Non è un semplice cartellone, quello presentato dalla direttrice artistica Antonietta Santacroce, ma una mappa per un viaggio interiore, un invito a lasciarsi attraversare dal vento della creazione. Per la sua ventitreesima volta, il Festival d’Autunno di Catanzaro (pietra miliare del panorama culturale calabrese e non solo si fa custode di un segreto: la capacità dell’arte di curare, di tessere fili invisibili tra le anime e di trasformare lo spazio in pura estasi.
L’alchimia della contaminazione
Dove le categorie si sciolgono, nasce la Meraviglia. Quest’anno, il Festival rinnega ogni recinto per farsi terra di nessuno e di tutti, dove il jazz incontra il battito elettronico, dove il teatro si fa installazione multisensoriale e la danza riscopre il sacro. È una polifonia di linguaggi, un mosaico dove l’intimo sussurro della canzone d’autore si confonde con l’urlo liberatorio del rock, in un continuo, seducente smarrimento.
I luoghi: dove la pietra incontra il sogno
Il Festival abita il tempo trasformandolo in spazio. Dalla roccia millenaria del Castello di Squillace (CZ), che vibra sotto le note di nuove partiture, ai chiostri silenziosi di Catanzaro, fino all’abbraccio dorato del Teatro Politeama. E poi il MARCA, custode di visioni d’avanguardia e l’Oratorio del Carmine, dove il sacro si fa danza. Luoghi che diventano templi, pronti ad accogliere lo spettatore e a restituirlo al mondo con occhi trasfigurati.
I volti del mito e del futuro
Tre echi risuonano in questa edizione, come battiti di un cuore antico che non ha smesso di pulsare:
- La luce inquieta di Marilyn, che a cento anni dalla nascita torna a reclamare la sua voce oltre il mito;
- La preghiera silenziosa di San Francesco, le cui orme ancora segnano il cammino dell’umano;
- L’incanto intramontabile di Collodi, che insegna alle nuove generazioni che la magia è una forma di verità.
La Città che si fa Teatro: L’Impegno come Visione
Attorno al battito del Festival d’Autunno si è radunata la voce di un territorio che ha scelto la cultura come bussola. Le istituzioni non si presentano qui come semplici patrocinatori, ma come architetti di un progetto di comunità, in un dialogo corale tra pubblico e privato che trasforma la politica in atto creativo.
Le parole come fondamenta
Per il sindaco di Catanzaro, Nicola Fiorita, questo traguardo di ventitré anni è il simbolo di una tenacia rara: la capacità di rendere la cultura un elemento identitario, trasformando gli spazi urbani in tappe di un pellegrinaggio artistico che eleva la città oltre i confini regionali. Il Festival è, nelle sue parole, il tessuto connettivo che tiene unita una comunità di sognatori e collaboratori.
L’assessore alla Cultura, Donatella Monteverdi, legge nel Festival una «generazione di significati»: non una somma di spettacoli, ma un esercizio d’intelligenza collettiva. È il riconoscimento del valore del “fare rete”, dove l’ente pubblico dialoga con il privato per creare una narrazione che parla al presente e interroga il futuro.
Il custode e il visionario
In questo intreccio, il presidente della Camera di Commercio, Pietro Falbo, descrive Antonietta Santacroce come un moderno Virgilio: una guida necessaria per navigare la complessità dell’arte. Il suo impegno è il cardine che permette al turismo non solo di nutrirsi di paesaggi, ma di crescere attraverso la qualità, offrendo a chi arriva in Calabria un’esperienza dello spirito che si sposa con l’accoglienza del territorio.
L’alleanza del fare
Anche il mondo del privato, rappresentato da Paola Scuticchio (Main Solution), si spoglia della freddezza aziendale per abbracciare l’emotività di un legame duraturo. Sostenere il Festival non è una scelta di immagine, ma un impegno concreto: la consapevolezza che il benessere di un territorio passi attraverso la sua fioritura intellettuale.
La voce della Regione Calabria, portata dall’assessore Giovanni Calabrese, sigilla questo impegno: il Festival d’Autunno è riconosciuto come un pilastro, un esempio virtuoso di come la pianificazione strategica e la passione artistica possano generare un’economia della bellezza. È, in ultima analisi, il patto solenne tra chi amministra e chi crea: la promessa che la cultura, in questa terra, non sia un lusso effimero ma l’ossatura stessa su cui costruire il domani.
Le istituzioni, in questo racconto, cessano di essere palazzi e diventano porte aperte: spazi dove il cittadino può sostare per ritrovarsi parte di una storia più grande, capace di scrivere, anno dopo anno, la biografia culturale della Calabria.
Un invito alla metamorfosi
Da Dee Dee Bridgewater che, col suo canto, raccoglie la dignità di un intero popolo, al carisma senza tempo di Massimo Ranieri, fino alla leggerezza eterea di Malika Ayane: ogni appuntamento è un seme. Il Festival d’Autunno non cerca solo consenso, cerca “visionari”. È un atto d’amore verso la giovinezza, un ponte gettato oltre la siepe del presente per permettere a chiunque, tra una nota e un respiro, di scoprire che la bellezza non è un traguardo, ma un modo di abitare il mondo.
La XXIII edizione non è che il prossimo passo in una storia che si scrive ogni anno, un battito di ciglia che dura un mese, una luce che una volta accesa non smette di illuminare l’autunno dell’anima.
Alcuni scatti della conferenza stampa
Si ringrazia l’ufficio stampa del Festival: Giuseppe Panella e Gaetano Giaimo




