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#Rockstory: Jeff Buckley – Mojo Pin

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Scritto da Red

Estasi e tormento. Questo tuttora è ciò che arriva all’ascoltatore quando mette su quell’album meraviglioso che fu ‘Grace’

di J. Red
E’ stato lo stesso Jeff Buckley a spiegare nel ’95 cosa fosse esattamente quel ‘Mojo Pin’. Lo fece durante un’ intervista a cuore aperto, con una sincerità a tratti spiazzante e che era propria della sua anima pura e tormentata : «A volte se senti di avere bisogno di qualcuno, l’universo intero ti dice che devi averla. Inizi a guardare i suoi programmi preferiti alla TV tutta la notte, compri qualsiasi cosa che potrebbe servirle, bevi i suoi stessi drink. Inizi a fumare le sue stesse sigarette, imiti persino le sfumature della sua voce. Poi cerchi di dormire al sicuro… ed è questa la cosa più pericolosa. Ecco cos’è il Mojo Pin.»
All’inizio il pezzo era una sequenza di accordi spettrali che Gary Lucas aveva già inciso (in versione strumentale) e che si chiamava And you will. Dopo l’incontro con il leggendario chitarrista newyorkese, Jeff iniziò a scrivere le parole di quello che sarebbe stato un inno alla mancanza, all’allucinazione, al sogno inquieto, al bisogno di qualcuno.
Alle prime esecuzioni dal vivo nel ’91 ‘Mojo Pin’ era molto diversa da come oggi la conosciamo: molto più lunga e ritmata, con una coda psichedelica su cui Lucas tesseva note ed accordi in modo spesso violento e ‘rumoristico’. Negli anni successivi e fino ai giorni nostri, Gary Lucas nei suoi live proporrà sempre la sua versione di Mojo Pin.
Fu invece nelle mani di Andy Wallace, che produsse ‘Grace’, che la canzone prese quella forma che la consegnò alla storia. Il brano passa dalla dolcezza dei lamenti iniziali da pelle d’oca ad un rock più deciso, con Buckley che tocca vette irraggiungibili alla fine del secondo chorus, infine mostra con veemenza una vena hard rock mentre Jeff chiama per l’ultima volta, urlando, quella Blackbeauty che altri non è che una ragazza senza volto incontrata in un sogno, o almeno così lui raccontava.
Ai concerti presentando la canzone diceva semplicemente ‘It’s a song about a dream’, e poi attaccava a giocare con la voce, prima dell’ingresso degli strumenti, spesso stravolgendo il pezzo originale e tirandolo all’inverosimile. Estasi e tormento. Questo tuttora è ciò che arriva all’ascoltatore quando mette su quell’album meraviglioso che fu ‘Grace’.
Le parole che Jeff Buckley canta – o forse il termine esatto sarebbe sanguina – non lasciano spazio a dubbi : è davvero una mancanza viscerale di qualcuno quella che sta mettendo sul piatto; è un tormento che potrà avere fine solo quando la persona amata sarà con lui. Versi come Questo corpo non sarà mai salvo dal dolore o Se solo tornassi da me, se ti sdraiassi al mio fianco / Non avrei bisogno del Mojo Pin per sentirmi appagato, descrivono alla perfezione quella condizione disperata di necessità. E ancora Sono cieco e torturato, i cavalli bianchi fluttuano a dare al pezzo una chiara impronta psichedelica e allucinata. Sei tu che ho aspettato tutta la vita, sei tu che ho cercato così a lungo. Beh, su quest’ultima frase non c’è molto da dire. Bisogna solo ascoltare e farsi venire per l’ennesima volta la pelle d’oca, ringraziando l’universo di averci regalato la possibilità di ascoltare un artista immenso come Buckley.
Possibilità breve e da prendere al volo, perché lui non sarebbe potuto rimanere a lungo tra gli umani. Prima o poi avrebbe avuto qualcosa o qualcuno con cui ricongiungersi da qualche parte e chissà a cosa stava pensando quella sera, quando canticchiando i Led Zeppelin, si immerse nel fiume Wolf River e diventò immortale.

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