Milano, Cinema Arcobaleno
12/3/2026
I’m lying in my bed
The blanket is warm
This body will never be safe from harm
Sono i primi versi di Mojo Pin, brano d’apertura di Grace, debutto e unico album in studio di Jeff Buckley. Un disco che, a buon diritto, fece gridare al miracolo: una voce ipnotica e acrobatica (un’estensione di 4 ottave!), testi carichi di poesia, dolore e rara sensibilità, musica che travalica qualsivoglia, angusta, definizione.
A sessant’anni dalla nascita del musicista Amy Berg, regista e produttrice statunitense, ha deciso di dedicargli un documentario, It’s never over, Tim Buckley, presentato in anteprima per la stampa il 12 marzo e nelle sale cinematografiche italiane solo dal 16 al 18 marzo. Il prezioso archivio della madre di Jeff, costituito da foto, pagine di diari, appunti, articoli di giornale, registrazioni audio e video, messaggi vocali sulla segreteria telefonica, le interviste ai musicisti della band, alle fidanzate, agli artisti che hanno conosciuto e apprezzato il talento infinito di Buckley, hanno consentito a Amy Berg di ricostruire la figura del musicista, dall’infanzia alla morte.
Un’infanzia caratterizzata dall’assenza del padre, dall’amore immenso e precoce per la musica, dalla scoperta, grazie al patrigno, dei Led Zeppelin. Un padre incontrato e perso definitivamente nel giro di poche settimane. Un cognome ingombrante.
I primi passi al Sin-é, il pub dove alternava sevizio ai tavoli ed esibizioni canore, accompagnato sempre dalla sua chitarra. La pubblicazione e il successo travolgente di Grace; la firma con la Columbia e le pressioni sempre più opprimenti da parte della casa discografica; l’amore; i fantasmi; “ il dubbio, l’amore, la rabbia, la depressione, la gioia; la paura di non essere più in grado di comporre; il timore di essere “un impostore” dal punto di vista musicale.
Una vita breve, fatta di luci e ombre, sussurri e grida, ascese e cadute. E poi il 29 maggio del 1997: Jeff sta lavorando al nuovo album, si è trasferito a Memphis, alla ricerca di un clima meno frenetico rispetto a New York; ha progetti, l’acquisto di una casa, di un’automobile, aprire un conto in banca, occuparsi di animali. È sera, Buckley sta andando a incontrare la band in arrivo da New York per la registrazione del nuovo disco.
Lungo la strada chiede all’amico, che lo sta accompagnando, di fermare il furgone, vuole fare un bagno nel fiume, come gli era capitato di fare altre volte. Entra nel Wolf River, un affluente del Mississippi, vestito, con gli stivali e canticchiando Whole lotta love: il suo corpo sarà ritrovato sei giorni dopo. Una morte accidentale, nessuna traccia di droga, solo una birra.
Un film molto ben costruito, che rimane addosso; un documentario nel senso più nobile del termine: informa senza fare sensazionalismo; emoziona senza scadere nel patetico; coinvolge rifuggendo dal pettegolezzo. Un omaggio sentito e doveroso a un artista che ha lasciato un segno indelebile nella storia della musica. Un artista che desiderava che la sua musica gli sopravvivesse.
“Cosa voglio dalla musica? Voglio allontanarmi da tutto. Voglio solo andarmene. Voglio andare in un’altra dimensione, diversa. Voglio dimenticare come mi chiamo”.
It’s never over, Jeff!

