L’arte che si fa presidio di coscienza civile ed emoziona. È ciò che è accaduto nel fine settimana di Armonie d’Arte Festival, che ha affidato a due produzioni profondamente diverse per linguaggio e scrittura il compito di raccontare alcune delle grandi inquietudini del nostro presente. Da una parte il mare, con il suo carico di vite senza nome; dall’altra le donne che la storia ha giudicato, emarginato o condannato perché libere. Due percorsi apparentemente distanti, uniti dalla stessa tensione etica e dalla convinzione che il teatro possa ancora essere uno spazio di conoscenza, prima ancora che di rappresentazione.
Il 10 luglio, nella cornice raccolta e quasi sospesa dell’Orto Botanico di Soverato (CZ), KR 70 M 16 – Naufrago senza nome, scritto da Saverio La Ruina e interpretato dallo stesso autore insieme a Dario De Luca e Cecilia Foti, ha dato corpo a una delle ferite più profonde del nostro tempo: quella delle migrazioni e delle esistenze perdute nel Mediterraneo.
Il vero filo conduttore è dunque la restituzione di un’identità. Là dove la cronaca consegna numeri, statistiche e corpi senza volto, il teatro ricompone storie, restituisce nomi, riconsegna dignità. La scrittura di La Ruina procede con la misura di chi conosce il peso delle parole, evitando ogni enfasi per lasciare che siano il silenzio, il gesto e la presenza scenica a parlare. Ogni frammento della narrazione sottrae una vita all’oblio e ricorda che dietro ogni approdo mancato esiste una storia che continua a interrogare la coscienza collettiva.
A rendere ancora più intensa l’esperienza è stato il dialogo con il luogo. La leggerezza della notte estiva si intrecciava così con la profondità della narrazione, dando vita a un contrappunto quasi straniante che rendeva ancora più evidente il divario tra la quotidianità che continua e il dramma di chi resta senza nome.
Nella serata del 12 luglio il Teatro del Borgo di Soverato (CZ) ha accolto il debutto assoluto di Non chiamatele streghe, testo d’esordio di Ilaria Castellazzi, con la regia di Chiara Giordano e Filippo Stabile. Una produzione originale di Armonie d’Arte che sceglie di intrecciare teatro, danza e movimento in una drammaturgia corale dedicata alle donne che la storia ha perseguitato, giudicato o relegato ai margini per la loro libertà di pensiero, di parola e di esistenza.
Traghettatrice emozionale Annalisa Insardà, capace di attraversare registri emotivi differenti con una presenza scenica intensa e misurata, accompagnata dalle coreografie di Filippo Stabile, dalle suggestive apparizioni di Carola Puglisi e dall’energia espressiva dei danzatori di Create Danza.
Sul palcoscenico prendono vita figure appartenenti all’opera lirica, alla storia e alla cultura occidentale: Ulrica, Azucena, Carmen, Rusalka, le tre streghe del Macbeth, Manon Lescaut, Turandot, Tosca, Violetta, ma anche Giovanna d’Arco, Artemisia Gentileschi, Alda Merini, Rita Levi Montalcini e molte altre. Donne lontane per epoca e destino, ma unite dall’esperienza della discriminazione, del sospetto e della violenza. Il simbolo della “strega” diventa così la metafora di ogni donna che, nei secoli, ha pagato il prezzo della propria autonomia.
Lo spettacolo ha invitato a rileggere il passato, trasformando il palcoscenico in uno spazio di memoria attiva, dove le vicende individuali si fanno patrimonio collettivo e interrogano ancora il presente.
Se i due spettacoli affrontano temi diversi, entrambi rispondono a una medesima idea di teatro: un’arte capace di farsi coscienza, di generare domande prima ancora che offrire risposte. È questa la visione che da anni orienta il percorso di Armonie d’Arte e della sua direttrice artistica Chiara Giordano, convinta che un festival, soprattutto quando dialoga con un pubblico che supera i confini del territorio, debba assumersi anche la responsabilità di affrontare i grandi temi del nostro tempo attraverso una prospettiva etica e culturale.
Da queste motivazione prende forma la scelta di accostare due opere così differenti e complementari. Naufrago senza nome affida alla poesia della scena il compito di restituire umanità a chi il mare ha trasformato in un’assenza. Non chiamatele streghe sceglie invece di rileggere la storia del femminile partendo dall’immaginario dell’opera lirica, aprendo un dialogo tra personaggi simbolici e figure realmente esistite.
La produzione dedicata alle “streghe” rappresenta anche un’importante scelta progettuale di Armonie d’Arte: sostenere la nuova drammaturgia accompagnando il testo d’esordio di Ilaria Castellazzi nel suo primo approdo sulla scena. Un percorso creativo condiviso, costruito attorno all’esperienza interpretativa di Annalisa Insardà, alla ricerca coreografica di Filippo Stabile e a un lavoro registico che ha trasformato una scrittura nascente in un’opera teatrale compiuta, destinata a proseguire il proprio cammino.
Due spettacoli che sembrano dialogare da sponde opposte.
Da una parte il mare, che cancella i nomi ma non può cancellare la memoria.
Dall’altra il fuoco, simbolo di tutte le donne che la storia ha temuto perché libere.
Il teatro si conferma in cui le esistenze dimenticate ritrovano una voce, i pregiudizi vengono messi in discussione e la memoria torna a essere un esercizio di responsabilità collettiva.
È questa, oggi più che mai, la cifra di Armonie d’Arte: un festival che considera la cultura non un semplice intrattenimento, ma uno spazio di ricerca, dialogo e consapevolezza, nel quale la bellezza diventa strumento di conoscenza e la scena continua a interrogare il nostro presente.
Il percorso del festival prosegue ora con nuovi appuntamenti, produzioni originali e grandi interpreti, confermando una progettualità che coniuga eccellenza artistica e ricerca culturale in una visione sempre più riconoscibile. Perché, se il teatro conserva ancora una missione, è forse proprio quella di sottrarre all’oblio ciò che rischia di essere dimenticato e restituire un volto a ciò che il tempo, la cronaca e il pregiudizio tendono a cancellare.
Per le suggestioni di parole ed immagini si ringrazia l’Ufficio Stampa: Anna Trapasso.
Galleria fotografica: Massimiliano Natale.






