, in un futuro in cui torneremo ad essere quelli di prima, perché tutti ne abbiamo bisogno.
Quando sarà, ci faremo trovare pronti!

Intanto grazie mille per la tua disponibilità anche da parte di SOund36, e poi che dire: avanti sempre con spensieratezza possibilmente ballando!
Certo! Sempre! Grazie a voi per lo spazio che mi avete dedicato! È stato un grande piacere!

About the author

Alessandro Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

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