Recensioni

COVERLAND # 5 PASTIME PARADISE (STEVIE WONDER) – COVER: PATTI SMITH

Marco Restelli
Scritto da Marco Restelli

Patti Smith porta quei versi lontano dal gospel originale per vestirli maggiormente di nuvole invece che di sole rendendola affascinante

L’ORIGINALE

Siamo nel 1976 e Stevie Wonder è all’apice della sua golden age, avendo già inanellato (dal 1972 in poi) ben quattro dischi progressivamente sempre più belli e commercialmente fortunati. In quell’anno pubblica Songs in the keys of life, il suo diciottesimo album (doppio, con l’aggiunta di un ulteriore EP), nel quale riversa tutto il suo talento e le sue diverse influenze musicali. Nella lunga tracklist – in tutto 21 canzoni – è ricompresa Pastime paradise che tratta uno dei temi a lui più cari e dominanti nell’ambito del Soul in quel periodo (si pensi al capolavoro What’s going on di Marvin Gaye del 1971): la lotta fra il bene e il male, il loro contrasto e l’impegno per la vittoria del primo sul secondo.
Proprio per marcare ancora meglio questa dicotomia il brano è diviso in tre parti: nella prima si parla solo delle persone che hanno dedicato la loro vita a costruire il Paradiso del passato che appartiene al male, i cui nefasti effetti sono sotto gli occhi di tutti: “dissipation, segregation, isolation, exploitation, mutilation, confirmation to the evils of the world”. Nella seconda parte invece si parla degli uomini che soffrono e lottano per allontanare la tristezza dal mondo ed i cui buoni frutti porteranno al Paradiso del futuro (eterno), inteso, verosimilmente, in un’ottica salvifica (“proclamation of race relations, integration, world salvation, vibrations, confirmation to the peace of the world”). La terza parte, la più lunga è una lunga coda gospel, quasi come fosse un salmo biblico nel quale si esorta l’umanità ad abbandonare una condotta al servizio del male (“Been spending too much of our lives living in a pastime paradise”) e di aderire in modo definitivo al bene: “Let’s start living our lives living for the future Paradise”.
Dal punto di vista musicale la canzone lascia spazio al suono delle tastiere dello stesso Wonder ed alle percussioni, mentre un magnifico coro di 24 elementi (per metà americano e per l’altra indiano) prende il sopravvento solo nell’ultima parte. Sia la canzone che l’album fanno indiscutibilmente parte della Storia della Musica.

LA COVER

Come anticipammo quando uscì la prima Coverland, la nostra attenzione ricade sempre su quelle cover che riescono ad emozionare grazie a diversi elementi. Nel caso di Patti Smith le motivazioni sono diverse: innanzitutto il tema in qualche modo religioso/sociale è sempre stato nelle sue corde, sin dai tempi degli esordi con Gloria, e non a caso le fu presto assegnato il nomignolo di Sacerdotessa del Rock. Pastime paradise fu inserita come ultima traccia del suo Twelve del 2007 (composto da dodici celebri canzoni scritte da altri artisti e autoprodotto) e lei decise di darle un taglio decisamente più jazzato con il basso e il piano che vanno a braccetto per tutto il pezzo e la batteria che prende il posto delle percussioni dell’originale. Non c’è traccia alcuna del coro a più voci finale mentre l’interpretazione soul di Wonder, rivolta a dare risalto alla parte luminosa e piena di speranza della sua canzone, con la Smith cambia colore ed è molto più drammatica e cupa, quasi come se volesse sottolineare il suo lato più dark. La sua voce e il suo modo di cantare così unici contribuiscono così a spingere quei versi lontano dal gospel originale per vestirli maggiormente di nuvole invece che di sole, e in qualche modo la rendono affascinante. Se possiamo permetterci un parallelo, in questo caso è stata compiuta una “operazione” paragonabile a quella compiuta da Buckley per l’Hallelujah di Cohen invertendone il mood così come vi abbiamo raccontato nella seconda puntata di Coverland. E quando un artista del carisma di Patti personalizza il modo di concepire un brano, mettendoci così tanta farina del proprio sacco, ha già in qualche modo compiuto un passo artistico notevole.

About the author

Marco Restelli

Marco Restelli

Originario di Latina, ma trapiantato ormai stabilmente a Bruxelles. Collaboro con diversi siti musicali. Collezionista di dischi dai primi anni '80, ascolto praticamente ogni tipo di musica, distinguendo solo quella che mi emoziona da tutto il resto.
In progetto: l'attività di promoter di eventi live di artisti emergenti nel Benelux. Sono orgogliosamente cattolico, ma ritengo che la tolleranza sia alla base delle relazioni umane. Se dovessi salvare un solo disco, fra i miei 3500, sceglierei "Older" di George Michael. La mia più grande passione, oltre alla musica: la mia famiglia e i miei tre bambini.

error: Sorry!! This Content is Protected !!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Con questo sito acconsenti all’uso dei cookie, necessari per una migliore navigazione. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su https://www.sound36.com/cookie-policy/

Chiudi