Recensioni Soundcheck

Stella Maris – Stella Maris

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

Che vuoi che me ne importi della vitamina c/ i miei vent’anni hanno un grande panorama/ non prendo l’ascensore nemmeno quando scendo all’interrato del tuo cuore/ non mi diverte andare bene a scuola/ non mi disturba la tua eterosessualità/ eppure cerco quello che chiamano amore (L’umanità indotta)

In uscita il prossimo 24 novembre 2017, per La Tempesta, Stella Maris, album di debutto dell’omonima band composta da Umberto Maria Giardini (archiviati i progetti Moltheni e Pineda), Ugo Cappadonia, Gianluca Bartolo, Paolo Narduzzo e Emanuele Alosi.
Il progetto, intriso di sonorità pop guitar-oriented di stampo jungle, si emancipa da certo monocordismo espressivo del punk, elaborando-sul modello della new wave britannica- soluzioni più complesse e ibridanti. L’album si innesta su una base rock, che sembra però di tanto in tanto perdere la sua attitudine mercuriale, voluti rimandi al fraseggio smithsiano, distorsioni psichedeliche ed inattese aperture melodiche, il tutto convogliato in una ionosfera celestiale che pare talvolta peccare di eccessiva rarefazione, con suggestioni lisergiche ed eteree a volte estremizzate al limite dell’annacquamento sonoro (Tutti i tuoi cenni, Quella primavera silenziosa).
Gli episodi più felici richiamano il chitarrismo sperimentale degli XTC-quelli del trittico
Drums and wires, Black sea ed English settlement – nel recupero di venature psichedeliche tipicamente sixties e nell’eleganza malinconica degli arrangiamenti, supportati da una prosa ironicamente agrodolce.
Qualche velleità di troppo da anthem generazionali (si ascoltino, su tutti L’umanità indotta– dalla veste afterhoursiana-e Piango pietre) ed il vezzo della sintesi aforismatica sensazionalista si perdonano volentieri ad un album tipicamente postmoderno nel racconto, volutamente irrisolto, di una volatilità esistenziale condivisa; emblematico-in senso baumaniano- della seduzione liquida delle nuove geografie cantautoriali.

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