Dal 3 al 25 settembre a Reggio Calabria la seconda edizione dedicata a Salvino Nucera. Teatro, danza, laboratori e nuove tecnologie per raccontare il legame tra le persone e la terra d’origine.
L’8 luglio 2025 è una data che continua a tornare nei pensieri di Angelica Artemisia Pedatella: è l’ultima volta in cui ha parlato con Salvino Nucera, poeta e scrittore scomparso pochi giorni dopo, traduttore e instancabile divulgatore della lingua greca di Calabria. A lui, che nella prima edizione avrebbe dovuto inaugurare le attività laboratoriali dedicate alla lingua grecanica, è intitolata la seconda edizione di AGAPE – Le sfumature dell’Amore, il festival che dal 3 al 25 settembre 2026 attraversa Reggio Calabria con teatrodanza, laboratori e performance dedicate all’identità greca della Calabria.
L’iniziativa è promossa dal Comune di Reggio Calabria nell’ambito del progetto “ReggioFest2026: cultura diffusa”, finanziata dal Fondo nazionale per lo spettacolo dal vivo della Direzione Generale Spettacolo del Ministero della Cultura, ed è presentata dalla Compagnia Teatrale BA17, con la direzione artistica della stessa Pedatella e la supervisione organizzativa di Silvana Esposito.
A sostenerla, una fitta rete di partner del territorio: il Circolo Culturale Apodiafazzi, GALBATIR, P.I.C. CASSIODORO, il Liceo Campanella-Preti-Frangipane, l’Associazione Muricello, l’Associazione FATA MORGANA, il Museo d’Arte Frangipane e il Comitato di quartiere Reggio Calabria Sud.
Il festival si muove nel quadrante sud della Città Metropolitana, tra piazza Leopoldo Trieste, il Museo Frangipane e il Liceo Campanella-Preti-Frangipane, con il contributo del Circolo Culturale Apodiafazzi e della cantante e interprete Marinella Rodà. Abbiamo chiesto a Pedatella di raccontarci, tappa dopo tappa, come nasce e dove porta questo percorso.
Si parte dal cuore della visione artistica: come si evitano gli stereotipi del folklore quando si porta in scena un’identità linguistica e culturale così radicata? È interessante comprendere come si traduce concretamente l’idea di rendere le radici una “materia viva” e di raccogliere l’eredità di Salvino Nucera all’interno della programmazione, dialogando con le tensioni dell’uomo contemporaneo.
«L’ultima volta che parlai con Salvino era l’8 luglio 2025. Giorno 11 ci sarebbe stata la prima della commedia “Zaleuco e Nosside. La prossemica dell’amore” di cui aveva curato alcune traduzioni in lingua greca di Calabria. Gli parlai del fatto che consideravo questa una lingua d’arte che doveva essere promossa nelle arti sceniche come lingua d’arte e conosciuta dai più grandi artisti a livello internazionale. E gli feci anche un’altra promessa, che non dico ora e che manterrò, per cui Salvino mi scrisse un messaggio commovente che ancora ricordo: “il tuo entusiasmo è contagioso!”. Pensare di avergli regalato, negli ultimi giorni del suo viaggio qui, questa sensazione è ciò che mi solleva un po’ ma la sua presenza è sempre viva tra noi. Salvino è stato un grande poeta in lingua “grecanica” e l’aveva già trasformata in materia d’arte, per cui per me si trattava solo di definire un’azione già iniziata e che andava portata a pieno compimento con una divulgazione serrata, consapevole e programmatica. AGAPE è uno dei tasselli di questa azione programmatica. L’utilizzo della lingua all’interno delle performance di danza contemporanea rappresenta un tassello importante, insieme al teatro, poiché nuove intelligenze e nuovi artisti stanno comprendendo le potenzialità della lingua greca di Calabria. Arriverà in Europa e sfonderà ogni resistenza, dimostrando che è un onore poter vivere nei luoghi in cui si parla e poterla parlare. L’orgoglio di una identità farà il resto. È quando si risveglia questa consapevolezza di appartenenza che tutto diventa contemporaneo. A volte cerchiamo una soluzione in solitario ai problemi, la verità è che ogni soluzione esiste solo nella condivisione con gli altri. Non c’è un solo salvatore di una lingua, siamo tutti salvatori. Il folklore, per come vissuto e interpretato oggi, spesso è una svalutazione della tradizione, una riduzione a semplice evento “colorato” per intrattenere un pubblico interessato per pochi momenti. Le radici sono invece la partecipazione completa, complessa, viva e intransigente ad una identità. Scegliere di utilizzare la lingua grecanica per esprimere con il proprio linguaggio d’arte un messaggio contemporaneo e internazionale significa aderire ad una identità: è per questo che proponiamo nel festival questa sperimentazione, prima solo con il teatro, oggi anche con la danza contemporanea»- riflette Pedatella
Il programma teatrale prende forma in piazza Leopoldo Trieste, già spazio all’aperto della prima edizione. Tutto ha preso il via il 3 settembre con “Zaleuco e Nosside. La prossemica dell’amore”, produzione della Compagnia Teatrale BA17 con la stessa Pedatella e Gianluca Sapio. Il 4 settembre è stata la volta di “ASP – Armata Spaccamattoni”, di e con Angelo Colosimo per Wobinda produzioni, mentre il 5 settembre è andato in scena “KALI HOPE. L’urlo di Calliope”, di e con Gabriele Naccarato, produzione Associazione Calabria Tribù. Tre linguaggi diversi per raccontare, in fondo, la stessa cosa: il rapporto tra le persone e la terra d’origine, fatto di appartenenza, amore, conflitto e trasformazione.
«La commedia “Zaleuco e Nosside. La prossemica dell’amore” parla esplicitamente di Magna Grecia ed esprime in toto la nostra identità del sud, senza bisogno di altri filtri. Solo la comparsa dei due personaggi ravviva la percezione del contatto con la nostra terra. In “ASP – Armata Spaccamattoni” il geniale Angelo Colosimo racconta le dinamiche del paese ed il legame tra le persone soprattutto nei momenti percepiti come “pericolo sociale”. È una commedia dal sapore agrodolce che scava nelle dinamiche psichiche più profonde. “Kali Hope. L’urlo di Calliope” ricostruisce attraverso la danza il contatto inconscio con la nostra terra. Le diverse sfumature sentimentali che si esplorano durante le tre giornate e che poi vanno ad approfondirsi nei momenti di workshop organizzati rappresentano un vero corso full immersion nella dinamica delle radici. “Radici” è una parola usata e abusata ma credo che quando si pronuncia qualcosa, prima di dare definizioni o di abusare del suo significato superficiale, la prima cosa che si debba scegliere è di esperire profondamente e sentimentalmente quella parola. Il teatro offre questa immensa opportunità, per questo è uno strumento didattico sociale essenziale in una società viva e sana. Quando il teatro non c’è, la società sta morendo. È una legge storica. Il festival AGAPE, che si inscrive a tutti gli effetti all’interno del grande programma “Rinascimento calabrese”, assolve a questa esigenza, fa parte di questa necessità di risveglio che artisti, tecnici ed esperti del gruppo BA17, si impegnano a sostenere. Generalmente gli “artisti” sono percepiti come i giullari, quelli che ti fanno divertire un po’ ma sono marginali ad un funzionamento sociale. Invece sono l’anima identitaria – quando ne sono consapevoli e assolvono con onore al loro compito – di una società. AGAPE con i suoi contenuti riporta all’attenzione questo»- spiega la direttrice artistica
Non è un caso che il festival scelga di decentrare gli eventi proprio nel quadrante sud della città. È una scelta che si inserisce nel più ampio progetto “Rinascimento calabrese”, ideato dalla stessa Pedatella e racconta un’identità mediterranea incrollabile.
« La collocazione degli spettacoli è un’intuizione del gruppo BA17. Abbiamo iniziato il nostro lavoro in Calabria (e lo proseguiamo) partendo dai piccoli centri, dalle periferie. Nella periferia c’è il seme della vera rinascita, c’è fame di bellezza. Non siamo mai stati alla ricerca di visibilità facile, ma di contatto con la gente, con la vita, con la verità della situazione culturale in Calabria. Soltanto sollecitando la periferia si può pensare alla rivoluzione culturale profonda. Il resto, per quanto mi riguarda, spesso è puramente marketing. Non stiamo facendo marketing, noi. Stiamo facendo cultura. Il primo passa con il vento della prossima moda. L’altra è profonda, radicata e sicura. La cultura è la roccia della nostra identità, una casa in cui ritrovarsi, il fondamento certo della nostra azione sul territorio, un lavoro davvero dignitoso poiché rende l’arte un servizio sociale a tutti gli effetti, come è sempre stata quando è stata viva e solenne»-rimarca Angelica Artemisia Pedatella.
Attorno al festival negli anni si è costruita come si è detto una fitta rete di sostegno . Tale collaborazione non è certo secondaria rispetto all’offerta artistica.
«Solo nella condivisione c’è concretezza. Credo che questa consapevolezza sia sufficiente a spiegare in che modo cercare sinergie con le istituzioni, fare squadra con altre realtà e creare una pluralità di voci. Nei diversi format che realizziamo in Calabria stiamo cercando di fare co-progettazione con le diverse realtà proprio perché la cultura, pur in una visione compatta e programmatica, deve essere necessariamente espressione di una comunità»- afferma con convinto trasporto la creativa.
Accanto agli spettacoli, il festival propone tre laboratori dedicati a differenti linguaggi della scena. Il 4 settembre, al Museo d’Arte “A. Frangipane”, si è tenuto “Storie di un treno locale”, laboratorio di drammaturgia e narrazione condotto dalla stessa Pedatella, in cui il treno diventa metafora del viaggio e delle connessioni tra persone e territorio. Il 6 settembre, nella palestra del Liceo “Campanella-Preti-Frangipane”, arriva “Danzare il grecanico”, laboratorio di teatrodanza contemporanea condotto dal coreografo e danzatore internazionale Gabriele Naccarato insieme alla coreografa e danzatrice Giada Guzzo, con la musicalità delle voci grecaniche registrate a fare da tessuto sonoramente. Così la metafora del viaggio in treno e l’indagine sul rapporto tra corpo, gesto e parola riescono a trasmettere le differenze linguistiche e l’identità grecanica alle nuove generazioni.
«Il treno è un mezzo importante– ricorda Pedatella– che dal XIX secolo al XXI secolo è diventato simbolo dei percorsi, a volte di avvicinamento ai luoghi, altre volte di allontanamento. Ha trasportato lingue, idee, pensieri, emozioni (tante emozioni!) trasportando persone. L’arte si concretizza nell’identità, per cui le “storie di un treno locale” è l’inizio di un progetto che porta la drammaturgia a contatto con le realtà identitarie dei luoghi, esplorando in che modo arrivi e partenze hanno influenzato linguisticamente i percorsi delle persone e dei posti che hanno abitato. Il treno sposta il corpo e spesso mette la lingua in crisi, la danza invece instaura con il corpo e con la parola un rapporto nuovo, incredibile. A volte nella danza un corpo che ha abbandonato i luoghi di origine ritrova il contatto con questi luoghi (penso alle danze popolari che i migranti ballano nelle nuove residenze lontano da casa, per esempio); ma c’è anche la possibilità di entrare in contatto con un luogo sconosciuto danzando le sue parole. Questo è il progetto di “danzare il grecanico”. Ho immaginato un giovane danzatore europeo, magari danese, che nella sua aula di danza ascolta le parole in grecanico e le segue, scoprendone con il corpo l’essenza. Sono certa che sarà un corpo che sceglierà di raggiungere l’area grecanica della Calabria e continuerà a danzare nel cuore dell’Aspromonte e imparerà anche qualche parola di questa straordinaria lingua perché – come le tante testimonianze dei tantissimi che oggi vengono da ogni parte per imparare il grecanico qui nella zona reggina – questa lingua, il greco di Calabria, restituisce alle persone la percezione di esistere, una gamma di sfumature sentimentali che la lingua quotidiana e utilitaristica impedisce spesso. Linguaggio e psiche, attraverso il corpo, sono un territorio infinito da esplorare».
Il festival guarda anche avanti, sperimentando linguaggi tecnologici e visivi. È il caso della performance di teatrodanza “I agricì piszilìa”, fruibile con i visori multimediali il 5 e il 25 settembre, a turnazione e a ingresso libero, presso il Museo d’Arte “A. Frangipane”; oppure della performance di poesia visiva “Theòrema”, in lingua grecanica, presentata il 25 settembre con il poeta Gianfranco D’Aguì, accanto al contributo della cantante Marinella Rodà. Un modo per far coesistere innovazione e tradizione.
«Utilizzare i visori multimediali nella danza contemporanea sulla voce magnetica di Marinella Rodà è una nuova frontiera che ha offerto un primo risultato davvero incredibile, ne siamo orgogliosi ed entusiasti. Utilizzare ogni linguaggio che ci offre la nostra contemporaneità è una nuova opportunità per ricordare che siamo antichi e questo è il nostro valore. La poesia visiva è un linguaggio che abbiamo iniziato a sperimentare qualche anno fa, proprio all’inizio del nostro lavoro, che troviamo incredibile perché ci permette di utilizzare un linguaggio con le dinamiche di un altro. Ci piace giocare e mostrare la poeticità e l’essenza del mondo ricercandolo così»-evidenzia la curatrice
A suggellare il percorso formativo, il 25 settembre al Museo d’Arte “A. Frangipane” sarà il laboratorio di scenografia teatrale “Pietre sociali”, curato dalla scenografa e costumista Silvana Esposito, in cui pietre e materiali naturali diventano strumenti espressivi anche in lingua grecanica che Pedatella descrive così:
«Silvana è brava. L’idea è nata quando per caso entrando a casa di Claudio Cavaliere, sociologo e scrittore del nostro gruppo artistico, ho scoperto che aveva dipinto pietre in un modo molto speciale. Dopo aver riso come una pazza per l’idea, ho promesso che l’avremmo divulgato. Ne ho parlato con Silvana Esposito, che è una mente eclettica e un’artista generosa e flessibile, abbiamo deciso che nel festival AGAPE le pietre e la lingua grecanica rappresentavano l’essenza di una scenografia non solo teatrale ma naturale. Pietre e lingua sono la base di ogni comunità e questo è il messaggio del festival. Impossibile non completare con questo momento che è una vera chicca per noi. Ci piace sottolineare ciò che dovrebbe già essere evidente e che spesso lo sguardo quotidiano supera senza soffermarvisi. Noi costringiamo quello sguardo a fermarsi, è questo l’obiettivo ed il senso del nostro lavoro».
La giornata conclusiva del 25 settembre, tra la performance “Theòrema” e l’esposizione scenografica dei lavori nati da “Pietre sociali”, chiuderà formalmente la seconda edizione. Ma è necessario guardare oltre: in che modo immaginare il consolidarsi di AGAPE nel tempo, come punto di riferimento stabile per il “Rinascimento calabrese” e motore permanente di sviluppo culturale, sociale e artistico per l’intero territorio metropolitano?
«La risposta- confessa Angelica Artemisia Pedatella – è stata quella del pubblico dopo la prima serata. Abbiamo introdotto una novità: la presentazione di tutti gli eventi serali avviene in doppia lingua: italiano e grecanico. Alla fine il pubblico si è avvicinato e ci ha ringraziato. Significa che il terreno è pronto, che l’aspettativa c’è e che le prospettive possono essere coltivate. Ognuno di noi raccoglie frammenti di un patrimonio che molti hanno contribuito a coltivare, dobbiamo esserne consapevoli e grati. “Rinascimento calabrese” è un gesto di gratitudine e un progetto collettivo. Sicuramente iniziamo già a progettare la terza edizione del Festival AGAPE dialogando con i vecchi e con i nuovi partner in questa prospettiva di collaborazione e gratitudine che è la base vera di ogni progetto serio. Ci sono tanti elementi qui che concorrono a rendere AGAPE uno dei punti di forza di “Rinascimento calabrese”, a partire da questa presenza fortissima di radici a cui la lingua grecanica ci fa accedere. Tutto il territorio reggino è un condensato di originalità del Sud. Penso ai Giganti, alla tarantella, ai Normanni, alle storie d’Aspromonte, alle leggende, a Pentedattilo, a Polsi. Impossibile contenere tutta questa ricchezza in poche parole. Per questo è stato necessario costruire un intero progetto».
Un ponte quello di Agape gettato tra la memoria e il domani, dove ogni parola grecanica e ogni gesto scenico diventano tasselli di una rinascita che appartiene a tutti.

Si ringrazia l’ufficio stampa Gabriella Cantafio

