L’eco di Soverato: quando il mondo danza in Calabria
Soverato (CZ) ha riposto i costumi e spento le luci di scena, ma il riverbero dell’anima di IRA Festival riecheggia tra il mare e i vicoli, dopo quattro giorni di pura alchimia performativa. Dal 18 al 21 giugno, la cittadina calabrese ha smesso di essere solo una geografia per farsi “luogo di incontro”, un magnete che ha attratto voci, corpi e visioni da ogni angolo del pianeta.
Un labirinto di sguardi e movimenti
Ideato da Settimio Pisano e Pietro Monteverdi, IRA ha trasformato la città in un mosaico vivo. Teatri, ma cortili, palestre e angoli di vita quotidiana sono diventati i custodi di una ricerca che non ha paura di mettersi a nudo. È stato un pellegrinaggio artistico dove il teatro è uscito dal suo recinto per mescolarsi alla polvere e al vento della Calabria, creando un dialogo prezioso tra la sacralità dell’arte e l’autenticità delle radici.
Il respiro universale delle arti
Le giornate conclusive sono state un affresco vivido di umanità. Abbiamo assistito a confessioni sussurrate in stanze d’albergo, a danze che evocano il canto ancestrale di foreste lontane e a riflessioni profonde sui simboli che compongono la nostra memoria. Dai richiami dell’anima del Cile alle memorie sospese tra il mare e la terra di Hong Kong, ogni performance è stata una ferita luminosa, un varco aperto sulla fragilità e sul desiderio di essere altro. Il corpo nudo, studiato, danzato è diventato il linguaggio universale con cui artisti di ogni latitudine hanno interrogato il presente, la libertà e il peso dell’identità.
Un ponte teso verso l’orizzonte
IRA Festival è stato uno spettacolo di luci e ombre, ma pure un atto politico e poetico di connessione. Ha saputo cucire insieme le distanze, tessendo fili invisibili che oggi legano la Calabria a Berlino, Bruxelles, San Paolo e Santiago del Chile. È un arcipelago di menti, direttori, curatori, creatori, che ha trovato in questa terra un porto franco dove sognare il futuro delle arti.
L’eredità di un sogno possibile
«Soverato è ora sulla mappa del mondo», sussurra Pietro Monteverdi e le sue parole suonano come una promessa. La Calabria ha smesso di guardare verso il centro da lontano; è diventata essa stessa centro, un battito di cuore che risuona globale. L’edizione 2026 cala il sipario, ma lascia dietro di sé una traccia indelebile: la consapevolezza che, là dove finisce la terra e inizia l’immenso del mare, è possibile edificare un ponte. Un ponte tra la periferia del mondo e il suo respiro più vitale, dimostrando che l’arte è, prima di tutto, il coraggio di essere, insieme, contemporanei.
Carosello fotografico: Angelo Maggio
Si ringrazia l’ufficio stampa: Anna Trapasso








