Pop Corn

50 pagine al giorno- L’età fragile di Donatella Di Pietrantonio

Scritto da Giulia Carlucci

“L’amore più forte è quello capace di dimostrare la propria fragilità”, Undici minuti, Paolo Coelho

Non c’è un tempo che sia salvo dalla paura. Non c’è un’età in cui siamo più fragili. Meglio ancora. Siamo sempre fragili.
Donatella di Pietrantonio nel suo ultimo romanzo ci parla della fragilità: lo fa raccontandoci una storia e il suo attraversare trasversalmente tre generazioni.
È la storia di Lucia e di quella notte di 30 anni fa in cui si è salvata per caso. È la storia del suo rapporto con la figlia Amanda e dell’inquietudine di non poter proteggere un figlio per sempre. Amanda, che ha compiuto il suo slancio verso l’età adulta e si è trasferita a Milano a studiare. Amanda che una sera è tornata a casa con gli occhi spenti e si è chiusa nella sua camera, in uno di quei silenzi che più terrorizza.
“La vita segreta dei figli. Sappiamo che esiste, ma non siamo mai pronti a toccarla. Restano per sempre angeli senza sesso nel chiuso delle nostre teste. Indifferenziati, mai del tutto partoriti.”
Lucia vorrebbe proteggerla, salvarla, ma non può nasconderle che sotto il Dente del Lupo, in quel terreno che appartiene alla loro famiglia c’è quel che resta di un campeggio e soprattutto quel che resta di una notte in cui è successo qualcosa di terribile. Non può nasconderle quella ferita, forse perché è l’unica vera eredità che deve lasciarle. Non può nascondere a se stessa il senso di colpa di aver lasciato sola un’amica, e di non essere riuscita a sostenerne un’altra, scampata agli eventi e fuggita in un altro continente per sopravvivere.
Esiste un’età in cui non siamo fragili? La risposta alla fine di questa lettura è semplicemente no. Lo siamo sempre, da figli che si approcciano al mondo, da genitori che ne hanno fatto esperienza.
È fragile Amanda, che è stata respinta dalla città dopo il suo slancio verso il mondo. È fragile sua madre Lucia, costantemente preda della propria inadeguatezza, che mentre racconta la sua storia è dilaniata tra passato e presente, ferita come madre e come figlia in quella continua tensione tra ciò che è stato e ciò che non sappiamo come sarà.
“Mio padre mi chiede di accompagnarlo nel suo ultimo tratto, insiste che prenda quel terreno. A mia figlia devo restituire il mondo. Mi tirano ognuno dalla propria parte, al proprio bisogno. Mi spezzano”.
C’è poi l’età fragile per antonomasia, quella del padre di Lucia: vecchio e malato, che tuttavia nasconde in quella materiale fragilità una spinta affettiva verso il riscatto.
Sono fragili le relazioni tra le generazioni e sono fragili le generazioni stesse: ognuna a suo modo.  Fragili perché lo è la comunicazione. Lucia non parla con Amanda mai chiaramente, ha paura di mostrarsi fragile, ha paura dei propri fantasmi e della propria inadeguatezza.  Anche Amanda ha paura, forse di ammettere che non è ancora del tutto pronta a lanciarsi.
È una comunicazione che avviene a tratti, fugace e fraintendibile, fatta di sentimenti taciuti e segreti mai rivelati. Un rapporto regolato dal silenzio, così come quello con suo padre. Un silenzio però che racconta molto e che costituisce la linea narrativa.
Schemi comportamentali e relazionali che si ripetono inconsapevolmente, nel dialogo tra l’età innocente e quella presa di coscienza che è l’età adulta. Amanda che era partita con le luci della città negli occhi, con le borse piene dell’arroganza della sua età e di progetti, costretta a tornare nella provincia. Amanda spaventa sua madre che la vede per la prima volta svuotata e vulnerabile, e che in lei si riconosce e si trova faccia a faccia con la propria fragilità. Perché anche per Amanda Il suo luogo di speranza – la città- è divenuto luogo di paura a causa di un evento traumatico, quasi che sia un destino ereditato.
” È il destino delle madri, non poterli più proteggere, a un certo punto” A un certo punto perdiamo la presa sulla vita dei nostri figli. Vanno da soli e ci guardano spietati”.
Questa tensione si avverte nella costruzione narrativa, in cui il ricordo è un intreccio di passato e presente, in cui i due luoghi temporali si fondono, si specchiano e si raccontano. Domande che portano nuove domande, silenzi cui rispondono altri silenzi, ma in fondo guidano verso una speranza di rinascita proprio dalla terra di origine. Qui si trova il riscatto, perché “ormai nessuna molecola di quel sangue è nella terra, alle radici delle piante. Sono passati quasi trent’anni. Tutto è evaporato, trasformato, scomposto. Anche la natura dimentica. Ricresce su tragedie e disastri”.
Non esiste un’età che non sia fragile e non esiste un luogo in cui ci sia assenza di male. La città è rappresentata come accogliente ma poi subito ostile e pericolosa, così come però pericolosi sono anche i luoghi che pensiamo sicuri dell’infanzia. Proprio su questo tema poi il romanzo trova la sua conversione narrativa: la possibile vendita del campeggio è il terreno in cui le tre generazioni si confrontano e quasi tutto torna al suo posto.
Un romanzo sulla sopravvivenza e sulla fragilità come condizione necessaria, sulla famiglia e sulla comunicazione. Una scrittura che fa luce proprio nelle zona d’ombra dei non detti, e dei viaggi interiori dei protagonisti.
Non esiste un’età senza paura. Siamo fragili sempre, da genitori e da figli, quando bisogna ricostruire e quando non si sa nemmeno da dove iniziare e forse la nostra unica eredità sono proprio quelle ferite.
La nostra eredità è l’umanità.

About the author

Giulia Carlucci

error: Sorry!! This Content is Protected !!

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. Maggiori Informazioni

Questo sito utilizza cookie, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza e offrire servizi in linea con le tue preferenze. Con questo sito acconsenti all’uso dei cookie, necessari per una migliore navigazione. Se vuoi saperne di più o negare il consenso a tutti o ad alcuni cookie vai su https://www.sound36.com/cookie-policy/

Chiudi