Interviste

Donald Soffritti, Intervista

“Evidentemente così era scritto, come avrebbe detto il grande Bonvi.” Donald disegnatore dal 1999 per la Disney si racconta in questa intervista

Ciao Donald, ci presenti il tuo mondo fatto di fumetti?
Ciao Alessandro! Il mio mondo è un mondo meraviglioso, almeno per me. È fatto di disegno, che per chi come me ha la matita in mano fin da piccolo è il massimo della vita, dalla voglia di raccontare qualcosa che possa divertire chi legge, dalla voglia di farlo al meglio, dalla voglia di essere ricordato per quello che si fa.
Sono un appassionato di fumetti dall’infanzia, li ho sempre letti osservati, copiati e non ne sono tutt’ora sazio.
La cosa più appagante, che mi fa considerare una persona fortunata, è l’essere riuscito a farne un mestiere e camparci. L’ho voluto con tutte le forze ma alla fine, non è stato facile, ci sono riuscito. Era il mio obiettivo, o meglio lo è diventato da un certo punto in poi della mia vita.
Stranamente, come fumettista non sono un accanito collezionista, se non solo per alcune cose.
Posseggo molti fumetti ma ho ancora grossi buchi da colmare legati alla storia del fumetto vero e proprio. Piano piano, senza fretta, cerco di colmare ogni lacuna.
Il fumetto è un media straordinario, forse ultimamente sfruttato poco, almeno in Italia. Vuoi perché gli adulti lo stanno un po’ abbandonando, allontanandolo in questo modo automaticamente anche dai bambini, dai propri figli, vuoi perché viviamo un momento storico dove la tecnologia a fatto tabula rasa di tutte le attenzioni che prima erano anche condivise con questo grande media.
Per i bambini a mio avviso continua ad essere un grande strumento di comunicazione, ci puoi raccontare quello che vuoi e con risultati didattici eccelsi. Purtroppo ho notato, lavorando un po’ nelle scuole, che le insegnanti non sono molto ferrate sull’argomento e spesso lo evitano. Non gliene faccio una colpa sia chiaro, è un argomento che ha bisogno di una buona dose di studio per essere capito e per capire come sfruttarlo a proprio vantaggio nella didattica. Proprio per questo però esistiamo noi. Se ci coinvolgessero un po’ di più salterebbero fuori cose molto interessanti. Ma qui si toccano i nervi scoperti del sistema scolastico italiano che esula dalle insegnate stesse e sfocia direttamente nelle problematiche ben note di questo settore, in primis quelle economiche. La speranza comunque è sempre viva.

Quando e come nasce la tua passione per i fumetti?
La mia passione nasce da bambino, quando il fumetto era una delle maggiori attrazioni per grandi e piccini.
Il bel disegno ha sempre catturato la mia attenzione e nei fumetti ce n’era tantissimo. I testimoni di casa dicono che il primo disegno che ho copiato, un Topolino che vestiva i panni di David Crockett, l’ho fatto a 4 anni e mezzo-cinque… Tra l’altro ricordo ancora l’episodio. Ero in casa con mia nonna, i miei genitori erano usciti a cena e lei per farmi stare buono mi invitò a disegnare o copiare qualcosa. Chi ero io per deludere una nonna? Mi misi lì e lo feci. La passione crebbe nel tempo, incessantemente. Disegnavo e copiavo sempre. I miei preferiti erano Braccio di Ferro, i personaggi Disney che vedevo su Topolino, e poi ancora Cucciolo e Beppe, il gigante Grissino, Nonna Abelarda, Jacovitti fino ad arrivare a Bonvi con le Sturmtruppen, Cattivik e Lupo Alberto ecc. All’epoca c’era solo l’imbarazzo della scelta. Crescendo cominciarono a mettere personaggi da fumetto anche sulle confezioni di merendine, ne ricordo di belli, come il golosastro della Girella Motta che mi piacevano parecchio. Sono sempre stato più un lettore che un narratore, nel senso che non ho mai raccontato storie a fumetti nell’infanzia, come vedo spesso quando faccio lezione nelle scuole elementari. Apprezzavo e ero appagato dalla replica del singolo disegno e basta. Fu così fino a quando non conobbi Bonvi, la vera scintilla che mi catapultò dentro al magico mondo della nona arte. Io non volevo fare il fumettista, giuro!

Non è facile parlare di fumetti se non sei un appassionato, è un mondo fantastico per pochi. Il tuo rapporto fumetto cinema a che punto è?
Il mio rapporto con il cinema è ottimo, lo adoro. Anche le serie televisive. Ho grandi lacune, nel senso che ho avuto anni bui dove mi sono perso un sacco di cose ma, grazie a Netflix e Amazon Prime, sto cercando di recuperare. Il bello del cinema e del fumetto è il piacere di scoprire di volta in volta qualcuno con qualcosa di nuovo da raccontare, da lasciare in eredità agli altri, qualcosa che insegna, che fa sognare, che fa piangere, che fa ridere che sorprende, che delude. L’uomo è un animale che vive di emozioni da condividere con gli altri, anche criticando. Quindi tirando le somme devo dire che il mio rapporto con questi due media è ottimassimo!

Nella mia vita ho sempre seguito il fumetto francese per la grazia del tratto, e quello americano per i super eroi. Quello nostro l’ho amato negli anni ’80 e ’90 perché sapeva essere competitivo e con storie irripetibili. Nella tua vita Bonvi cosa ti ha insegnato?
Bonvi è stato, anche se per solo un anno, un grande maestro al quale devo comunque moltissimo. Arrivai a lui per caso, in maniera occasionale. Un carissimo amico, il comico Gianni Fantoni, doveva andare a trovarlo e mi chiese se avessi voluto andare con lui. Non ci pensai su due volte. Misi insieme un po’ di disegni in una cartellina e andai all’appuntamento. Ero emozionatissimo oltre che timidissimo. Cercavo solo un po’ di consigli sul da farsi, ero ancora acerbo pur se in crescita. Tra questi disegni c’era una versione fumettosa di Piero Chiambretti, allora uscito come grande fenomeno mediatico. Gli piacque moltissimo al punto che mi disse di svilupparlo in storielline brevi, lui me le avrebbe pubblicate. Accettai ma non sapevo da che parte si facesse un fumetto. I miei obiettivi erano altri, La caricatura in particolare. Il fumetto mi spaventava e soprattutto mi annoiava il tipo di impegno che richiedeva. Mi spiego. Un fumetto per vederlo terminato deve passare a volte anche mesi. In quel periodo amavo le cose che iniziavano e terminavano subito, come le vignette umoristiche o di satira. Un prodotto che nel giro di qualche ora lo vedi finito. Una pagina a fumetti invece per vederne finita una sola devi aspettare almeno un giorno, a volte un giorno e mezzo. Devi entrare nel piacere della narrazione, del raccontare in successione di vignette, è una cosa lunga, non immediata. Per questo motivo il fumettista mi dissi che non lo avrei fatto mai!
Con Bonvi riuscii a creare una storiellina di 10 pagine, annaspando da tutte le parti perché non sapevo minimamente come si costruiva una storia. Gianni mi aiutò un po’, data la sua esperienza con le sceneggiature televisive, ma alla fine dovetti comunque vedermela da solo, prendendo spunti dalle Sturm e da Lupo Alberto. Di quelle 10 pagine Bonvi ne fece saltar fuori 6, tagliuzzandola un po’ (non mi aveva detto che lo spazio a disposizione era di solo 6 pagine…) e mi fece debuttare su Sturmtruppe di dicembre del 1993 con Lambretti, così lo avevo chiamato. Da li una volta al mese andavo da lui nel suo studio di via Rizzoli a Bologna a mostrargli le idee che mi erano venute in mente ma avevo un grosso problema sui finali. Non funzionavano. Mi spiegò quindi come lui costruiva le sue, ovvero a ritroso partendo da una gag finale.
Non ci vogliono due minuti per entrare nel meccanismo mentale della narrazione e della creazione di gag.
Sono meccanismi che vanno studiati a tavolino, capiti.
Dopo un anno di tentativi, Bonvi mi disse che non riusciva più a seguirmi con frequenza. Un po’ per problemi suoi un po’ perché aveva capito che necessitavo di crescere ancora parecchio, non ero ancora pronto. Non mi chiuse la porta in faccia eh, mi disse solo che avremmo un po’ diluito gli incontri per darmi più tempo per crescere. Poi il terribile incidente che pose fine al tutto. A lui comunque devo l’avermi fatto scattare la scintilla per il fumetto, per la narrazione a vignette in sequenza, per l’arte sequenziale, come la chiamava il grandissimo Will Eisner. Rimane che quell’avventura continua tutt’ora.

Nella tua lunga carriera, hai incontrato tanti grandi maestri. Se dovessi scegliere tra fumettisti francesi e italiani, ognuno con la sua tecnica e la sua immaginazione, a quale nome affiancheresti Donald Soffritti?
Bella domanda. Come formazione iniziale direi che Giorgio Cavazzano, soprattutto quello extra Disney, mi ha catturato fin da subito. Ricordo che leggevo il Giornalino dove venivano pubblicate le storie di Capitan Rogers e passavo tanto tempo a guardare tutto nel dettaglio, i fondali i personaggi, come si muovevano e le espressioni facciali. Quel tipo di fumetto appartiene al genere grottesco che è quello che fondamentalmente mi sento più addosso. Il caricaturale. Da Cavazzano sono passato ad Asterix con i disegni straordinari del grande Uderzo. Ad oggi continuo a considerare tutta l’opera omnia di Asterix e Obelix la bibbia per qualsiasi disegnatore di fumetti umoristico. Dentro ci sono impaginazione, recitazione, narrazione, equilibri della tavola e della vignetta stessa, gags. C’è tutto. Ogni volta che prendo in mano un volume scopro sempre cose nuove. Con qualcuno che mi avesse seguito avrei scoperto molte cose in tempi minori ma nel fare fumetti c’è un tempo giusto per tutto. Non è mai perso niente.
Crescendo poi ho scoperto l’umorismo tagliente di Bonvi con le Sturmtruppen, oppure le battute esilaranti di Silver con Lupo Alberto. Il surrealismo unico, inimitabile di Jacovitti che ho sempre adorato.
Sbarcato professionalmente in Francia ho poi scoperto tantissimi autori strepitosi. Ne cito uno su tutti ovvero André Franquin. Stile franco-belga, umoristico, con un utilizzo della narrazione, dei neri e degli equilibri della tavola incredibili. Un grande maestro esattamente come Uderzo. Ovviamente tutti questi grandissimi artisti sono arrivati alla mia conoscenza gradualmente, man mano che scoprivo riviste o fumetti che trovavo spesso nei negozi di usato, spulciano per ore. Quando trovavo qualcosa di interessante erano sempre grandi soddisfazioni, come avessi scoperto un tesoro. In Italia il fumetto francese non arrivava come magari può arrivare adesso. C’erano le riviste contenitore che fortunatamente pubblicavano alcuni di queste serie strepitose e passavo ore a spulciarle, in cerca di qualcosa di interessante, impilate a caso, in un polveroso negozio di libri usati.
Non ci sono stati solo fumettisti o autori umoristici nella mia vita, ovviamente.
Adoro immensamente Sergio Toppi, Breccia, Raymond, Toth, Hergé, Chaland, per citarne solo alcuni. La lista aumenta man mano che crescendo se ne scoprono o riscoprono di nuovi. Dico riscoprono perché molti autori che ti passano sott’occhio, a volte, ti trovano non pronto al loro tipo di arte. Come ho detto prima, tutto ha il suo tempo. Il grande Romano Scarpa, uno tra i più grandi maestri Disney, è stato un autore che ho cominciato ad apprezzare a trent’anni, quando frequentavo l’Accademia Disney. Da bambino, di primo impatto aveva qualcosa che non mi attirava. Il dinamismo molto cartoon, quasi gommoso, era un qualcosa che non mi arrivava, anzi mi disturbava. Una volta che me lo spiegarono facendomi capire la grandiosità di quello che faceva, nella mia testa si è aperta una nuova porta allargandomi improvvisamente gli orizzonti. Adesso lo adoro.
Stesso iter per Carl Bark, inventore del mondo dei paperi e di Zio Paperone e Floyd Gottfredson, colui che sviluppò il mondo dei topi.
La lista comunque è lunghissima e in costante evoluzione, di gente brava oggigiorno ce n’è veramente tanta ed è sempre un piacere scoprire nuovi talenti.

…e poi arriva la famiglia di Paperino e co. Che rapporto hai con il mondo della Walt Disney, e quale personaggio più ti assomiglia?
Beh, il rapporto con il mondo Disney e con la Disney stessa è più che ottimo direi, sono 24 anni che mi sopportano! Hahaha!
La Disney l’ho sempre avuta nel cuore, è quella che ha fatto maggior breccia in me fin da piccolo. Nel momento in cui ho deciso di fare questo mestiere, il mio obiettivo era di diventare un loro disegnatore. Non è stato facile ma ci sono arrivato, e son grandi soddisfazioni. Sono ancora un autore in crescita, mi piace molto mettermi in discussione con l’obiettivo di migliorarmi. Di imparare alla fine non si finisce mai.
Non so quale personaggio mi assomiglia di più. Il mio nome è deviante… haha!
Diciamo che ho sempre adorato tantissimo Paperino Paperotto, Paperino da piccolo, con i suoi amici combina guai. L’ho disegnato per parecchio tempo e mi sono sempre divertito tantissimo.
Danno molto spazio alle deformazioni e alle espressioni facciali che per un disegnatore umoristico sono una vera e propria panacea.
Disney però non è solo Paperotto ovviamente ed è sempre meraviglioso scoprire o studiare personaggi nuovi, sia del mondo dei paperi che dei topi.
In questo periodo ho riscoperto Pico De Paperis, che sono andato a ripescare dall’animazione, e del nipote di Archimede Pitagorico, Newton.
Un personaggio non facile da disegnare è Topolino, soprattutto per le sue dimensioni ridotte e le sproporzioni di mani e piedi. Poi Pippo, altro personaggio straordinario. Per non parlare dei cattivi come Gambadilegno, Sgrinfia, Macchia Nera… Ogni personaggio comunque ha un suo perché e ogni volta che se ne affronta uno nuovo è sempre una piacevole scoperta.
In questi giorni sto riscoprendo il divertentissimo Paperoga, ad esempio, andando a ripescare le storie disegnate dal suo creatore, Al Hubbard.
Essendo tantissimi, è difficile essere preparati su tutti i personaggi in generale, li si affronta e studia di volta in volta, storia dopo storia. Ed è proprio per questo motivo che nel mondo Disney, un disegnatore non si annoia mai.

È difficile creare una storia e un personaggio? Da dove parti?
La fase creativa nel mondo del fumetto, ma nell’arte in generale, è sempre la parte più difficile ma anche la più bella.
Occorrono idee, possibilmente originali e non banali.
La realtà rimane sempre una fucina interminabile di spunti, basta avere gli occhi giusti per vederli.
Siamo circondati da cose che ci succedono o che succedono agli altri, e qui mi ricollego a quanto ho detto prima sulla necessità dell’uomo di condividere le proprie emozioni.
Da qui anche cinema e serie tv.
Si parte da un avvenimento e si cerca di svilupparlo a ritroso magari intrecciandolo con qualcosa di parallelo. In sostanza si parte da un’idea, per poi passare ad un soggetto che racconta in linea sommaria ciò che avviene nella storia per poi sviluppare l’intera sceneggiatura. Il soggetto viene diviso in tre parti principali, Incipit, corpo e desinit. In parole povere inizio, sviluppo e chiusura. Ogni parte viene sviluppata e descritta in scene fino a sceneggiatura conclusiva con tutti i dialoghi. Sì, non è una cosa immediata. Si scrive si cancella poi si riscrive e ricancella tantissime volte, per far tornare tutto ciò che avviene nella storia e con i giusti dialoghi tra personaggi. Il lavoro dello sceneggiatore è un lavoro di cesello, tutto deve essere collegato nel modo corretto e ottimale per la migliore riuscita della storia che si racconta.
Da qui passa tutto nelle mani del disegnatore che è il regista della storia da raccontare. Basandosi sulle richieste o indicazioni di sceneggiatura mette su carta, inquadratura dopo inquadratura, tutta l’intera storia. Prima sottoforma di storyborad per vedere se il tutto funziona e poi con i definitivi.
Per la creazione di un personaggio invece si parte sempre da un profilo psicologico. È importante conoscere chi è questo personaggio, che mestiere fa, che carattere ha, com’è la sua famiglia ecc. Più la descrizione del profilo è dettagliata più la realizzazione e lo studio a livello grafico riesce meglio. È ovvio che trattandosi di fumetto, ci sono delle stereotipie. Un personaggio, essendo statico deve comunque arrivare subito al lettore, deve essere codificato all’istante, almeno a livello grafico. Queste cose comunque avvengono comunque anche nel cinema. Quando c’è un cattivo, glielo leggi in faccia. Mi viene sempre in mente Il Buono il Brutto e il Cattivo, tanto per fare un esempio pratico. Lee Van Cleeff con le sue spigolosità facciali altri non può essere che un cattivo. Nel fumetto è uguale se non di più. Si enfatizza molto. Diverso invece è nel fumetto manga dove anche il cattivo è un figo della madonna e la sua cattiveria esce solo a livello psicologico. C’è molta introspettiva.

Ritornando indietro un pochino, quali progetti personali hai in cantiere, e per il futuro?
Bella domanda. Ne ho parecchi, anche di aperti, ma devo cominciare soprattutto a chiuderli. Essendo un creativo e amando la parte dell’idea più della realizzazione, inizio un sacco di cose ma per indole non ne porto a termine neanche una, o meglio poche. Il primo in cima alla lista è terminare la serie di paperizzazioni, visto che sono già ad un buon punto.
Ho poi un altro progetto personale legato al mondo dell’arte e ne ho un paio in fase di scrittura con altri due cari amici. In questo momento sto realizzando anche un numero di Comics & Science su sceneggiatura di Alessio Schreiner previsto per la primavera.
Le idee non mancano, come sempre, quello che è tirannassimo rimane il tempo. Disney me ne porta via parecchio e non ne rimane molto per fare altro. Ciò non toglie che essendo progetti a cui tengo molto io non stia facendo il possibile per portarli avanti, anzi…

Al Cinema Arsenale di Pisa in occasione del International Jazz Day 2016 hai presentato la splendida mostra: ”Birds in Jazz” Un’ incontro con il jazz ma altamente “paperizzato”.
Sì, è un progetto che ho iniziato per gioco nel 2014. Da disegnatore Disney e da amante del Jazz un giorno mi misi a paperizzare Charlie Parker. Era uno schizzo per un’idea di progetto che avevo per Topolino ma ahimè troppo di nicchia, quindi messa da parte. La cosa continuava a stuzzicarmi quindi ho cambiato un po’ il progetto e l’ho fatto per conto mio. La paperizzazione di per sé non ha copyright, è libera, ognuno può fare ciò che vuole purché non vada a pestare i piedi a personaggi conosciuti di cui ovviamente non si detengono i diritti. Il progetto dei Birds In Jazz, attualmente conta 12 paperizzazioni fatte in digitale e stampate su tela 50×70. In fase di lavorazione ne ho molti altri ma anche qui, fare un volume solo di jazz ho paura che rimanga sempre per pochi. L’idea è quella di una trilogia toccando più settori musicali, che ho già iniziato tra l’altro. Ogni illustrazione però mi porta via moltissimo tempo, soprattutto in fase di colore e come ho detto prima, il tempo mi è molto amico in questo periodo…

Come si diventa disegnatore della Walt Disney?
Innanzitutto bisogna essere un lettore di Topolino, per conoscere bene i caratteri, l’intenzione che c’è sempre dietro alle storie e il messaggio che Disney da anni porta avanti con costanza. Disegnare Disney è apparentemente facile ma nel momento in cui uno ci prova ecco che ci si rende conto che non lo è. Portare avanti personaggi creati da altri, mantenendoli integri nella loro indole iniziale, comporta una certa rigidità di interpretazione e regole. Con rigidità intendo il rispetto di quelle che sono le caratteristiche grafiche del personaggio, giocando in un range di interpretazione, che comunque c’è, limitato onde evitare di snaturare il o i personaggi stessi. Anzi dirò di più. Da un anno a questa parte, insieme con l’art director di Topolino Andrea Freccero, noi disegnatori stiamo restituendo ai personaggi quello che è loro e che nel tempo è stato troppo interpretato graficamente da noi. L’idea di interpretare i personaggi a piacimento li aveva un po’ snaturati, occorreva fare un piccolo passo indietro per far tornare tutte le cose al loro posto e farli brillare della loro luce, non della propria come disegnatori. Devo dire che il risultato è stato sorprendente.
Il percorso di studi migliore per arrivare ad essere un disegnatore Disney è inizialmente quello artistico, dove una buona base di disegno, anatomia e prospettiva “facilita” il lavoro di disegnatore. In alternativa le scuole di fumetto dove queste materie vengono insegnate e approfondite molto bene. Per passare al disegno Disney è fondamentale invece che ad insegnarlo ci sia un disegnatore che ci lavori da tempo. Ci sono molte regole e come tali non si possono improvvisare. Una volta c’era l’Accademia Disney dove i nuovi disegnatori, una volta selezionati, venivano formati per disegnare e raccontare il mondo Disney. Non era una scuola di disegno, non insegnavano materie base. I disegnatori selezionati erano tutte persone già altamente e qualitativamente preparate. Tutto il resto, legato alla recitazione, impaginazione, regia e disegno stesso dei personaggi lo si studiava li. A causa di un esubero di disegnatori, l’Accademia è momentaneamente chiusa. Fortunatamente molti di noi disegnatori insegna in qualche scuola di fumetto, quindi se ne ha l’intenzione è bene seguire quelle scuole che ne prevedono la presenza. Panini, che in questo momento è licenziataria di Topolino, è sempre aperto a nuovi talenti.
Soluzione alternativa è andare a bottega da un disegnatore, come si faceva una volta. Adesso seguire qualcuno lo si può fare anche online, incastrando al meglio le lezioni con il proprio lavoro.
Esistono anche ottimi manuali, sia di fumetto in generale che di fumetto Disney. Per il fumetto in generale mi sento di consigliare “Capire, Fare, Reinventare il fumetto di Scott McCloud”, edito da Bao Publishing, fatto veramente bene, esaustivo nelle sue 750 pagine. Erano tre volumi che Bao ha raccolto in un unico volumone.
L’altro, specifico Disney, che purtroppo è fuori catalogo e momentaneamente irreperibile è “Fumetto Disney – Manuale di sceneggiatura e disegno”. Era edito dalla Disney Libri, ora passata sotto la Giunti Editore. Speriamo che prima o poi lo rieditino. Nel frattempo, se si ha fortuna, lo si può trovare neii mercatini di usato.

Siamo alla fine della nostra chiacchierata, e mi dispiace davvero, avrei tantissime cose da chiederti ancora. Una domanda però la devo fare; data la situazione attuale del Covid, come la stai vivendo sia personalmente che con il lavoro?
Eh, maledettissimo Covid! Guarda, come disegnatore di fumetti, avendo scelto come tipo di vita la clausura, devo dire che in termini pratici non mi ha cambiato nulla. La vita di un disegnatore di fumetti è al tavolo da disegno, nel proprio studio prevalentemente a casa. Ci sono colleghi che insieme hanno aperto studi dove si ritrovano a lavorare e a socializzare, cosa non da poco. Però In linea di massima il nostro lavoro è un lavoro fatto in solitaria. Ce lo si gestisce come si vuole e no, non cascateci, non è sempre una fortuna. Lavorare da casa, adesso lo sapete bene anche voi, non vuol dire lavorare con agio calma e totale libertà, anzi… In una casa ci sono molte distrazioni che non devono diventare perdite inutili di tempo. Occorre essere molto rigidi e metodici. Se devi finire qualcosa spesso la porti avanti anche dopo cena, soprattutto quando si hanno scadenze, sabato e domenica compresi.
Molti amici non fumettisti che durante il lockdown si sono ritrovati a lavorare forzatamente in smart working mi hanno detto che hanno lavorato il doppio.
Quello che posso dire è che in questa situazione assurda che stiamo vivendo, dopo 24 anni di questo mestiere in una sorta di lockdown per scelta, mi sento normale.

Donald a nome della redazione di SOund36, ti ringrazio per averci concesso un po’ del tuo tempo, salutaci tanto i paperi e continua a farci sognare e farci ridere. See you!
Grazie di cuore a voi, è stato un vero piacere! Cerco di fare tutto il possibile e con il massimo impegno… Vi abbraccio!

Intervista: Alessandro Corona
Photo: Andrea Bighi

About the author

Alessandro Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

error: Sorry!! This Content is Protected !!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Con questo sito acconsenti all’uso dei cookie, necessari per una migliore navigazione. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su https://www.sound36.com/cookie-policy/

Chiudi