Interviste

Amalia Grè – Intervista

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

”Voglio cavalcare mondi, trovare la chiave di un altrove: una specie di terrorismo tra generi.”

Amalia Gré torna sulla scena musicale con “Beige” (Incipit Records/Egea Music), anticipato dal singolo “Goodbye Pork Pie Hat”, rilettura dell’intensa ballad di commiato che Charles Mingus scrisse in occasione della morte di Lester Young, poi inclusa nel celebre “Mingus” di Joni Mitchell, che ne scrisse anche il testo.
E’ proprio l’approccio eterodosso dell’espressione estetica, declinata nella triade music-design-writing, che sembra avvicinare Amalia Gré alla cantautrice e pittrice canadese; entrambe intrinsecamente estranee ad ogni tentativo di definizione di genere.
Amalia Gré, animata da un gusto cromatico quasi sensoriale, dilata l’attitudine sperimentale fino alla spasimo, in un gioco di dissonanze, contaminazioni e creazione di inedite soluzioni espressive; la sua vocalità da splendida sabouteuse scompone la melodia originale, in una dinamica spericolata di destrutturazione e sorprendenti riedificazioni. (Si ascoltino, su tutte, S’posin’ e Body And Soul.)
Sarebbe perciò quantomeno riduttivo catalogare “Beige” come un album di acid jazz, perché la tavolozza musicale di Amalia Grè, in antitesi ad ogni logica dogmatica, conosce declinazioni pressoché infinite, collocandosi nel terreno suggestivo dell’incompiuto.
Parafrasando Gilbert Lascault, la forza dell’espressione artistica di Amalia Gré risiede proprio “nello sfumato, nello sfilacciato, nel disperso, nell’impuro, negli abbozzi di descrizioni di particolarità che si rifiutano di venire generalizzate”.

Il jazz è per antonomasia musica meticcia, ha in sé una flessibilità che ne consente non solo l’esportazione, ma soprattutto la trasformazione. In “Beige”, coerentemente a questo spirito di contaminazione, non sembra essersi posta remore filologiche…sbaglio?
Ho vissuto a New York per 8 anni ed ho potuto assaporare in lungo e in largo ed approfondire molto la “tradizione” jazzistica bebop dell’East Coast, entrando in contatto con chi veramente era rimasto a testimoniare l’aspetto artistico concreto di quel momento dell’arte americana, e sono arrivata oggi a questo album.
Attualmente, anche chi cerca di rifarsi alla “tradizione” di Parker, Powell, Monk, etc. si trova ormai senza motivazione e senza forza se non si contamina con l’esistente quotidiano. Uno dei baluardi, quasi accademico, alla trasmissione del sapere bebop, come Barry Harris, ormai è troppo avanti con gli anni per uscire vittorioso, come mentore, dal confronto con musicisti che sono andati avanti.
Ho studiato per anni con Barry Harris che teneva settimanalmente classi per cantanti a Midtown Manhattan. Ascoltare Berry è bello, ma ascoltare un pianista giovane, che si è formato cercando di non contaminarsi con altro, provando a fare la copia di Barry, non ha senso, bisogna suonare quello che si vive!
“Beige” è anche molto “tradizione”, ma non solo, c’è la mia urgenza creativa, di essere in un ambiente mio, odierno. Io voglio cavalcare mondi, trovare la chiave di un altrove: una specie di terrorismo tra generi.
Betty Carter, una volta, accompagnandomi a casa, dopo uno dei suoi concerti in cui mi aveva fatto cantare, mi disse, oltre ai complimenti, che non era sicura che io sarei stata una cantante prettamente jazzistica; sul momento non la presi bene, ma ora ho capito che si riferiva alla mia tendenza a non riferirmi strettamente ed esclusivamente alla tradizione jazzistica.

Come Joni Mitchell- che ha inserito, tra le altre, “Goodbye Pork Pie Hat” nel suo “Mingus” del 1979, scrivendone anche il testo- anche lei sembra subire la seduzione del contrabbassista afroamericano…
La grandezza di Mingus, come di Miles o di altri, era di suonare se stesso! Ripeto, nell’arte non si può far finta di essere altro da se stessi, altrimenti è accademia sterile. Joni, più che la seduzione, ha trovato le parole giuste per quella musica evocativa.
“Goodbye Pork Pie Hat” è ancora completamente attuale: le emozioni, le frustrazioni, l’esaltazione artistica sono tutte presenti; io ho aggiunto, oltre alla mia voce ed alle mie emozioni, un ulteriore punto di vista, una rottura, un cambio di ambiente per farla respirare ma con un loop che la rende ipnotica.
Con i miei musicisti abbiamo smontato il brano andando a modificare ritmiche, ambienti armonici e melodie, il che ha reso la performance come un caldo cappotto “Beige” contemporaneamente classico e moderno.
Gill Evans ha detto che “Nell’arte tutto è, o dovrebbe essere, un esperimento.”
Mingus, in particolare, ha saputo trovare un punto di incontro tra swing e bebop, con il blues in funzione di collante e l’inserimento di elementi etnico-esotici.

In campo artistico le piacciono gli innovatori?
I veri innovatori, che riescono ad aumentare la propria e altrui ricchezza, senza trucchi, mantenendo le proprie radici arcaiche, e facendo crescere le nuove, li adoro.

Lei ha curato personalmente la veste grafica di Beige: il volto con un solo occhio è un motivo ricorrente nella sua pittura?
Quel volto, con un occhio solo, l’ho disegnato migliaia di volte, anche sui muri del mio paese, in Puglia. Ed ora volevo fermarlo qui.
Tutti e 3 i miei album hanno in copertina un mio autoritratto, una mia firma.
Usando tecniche miste mi diverto molto nell’arte grafica, ho fatto migliaia di disegni al computer litigando con i pixel, così come mi diverto a fare performances multimediali con attori e pittori.

Un saggio di David Toop, “About Into theMaelstrom: Music, Improvisation and the Dream of Freedom” (Bloomsbury Academic), che indaga la pratica dell’improvvisazione-musicale e non- in tutte le sue forme e risorse, rifiuta l’equazione improvvisazione/libertà assoluta. Lei che ne pensa?
L’improvvisazione jazzistica, se non è troppo accademica, è Libertà; nel senso che la libertà racchiude, in se stessa, la responsabilità e l’amore di vivere nel momento istantaneo, “l’interplay” con chi hai vicino (altri musicisti e pubblico).
Nel momento in cui improvvisi anche gli altri lo fanno, balli la danza della vita della Bhagavadgītā; il jazz, però, ti dona una ulteriore libertà, il movimento armonico, non presente nella vastissima cultura musicale indiana.
Quindi, ripeto, il Jazz rimane rivoluzionario perché permette di cambiare melodia (vita) e anche parzialmente l’armonia (ambiente) dall’ispirazione istantanea di un gruppo di persone, responsabilmente insieme.
Forse “Body and soul” è, nel suo ultimo lavoro, l’episodio in cui più forte si avverte l’intento di destrutturazione di standard jazz tradizionali…
Ho affrontato tutti i brani in egual maniera partendo dai grooves, mi fa piacere che ognuno abbia un proprio parere nell’ascoltarli.

Nell’album ha inserito “I’ll write a song for you”: la trasversale black music degli Earth Wind Fire ha in qualche modo influenzato la sua attitudine a flirtare con suggestioni sonore diverse?
Questa canzone è stato il pilastro della mia cultura musicale e di vita.
L’ho cantata davanti allo specchio per anni, è stata la mia palestra, ero giovanissima…di conseguenza, quando ho deciso di fare la cantante di professione, ero già allenata. Infatti non ho mai fatto nessuna scuola di musica, se si eccettuano delle lezioni di armonia al piano e il fatto di essermi fatta seguire a New York dai jazzisti che più amavo e dai quali ho avuto pillole di saggezza che mi hanno scolpita.
Vorrei ricordare i musicisti che mi hanno accompagnato in questo lavoro, magari non capendo tutto subito, e quindi dovendosi a volte fidare di me, ma, comunque, dando sempre il massimo, permettendo l’uscita di “Beige”: Marco De Filippis (MusicSHine Network), Marco Piali, Michele Ranauro, Andrea Frittelli, Luciano Zanoni, e, in post produzione, Paolo Iafelice.

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