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Dal 3 dicembre su Amazon Prime Video il docufilm “Vinilici – perché il vinile ama la musica”

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

SOund36 ha incontrato il regista Fulvio Iannucci

Sbarca dal 3 dicembre su Amazon Prime Video, distribuito da 102 Distribution, “Vinilici – perché il vinile ama la musica”, il primo docufilm sul rinnovato interesse, in Italia, nei confronti dello storico supporto.
Il vinile, che non sembra aver mai dismesso lo status quo di oggetto cult per gli irriducibili dell’analogico, affascina attualmente una nuova e più larga schiera di appassionati di ogni età, cavalcando la necessità dei Millennials (e non solo) di recuperare, in un formato carico di valore auratico e profondità simbolica, il perduto rapporto fisico/visivo con la musica.
Nato da un’idea di Nicola Iuppariello, “Vinilici” è stato scritto con Vincenzo Russo e prodotto da Luigia Merenda e Vincenzo Russo, con la partecipazione di Iuppiter.eu, Carot One Audio Revolution, Antonio de Spirito, Alessandro Cereda, Lino Santoro.
Tantissime, e prestigiose, le testimonianze presenti nel film: tra le altre quelle di Renzo Arbore, Carlo Verdone, Elio e le Storie Tese, Mogol, Claudio Coccoluto, Giulio Cesare Ricci, Red Ronnie, Gianni Sibilla, Claudio Trotta, Lino Vairetti, Bruno Venturini.
Abbiamo incontrato il regista, Fulvio Iannucci, che ha saputo indagare, attraverso una narrazione genuinamente emozionale, la devozione al vinile; totem iconico di ritrovata autenticità, con un piede orgogliosamente nel passato e l’altro proiettato con forza nel futuro.

Vinilici è uscito il 20 novembre 2018 nelle sale cinematografiche italiane e dal prossimo 3 dicembre sbarca sulla piattaforma Amazon Prime Video. Il futuro del cinema indipendente è in streaming?

Nell’ambito del cinema indipendente bisogna tener conto che, spesso, un distributore non ha le possibilità economiche di distribuire i film a livello nazionale. Per questo capita che film accolti benissimo dalla critica e presentati a importanti festival cinematografici finiscano per “uscire” solamente in un paio di città, in un numero di sale limitato.
Il mondo dello streaming sta sicuramente trasformando le procedure di distribuzione. La sala cinematografica sarà sempre il luogo privilegiato per la fruizione filmica ma non è detto che debba essere l’unica modalità. Da questo punto di vista è ipotizzabile un futuro di convivenza pacifica con il digital streaming. D’altronde la storia ce lo insegna: è successo
con le vhs, i dvd, i blue-ray. Ora c’è lo streaming. Ecco perché è corretto pensare ad uno scenario in cui il cinema sarà parallelo alla fruizione digitale e dove lo spettatore potrà sentirsi libero di scegliere dove guardare i film. D’altra parte, se un produttore o un autore di un film indipendente si trovano davanti a nuove ed entusiasmanti possibilità di avere
delle soluzioni migliori – a livello economico – di visibilità e spendibilità del proprio titolo, sceglierà sicuramente lo streaming, o quantomeno sarà tentato di farlo.
Infine, un film in sé è un’opera che resta, destinata ad essere vista nel tempo con modalità diverse. Lo streaming potrebbe offrire, da questo punto di vista, una buona soluzione per soddisfare la sua longevità di fruizione.

Fernando Esposito vi ha aperto le porte della sua Phonotype Record, fondata agli inizi del ‘900, tra le prime case discografiche al mondo ad essere dotata di un autonomo stabilimento per la fabbricazione di dischi. Nonostante l’intero “documentario” voglia essere un tributo alla tradizione discografica partenopea, questo sembra essere l’episodio che maggiormente esprime il colore e il calore napoletano, specie nel momento dell’incontro con Bruno Venturini…
Sicuramente è una delle scene più emozionanti del docufilm, se si considera che Venturini è ritornato alla Phonotype e ha visto Fernando Esposito dopo ben sessant’anni.
Posso tranquillamente dire che non è una scena “tecnicamente” perfetta e le spiego il perché: siccome non avevo anticipato ad Esposito la visita di Venturini, quando il maestro è arrivato alla Phonotype ho chiesto agli operatori di girare tenendo presente che non sarebbe stato possibile un secondo ciak perché non volevo alterare la genuinità dell’incontro.
Se si guarda bene, infatti, una macchina da presa riprende per alcuni
secondi l’intera troupe. Questo “errore” non toglie nulla all’intensità della scena, anzi documenta anche la nostra emozione nel vedere l’abbraccio sincero tra Esposito e Venturini, che ha inciso i suoi primi dischi, nel 1959, proprio alla Phonotype.

Per molti il vinile “vince” a livello qualitativo, nel senso di una maggiore naturalezza del suono, del carattere più caldo della pasta analogica, dell’alta fedeltà non compressa, arricchita dal fascino dell’imperfezione. In “Vinilici” tuttavia, più che sulla percezione sonora, mi pare che si faccia maggiormente leva sulla superiorità emozionale del vinile, che consente la riappropriazione di una dimensione tattile, legata anche ad una certa ritualità fisica, e di una particolare attitudine all’ascolto smarrita nell’era della c.d musica liquida. Mi sbaglio?
Assolutamente no. Fare un film sul vinile è stata una scommessa non facile, soprattutto per l’enorme quantità di informazioni reperibili sull’argomento e perché quando si parla di vinile si racconta di un supporto e di un’epoca leggendari.
L’intento iniziale del docufilm era quello di affrontare l’argomento “vinile” nel modo più ampio e completo possibile, ma le scelte definitive sono state poi dettate dalla volontà di privilegiare l’aspetto emozionale del
mondo del vinile. Non abbiamo voluto realizzare un documentario tecnico per pochi esperti ed appassionati ma abbiamo preferito raccontare le esperienze di collezionisti, musicisti, etichette discografiche, appassionati ed organizzatori di fiere del settore; storie che si uniscono in una storia più grande, quella del vinile.
Si è creata, così, l’occasione di incontrare sul nostro cammino una grande quantità di esperti che hanno messo a nostra disposizione le loro conoscenze, risorse e intelligenze. Il desiderio, con questo documentario, è di fornire allo spettatore gli strumenti necessari per decidere se vinile vuol dire qualità della musica e qualità dell’ascolto o qualcos’altro che scoprirà solo dopo aver visto il film. Personalmente, credo che quello che davvero conta non sia il suono ma la musica.

“Vinilici” sembra “sfondare” in parte i codici e le finalità del documentario di settore a favore di una narrazione sentimentale e condivisa, depurata dai tecnicismi da addetti ai lavori e immune dalle compulsive rilevazioni statistiche che spesso caratterizzano il genere. Immagino si tratti di una precisa scelta stilistica…
Credo che tutte le storie funzionino meglio se c’è un particolare ingrediente, l’amore, e se c’è una trasformazione in chi guarda il film.
“Vinilici”, da questo punto di vista, è un film d’amore. “Mettere su” un disco in vinile è un vero e proprio rituale per dedicare un po’ di
tempo a noi stessi. Con i dischi in vinile si riscopre anche l’attrazione per la collezione: molti appassionati di musica condividono il desiderio di poter tenere in mano i loro dischi preferiti, perché ciò attribuisce un significato totalmente diverso all’oggetto.
La musica in vinile è infine musica per i sensi: la copertina ampia e in parte diversa dalle altre, il crepitio generato dalla puntina che entra nel solco, l’odore particolare dei dischi in vinile e la cura che devi avere nel maneggiarli stimolano quasi tutti i nostri sensi e, nel farlo, ci forniscono
un’esperienza unica e speciale. Proprio come l’amore.

L’oggetto vinile fa sì che gli altri ci identifichino come autentici appassionati di musica. C’è una punta di autocelebrazione all’interno di questa “super nicchia” di musicisti, autori, collezionisti, audiofili, venditori, sociologi, cultori?
Preferisco analizzare la questione da un altro punto di vista. Il solo fatto che il vinile si consumi con l’ascolto e allo stesso tempi si consumi e si degradi lo strumento che utilizziamo per ascoltarlo – la puntina – dà un valore molto diverso all’ascolto. Possiamo dire che il cd si sente, il vinile si ascolta. Ecco, forse la chiave è proprio qui: nella passione di chi è accomunato dallo stesso “sacro fuoco vinilico”, che va al di là dell’aspetto autocelebrativo.
Il filo conduttore è l’amore per il vinile, inteso nel vero senso del termine
perché evidenzia la musica come elemento imprescindibile nella vita di ognuno, anche se in modo sempre soggettivo. Anche la scelta del titolo del docufilm – “Vinilici”- deriva da un certo modo di vedere il vinile, quasi come una piacevole dipendenza, una “buona droga”, come, del resto, tutta la musica. Una musica che spesso lega anche diverse generazioni:
molti spettatori, dopo aver visto il film, mi raccontano di aver rispolverato le vecchie collezioni di dischi del nonno o del padre e di averle ascoltate con la propria famiglia, riscoprendo il piacere del giradischi.

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