Recensioni

Pierpaolo Capovilla – Obtorto Collo

Claudio Donatelli

Undici canzoni che suonano le corde del cuore, che ti entrano dentro e lasciano un‘impronta indelebile. Intime, dolci e dolorose, sono storie d‘amore e di sconfitta, come è nello stile di Capovilla

Con il collo storto, cioè contro la propria volontà, questo è il significato di Obtorto Collo. Locuzione latina presa in prestito da Pierpaolo Capovila ed utilizzata per intitolare il suo primo cd solista. Pubblicato dalla fedelissima alla linea La Tempesta Dischi e acquistabile quasi ovunque proprio in questi giorni.
Per i pochissimi che non lo conoscono, Capovilla ha scritto le più belle pagine di rock in Italia degli ultimi 20 anni, prima con i One Dimensional Man e poi con Il Teatro Dell’Orrore. La sua voce, i suoi testi, la sua musica è stata l’unica ad incarnare realmente il desiderio di incrinare il fasullo perbenismo, l’ipocrisia della politica, la realtà preconfezionata. Si è spinto fin dove i grandi nomi dell’italian rock anestetizzato o delle finte canzoni di rivolta sono arrivati. Le sue provocanti performance live hanno rianimato quella bestia ferita dai tanti, troppi colpi inflitti alla sua coscienza. Il rock depredato dal suo primordiale elemento, combustibile per la rivolta, è tornato a respirare vitali boccate di energia. Capovilla è tornato a dare il pane quotidiano ai teenager affamati di rumore, è tornato a dare il vino agli adulti fan di quell’antico hard rock scomparso dai nostri club. Il fumo della sua voce è stato capace di scaldare i cuori dei tanti appassionati che si sono avvicinati, anche casualmente, alla sua musica.
Obtorto Collo è un disco scuro e romantico come non se ne ascoltavano da decenni in Italia. Undici canzoni che suonano le corde del cuore, che ti entrano dentro e lasciano un‘impronta indelebile. Intime, dolci e dolorose, sono storie d‘amore e di sconfitta, come è nello stile di Capovilla. Ma come sappiamo, cantare l‘amore per Pierpaolo Capovilla non è che un espediente letterario. La cifra narrativa dell‘album è infatti costituita dalle contraddizioni della società italiana: lo smarrimento culturale, la disgregazione sociale, l‘incomunicabilità relazionale, e quel sentimento che c‘è in ognuno di noi, quando pensiamo a cosa sia diventato il Paese in questi ultimi anni del decorso storico, e per il quale ci sembra non ci sia più niente da fare.

Volutamente lontanissimo dal suono de Il Teatro degli Orrori, il nuovo album di Capovilla sembra uscire da un romanzo francese del novecento. Infatti Obtorto Collo è più vicino alla canzone francese, che alla tradizione cantautorale italiana, più vicino a Jaques Brel per intenderci. 
Ma la forza di queste undici nuove canzoni è tutta nell‘intrico di privato, privatissimo, e pubblico, politico, a sottolineare ancora una volta che ogni storia personale, ogni vicenda biografica, avviene all‘interno della comunità in cui viviamo. Che la società, che domina e dirige le nostre esistenze, è il luogo della sconfitta dei valori e degli ideali, ma proprio per questo è anche quello del riscatto e dell‘emancipazione.
Tutte le canzoni sono state scritte da Pierpaolo Capovilla, autore di tutte le liriche, e da Paki Zennaro, musicista veneziano e storico collaboratore di Carolyn Carlson, la regina della coreografia contemporanea mondiale. Di Paki Zennaro sono quasi tutte le idee originali da cui sono scaturite le canzoni. Vi rimandiamo ad un‘attenta lettura del libretto del CD.
La produzione dell‘album è stata affidata alle mani esperte di Taketo Gohara, il cui contributo è stato essenziale e decisivo sotto tutti i punti di vista. 
Irene, Dove vai, sono state co-prodotte da Giulio Ragno Favero. 
La masterizzazione è stata eseguita presso La Maestà, da Giovanni Versari.

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