Recensioni

BjM Mario Bajardi – In Silence

Giovanna Musolino

Bajardi riesce a regalare emozione e bellezza

Il silenzio è una condizione che incute, spesso, timore. Il silenzio presuppone e impone essenzialità, rigore. Il silenzio affina l’attenzione, acuisce la percezione. Gandhi diceva: “In un atteggiamento di silenzio l’anima trova il percorso in una luce più chiara, e ciò che è sfuggente e ingannevole si risolve in un cristallo di chiarezza”.
Mario Bajardi, musicista siciliano attivo da quasi vent’anni, conosciuto e apprezzato in Italia e all’estero, sembra quasi invocare il silenzio al fine di predisporre la mente, più che le orecchie, all’ascolto di un disco complesso e ricco di sfumature. Una copertina essenziale, giocata su luci e ombre, chiari e scuri, che non lascia presagire il trionfo di sonorità che si paleserà all’ascolto del disco. Scultore elettronico, violinista, compositore, ma, soprattutto, artista in grado di cesellare finemente la musica, trattata come materia viva, plasmata con cura e attenzione.
Un’elettronica policroma, densa di sfumature, corroborata dall’uso di strumenti classici, come violino o piano. Sperimentazione mai disgiunta dall’emozionalità. Razionalità e pathos.
Dieci brani che sembrano raccontare una storia, descrivere un viaggio, un percorso interiore, con un prologo e un epilogo.
Il video di God is burning è paradigmatico di questo cammino introspettivo, doloroso ma liberatorio: con l’ausilio di un drone Bajardi riprende il suo primo violino, mentre brucia nel giardino di casa sua.
Lo strumento arderà lentamente, fino a ridursi a un pugno di cenere: un sacrificio necessario, quasi inevitabile; un fuoco che distrugge e purifica al tempo stesso; affrancarsi dal passato per intraprendere nuove strade; morte e risurrezione.
Sonorità e atmosfere diversificate caratterizzano questo disco: ora sembra quasi di percepire echi di pianeti distanti, come in Ark (Prologue) o Imp (Breath of Life); ora le sensazioni si velano di malinconia, verso un mondo irraggiungibile, o, forse, nostalgia di paradisi perduti (Iridescence, Aleare). In altri brani ancora, come in Magma, invece, sembra prevalere l’inquietudine.
Il disco si chiude con una bonus track What colors is God (Flow suite), una lunga suite demo rimasta alle prime stesure, che nasce da un lavoro di ‘taglia e cuci’ su vecchi frammenti dell’archivio di Bajardi e che, nei suoi oltre trenta minuti, sembra racchiudere tutta la varietà e la complessità dell’intero album, suggerendo quasi l’idea di una sorta di parabola esistenziale.
Un album non facile; una musica mai banale, che non intende far da sottofondo, che pretende attenzione profonda, ma che riesce a regalare emozione e bellezza.

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