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COVER ART SECRETS # 2 JOY DIVISION: UNKNOWN PLEASURES

Marco Restelli
Scritto da Marco Restelli

Quei cento impulsi consecutivi di una stella che muore diventarono così in poco tempo un’immagine decadente e vincente

Con questa nuova rubrica abbiamo iniziato a percorrere un lungo itinerario volto a conoscere le copertine di album celebri, che sono da considerare a tutti gli effetti come delle vere e proprie opere d’arte. In alcuni casi, le cover hanno addirittura acquisito col tempo una sorta di vita propria parallela, in altre parole completamente scollegata dalla musica per la quale furono concepite. È certamente il caso di quella di Unknown pleasures del 1979, primo LP indipendente dei Joy Division la cui immagine, da una parte è per molti ancora oggi alquanto misteriosa, dall’altra è stata riprodotta in moltissimi modi, come ad esempio stampata su articoli di moda (magliette, o addirittura in rilievo su scarpe di pelle nera), spesso indossati da ragazzi assolutamente ignari della sua provenienza. Ciò che cercheremo in qualche modo di svelare è il suo significato reale originale, quello artistico in qualche modo voluto dalla band e il ruolo avuto dal designer – che ne è a tutti gli effetti l’autore – che riuscì a trovare la sintesi finale che tutti conosciamo.
Molti hanno visto in quelle onde bianche delle montagne, altri perfino un grafico di un elettrocardiogramma, o simili. La realtà è ben diversa perché la prima immagine fu pescata da Steven Morris, batterista della band, direttamente dalla Cambridge Encyclopaedia of Astronomy. Quella sorta di “montagne” non sono altro che la trasposizione grafica, da parte di uno studente d’astronomia (Harold Craft) di onde radio captate da un Osservatorio Astronomico di Puerto Rico negli anni 70. Si tratta di un grafico comparato di onde emanate da una stella morta, tecnicamente nota come Pulsar o stella di neutroni che derivano dal collasso di una supernova.
Alla fine anni 60 quei segnali avevano fatto pensare alla presenza nello spazio degli alieni (subito denominati Little Green Men), da parte degli studiosi che li recepirono per la primissima volta, senza riuscire a capire evidentemente che cosa fossero.
Quando Ian Curtis e compagni si presentarono nello studio del designer Peter Saville – collaboratore dell’etichetta Factory Records, fondata da Tony Wilson e Adam Erasmus giusto l’anno prima – avevano le idee ben chiare su quello che volevano, e proposero come concept di partenza quella immagine portando con loro la copia del grafico che, evidentemente, gli aveva comunicato delle emozioni. Tuttavia, si rimisero in toto all’estro e alla vena artistica del ragazzo il quale colse il suggerimento perché suggestivo e misterioso, nonché perfettamente calzante con la musica che quella copertina doveva contenere e nel contempo contribuire ad evocare. Come noto, il suono della band era decisamente oscura e malinconica, tanto che influenzerà band dark come Cure o Depeche Mode, quindi il suo intuitivo colpo di genio lo portà semplicemente ad invertire i colori del disegno: sfondo nero e onde della Pulsar in bianco, il tutto stampato su carta testurizzata.
La copertina originale non aveva alcun riferimento né al nome del gruppo, né al titolo del disco quindi l’alone di mistero che si portò dietro fu ulteriormente accentuato. Quei cento impulsi consecutivi di una stella che muore diventarono così in poco tempo un’immagine decadente e vincente, che aiutò a trainare il disco verso il grande successo. Ovviamente la voce si sparse presto e Saville iniziò una grande carriera che lo portò di lì a breve a collaborare con grandi nomi della musica come Roxy Music, l’accoppiata Brian Eno e David Byrne, gli Ultravox, i Duran Duran e Phil Collins, fra gli altri.
Ovviamente (squadra che vince non si cambia!) anche la splendida cover di Closer, successivo e ultimo disco dei Joy Division, fu opera sua…ma questa ovviamente è un’altra storia.

About the author

Marco Restelli

Marco Restelli

Originario di Latina, ma trapiantato ormai stabilmente a Bruxelles. Collaboro con diversi siti musicali. Collezionista di dischi dai primi anni '80, ascolto praticamente ogni tipo di musica, distinguendo solo quella che mi emoziona da tutto il resto.
In progetto: l'attività di promoter di eventi live di artisti emergenti nel Benelux. Sono orgogliosamente cattolico, ma ritengo che la tolleranza sia alla base delle relazioni umane. Se dovessi salvare un solo disco, fra i miei 3500, sceglierei "Older" di George Michael. La mia più grande passione, oltre alla musica: la mia famiglia e i miei tre bambini.

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