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Interviste

Bonomo – Intervista

Annalisa Nicastro

E’ da poco uscito “Generale Inverno” di Bonomo, che tocca vari temi fino ad arrivare al lavoro in fabbrica. Lo abbiamo incontrato per una chiacchierata in cui abbiamo approfondito molti suoi aspetti peculiari, non perdete questa bellissima intervista!

Nel tuo modo di suonare ti piace mischiare vari generi musicali e anche strumenti (visto che sei un polistrumentista), ci sono delle figure musicali di riferimento nella tua formazione?
Sin da bambino ho amato tanto i dischi di mio padre: Beatles, Genesis, Pink Floyd, Traffic. Musica ricchissima di input per il mio baby-cervello-spugna: ritmi instabili, armonie cangianti e suoni bizzarri. Questo ha fatto sì che sviluppassi una visione verticale della musica… cioè, il pensare più eventi sonori nello stesso istante, percepire la musica come entità organica stratificata. In seguito ho scoperto che molti dei musicisti che secondo me componevano pensando verticalmente erano polistrumentisti. Paul Mc Cartney, Todd Rundgren, Brian Wilson, Eno, David Bowie, Peter Gabriel, Fripp, Frank Zappa. L’elenco potrebbe essere più lungo ma direi che questi sono i musicisti che in momenti diversi della vita mi hanno affascinato profondamente. Suonare più strumenti, per quanto mi riguarda credo sia un percorso obbligato per chi voglia far crescere il proprio pensiero orchestrale. E poi ci sono le sorprese: alcuni accordi che suono con la chitarra sono tipicamente pianistici e non sono affatto comodi ma hanno un suono diverso. Alcuni riff duri sono stati composti sul sinth. Insomma combinare suoni con altre attitudini per me è fondamentale per comporre musica che mi diverta e spero diverta i miei ascoltatori.

Chi è il “Generale Inverno”, che dà il titolo al tuo debut album?
Quando Napoleone fece la campagna di Russia fu sconfitto dal “generale inverno”: non combatté contro nessuno, non ci furono battaglie. Semplicemente la sua armata fu decimata dal subentrare del rigidissimo inverno russo. Ho pensato che spesso i nostri fallimenti sono causati dalla nostra incapacità a capire quando fermarsi. Nei brani dell’album la sconfitta (quando c’è) è agrodolce, combattiamo contro un nemico invisibile o meglio, non umano: la propria rabbia, l’insonnia, l’alienazione da catena di montaggio, le leggi della sopravvivenza vestite da storia d’amore, la propria immaginazione… E poi la grossa nevicata romagnola (vivo a Cesena) del febbraio scorso ha scatenato nella mia testa una serie di associazioni che mi hanno aiutato a concepire il titolo dell’album e gli oggetti della copertina. Andando a piedi fra le nevi a fare la spesa mi sono sentito un soldato disperso in Siberia. E trovare gli scaffali del centro commerciale vuoti ha alimentato il clima da apocalisse. Pensavo alla crisi e dicevo: “si scioglierà prima o poi come la neve?” oppure “…è finta come il microclima del mio freezer?”.


Ci sono 3 brani che parlano del lavoro in fabbrica, cosa ne pensi di tutto quello che sta succedendo all’Ilva di Taranto (tromba d’aria compresa)?
Il discorso è molto complesso, la città è spaccata in due. Da un lato ci sono 8000 operai che rischiano il posto di lavoro e quindi 8000 famiglie che rischiano di morire di fame. Dall’altro una cittadinanza intera (con le 8000 famiglie incluse) che rischia di morire di tumori causati dalla diossina e dalle polveri. Purtroppo seguo la faccenda a distanza, non vivendo più stabilmente a Taranto da circa dieci anni, ma ho notato che le distanze tra le due parti si sono ammorbidite. In seguito anche alle morti bianche recenti, tutti i dipendenti Ilva sanno perfettamente di lavorare per una fabbrica di morte. La coscienza della gente umile è molto più forte di quella degli uomini di stato (ammesso che ce l’abbiano una coscienza) e la compattezza dei due schieramenti fa paura al potere. Dopo aver letto e amato Orwell e Huxley non mi sorprendo più delle manovre compiute dai potenti atte a disgregare la collettività. Tipo quella di pagare lo sciopero degli operai che giustamente difendono il loro posto di lavoro. E anche pagare i mezzi di informazione è un evergreen. Insomma, lo stato ha interesse a produrre acciaio da vendere a basso prezzo al mondo e se ne frega se i reparti di oncologia sono pieni di bambini. C’è un limite a tutto, noi lo sappiamo e anche la magistratura lo sa… e forse anche la “natura”… vedi l’ultimo uragano che si è abbattuto sulla fabbrica. Mi piacerebbe credere a una natura che faccia la sua volontà. Ma la calamità non sembrava tanto casuale, troppo tempismo. Diciamo che non credo più al caso… E una volta ancora ci addoloriamo per la morte di un operaio, Francesco Zaccaria.

Cosa significa essere un cantautore oggi?
Come avrai potuto notare dalle risposte precedenti, nel mio background c’è poco di quello che si chiama “cantautorato italiano”. E non reputandomi un cantautore nella sua accezione più italiana, risponderò alla domanda con qualche difficoltà. Tecnicamente chi scrive testo e musica e in più canta le sue canzoni è un cantautore, quindi anche Frank Zappa è un cantautore. In Italia il cantautore però deve avere un’immagine diversa… Sicuramente un pensiero più orizzontale, un testo “importante” con tante parole, pochi “fronzoli” musicali in modo che “l’emozione” arrivi dritta al “cuore”. Personalmente ho sempre preferito Battiato o Battisti/Mogol agli altri. Erano più “musicisti”, più ironici, più artigiani del suono e in più avevano umili origini. Credo che sia i cantautori sia le band abbiano la stessa urgenza comunicativa, solo che quella del cantautore viene valutata in Italia con più attenzione. Alla base c’è “la crisi”. Di tutto: gli spazi per i concerti si sono ridotti all’osso e piano piano le formazioni delle band si riducono. I quartetti diventano duo e di conseguenza il pensiero verticale va a farsi fottere. E cosa rimarrà? Un tizio che canta le sue disgrazie da solo con la sua chitarra: il cantautore. Anche se finirò in questo pentolone pieno di neo-cantautori ti dico che ho molta nostalgia della band, di quel modo di lavorare collettivo dove ognuno mette quello che sa fare meglio lasciando spazio alle competenze diverse degli altri, dove si usa il noi e non l’io.

Annalisa Nicastro

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Annalisa Nicastro

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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