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Massimo Zamboni / Caterina Zamboni Russia – La macchia mongolica

Giovanna Musolino

“Quante macchie sconosciute possediamo – ci possiedono – per poterci sentire a casa in latitudini così lontane?”

Ci sono dei luoghi dei quali si subisce la malia, ai quali si sente di appartenere, dai quali ci si sente irresistibilmente attratti. Talvolta un viaggio riesce a disvelare tali richiami misteriosi, in un ricongiungimento ideale con uno spazio apparentemente distante da noi, non solo geograficamente, ma che riconosciamo come nostro nel momento in cui vi approdiamo: una sensazione di pacificazione derivante dal ritrovare qualcosa di non definito, ma di cui si avvertiva la mancanza.
La macchia mongolica, ultima fatica tripartita di Massimo Zamboni (un libro, scritto a quattro mani con la figlia Caterina (Baldini e Castoldi editore); un CD/LP, suonato con Cristiano Roversi e Simone Beneventi; un film-documentario, diretto da Piergiorgio Casotti) parla di Mongolia, di viaggio inteso come “immaginazione preventiva, transito e nostalgia” in una terra che, come la milza, riveste “un ruolo a lato, decisivo, l’emopoiesi, la rigenerazione sanguigna che immette nel circolo i globuli nuovi”.
Zamboni incontra la Mongolia per la prima volta nel 1996, insieme a Giovanni Lindo Ferretti, al seguito di una troupe televisiva locale. Quell’esperienza costituirà una tappa fondamentale della sua carriera: ne scaturiranno, infatti, Tabula rasa elettrificata, il libro In Mongolia in retromarcia, il film – documentario Sul 45° parallelo diretto da Davide Ferrario. Quel viaggio, però, si rivelerà essenziale anche per un altro motivo: si materializzerà nella mente di Massimo e di sua moglie Daniela, che lo ha accompagnato, l’idea, di concepire un figlio. Due anni dopo vedrà la luce Caterina, figlia della Mongolia, terra che suggella la “proprietà” di quella neonata con uno strano segno: la macchia mongolica, per l’appunto.
In gergo medico la macchia mongolica è una “melanocitosi dermica congenita in regione lombo-sacrale”, una sorta di chiazza bluastra, destinata solitamente a regredire spontaneamente, presente in più del 90% dei bambini di origine mongolica, e, talvolta, anche in una percentuale minima di neonati di altra provenienza geografica.
Secondo un antico mito mongolico, invece, sarebbe il segno della mano della vecchia Ome Ewe. La donna, dopo aver raccolto uova da sorgenti di acqua calda e purissima, le nutriva al suo generoso seno. Al momento della schiusa, i bambini sbucati dalle uova, erano sculacciati teneramente e invitati a venire al mondo, accompagnati dalla frase: “Vai, nasci!”: tutti i neonati recavano così sul loro coccige una Khökh Tholb, una macchia blu.
“Quante macchie sconosciute possediamo – ci possiedono – per poterci sentire a casa in latitudini così lontane?”
Quella macchia non può essere né pura coincidenza né casualità; Caterina cresce con questa consapevolezza e con il richiamo sempre più forte che la sua terra “d’origine” esercita su di lei. Così, al compimento del diciottesimo anno di età, ritorna in Mongolia insieme ai suoi genitori, per “riallacciare i nodi della sua storia”, animata dal desiderio, dalla necessità di trovare il midollo della terra a cui sente, in un certo senso, di appartenere. L’anno dopo il ritorno, da sola, in Mongolia, un paese che insegna a “riconoscere i confini del tempo, annullando ogni proiezione verso un futuro inconosciuto”.
Un libro complesso, articolato, denso; il racconto di viaggio è solo un escamotage per una narrazione ben più profonda e approfondita in cui gli spazi sono comprimari di una moltitudine di personaggi che, anche in poche righe, acquistano “forma e sostanza”. Yumjaw, Nyamkhising, Bolormaa, Enkhe, Byambaa: alla fine del libro si ha la sensazione di conoscerli da tempo.
Zamboni si conferma autore dal talento fine e non comune. Una scrittura ricca, varia, mai, però, ridondante; l’attenzione nella scelta delle parole, la cura nella composizione del periodo confermano la passione profonda verso la scrittura, espressione artistica che risulta essergli congeniale tanto quanto la musica.
La macchia mongolica è un’opera che contiene tanti elementi sui quali uno domina: l’amore incondizionato di un padre verso una figlia temuta, desiderata, rispettata, accompagnata e, coraggiosamente, lasciata andare.
“ Sei un puntino nel nulla, come vedi. Una enormità per me, altro puntino. Quasi nulla potrai fare per loro, se non praticare compassione. Sei stata toccata dall’Altro per vie inconoscibili. Ascolta nessuno. Aiuta qualcuno, e aiuterai tutti. Restituisci i doni ricevuti. Per tutti gli altri, e per te stessa, non ti risparmiare”.
Termino qui con la sensazione di non essere riuscita a rendere la bellezza, la profondità e l’intensità di quest’opera.
Il libro, come detto, è accompagnato, oltre che da un film – documentario non ancora visto, da un CD/LP, la cui importanza ci impone di dedicargli, prossimamente, l’attenzione meritata.

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