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Emanuele Dabbono, Intervista + Recensione

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

“Mi è sempre interessato più lo scatolone con su scritto “fragile” che l’austero blocco di cemento”
Emanuele Dabbono

Emanuele Dabbono, sette album di cui due in inglese – “Vonnegut, Andromeda & The Tube Heart Geography” (LMEuropean, 2012) e “Songs for Claudia” (LMEuropean, 2012), entrambi pubblicati con lo pseudonimo di “Clark Kent Phone Booth”- e due libri all’attivo, un tour di 9 date nella East Coast, una carriera ventennale costellata di riconoscimenti (da ultimo il “Premio Un autore per la musica italiana 2018”) ha pubblicato recentemente per la “OrangeHomeRecords” il suo primo album live, “Leonesse”, registrato durante il concerto a “La Claque di Genova” lo scorso 21 aprile e prodotto con Raffaele Abbate.
Ad affiancare il cantautore varazzino – già autore di “Incanto”, “Il Conforto” (tre volte Disco di Platino), “Lento/veloce”, “Valore assoluto”, “Non aver paura mai” con Tiziano Ferro – una band imponente composta da Marco Cravero alla chitarra elettrica e classica, Fabrizio Barale alla lap steel e alla 12 corde, Michele Aloisi al basso, Fabio Biale al violino e ai cucchiai, Giuseppe Galgani e Matteo Garbarini alla chitarra elettrica, Gianka Gilardi alla batteria e percussioni.
“Leonesse” rivela, nel nuovo arrangiamento totalmente acustico, sfumature inedite di brani tratti dalla precedente discografia di Dabbono (“Totem”, “Trecentoventi”, “Scritto sulla pelle”, “La velocità del buio”, “Ci troveranno qui”), che si arricchiscono di vivificanti suggestioni sonore (si ascolti, ad es. “Corpi”, impreziosita da fascinazioni folk) e sorprendono per la riuscita combinazione di virtuosismo e immediatezza, rigore esecutivo e risonanza emozionale. 
I testi di Dabbono rifuggono, per dirla con Blumenberg, ogni “assolutismo della realtà” traducendosi in un elogio del dubbio, di quel “cercarsi in una domanda di troppo” che è il miglior antidoto alla nigredo dei nostri giorni.

Non è mai troppo tardi per scoprirsi coraggiosi bambini” canta in “Certe piccole luci”. Il cantautore ha, guccinianamente, “l’anima come un bambino”?
Ci si fa male ad essere sensibili. Ma si fa il bene di chi ci legge, ascolta. Scrivere senza filtri e maschere, con lo stupore bambino, credo sia l’arma di distruzione dei nostri cancelli adulti, che spesso da soli ci costruiamo e che ci impediscono di comunicare con schiettezza. Vivo la parola come il veicolo adatto per esprimere, lenire, curare, le emozioni talvolta taglienti che la vita mi ha messo in mano. Sta a me – come a chiunque altro scriva – fornirgli il carburante pulito di un ricordo cristallino.

Dopo l’esordio come scrittore, nel 2010, con il romanzo di formazione “Genova di spalle” (edito da “Albatros” e distribuito da Mursia”) nell’ottobre 2013 è uscita per “Albatros”una raccolta di poesie, “Musica per lottatori”. Da poeta, compositore e cantautore, come si pone rispetto alla vexata quaestio del rapporto poesia – canzone d’autore?
Magritte diceva – spiegando il quadro “L’impero delle luci” – che la poesia forse sta proprio nella contemporaneità di due contrari (come in quel dipinto erano il giorno e la notte). Io credo che la poesia vera sia la vita, i gesti minuscoli che ci colgono di sorpresa e ci regalano un sorriso che nemmeno capiamo sul momento. Quando la descriviamo possiamo solo raccontarla, con quanta più abilità abbiamo nel fotografarla a parole vere. Ma risulta sempre un po’come una voce riportata. L’originale è quello che ogni giorno tra la fretta e il caffè, gli impegni e gli incontri, non ci accorgiamo di vivere.

Rispetto all’ engagement dichiarato di brani quali “Disertore”, “Revolver”, “Ora lo so (Mostar)” o “Ho ucciso Caino”, il sodalizio artistico con Tiziano Ferro (costellato di successi quali “Incanto”, “Il Conforto”, “Lento Veloce”, “Valore Assoluto”) e certa sua più recente discografia (penso, in particolare a “Totem”) sembrano muoversi entro un orizzonte maggiormente intimista…mi sbaglio?
Merito di Tiziano Ferro, al quale sarò sempre grato, é stato quello di farmi percepire che avevo un lato nascosto. La tenerezza. Ho scoperto che era poi la parte che più raccontava di chi ero come essere umano. Mi è sempre interessato più lo scatolone con su scritto “fragile” che l’austero blocco di cemento. Mi interessa sentirmi coinvolto emozionalmente da un film, da un libro, da un dipinto, più che apprezzarne solo la forma. 
Credo viviamo un tempo cupo. Ma che possiamo provare a rendere piano piano più chiaro raccontando nelle canzoni, per esempio, che esiste la bellezza. Ognuno ha la sua, che è in grado di vedere. Va stanata, ma c’è ancora. Aspetta che la troviamo e la mostriamo a chi vede solo il buio.

Il concetto di lotta, che mi sembra essere molto presente nella sua produzione, è stato identificato da Calvino con “una spinta di riscatto umano, elementare, anonimo, da tutte le nostre umiliazioni.” E’ la stessa forza che anima le sue “Leonesse”?
Sì. Credo nella redenzione umana, la storia antichissima dell’uomo che crede selvaggiamente a un sogno che gli altri spesso trovano ridicolo. Ma avere un ideale verso cui tendere ci tiene vivi e ci migliora l’esistenza. Comunque poi vada a finire. Non posso nemmeno immaginare la mia vita fin qua, senza nemmeno una delle lotte a cui ho partecipato. Si combatte anche in faccende più private. Ognuno ha il suo campo di battaglia. Si lotta per tenere in piedi un matrimonio, per sapere comunicare amore ai propri figli, per sentirsi degni di chiamarsi esseri umani. 

In “Genova di spalle” (Albatros, 2010) “non ci si sente mai del tutto innocenti, non ci si sente mai del tutto colpevoli.” Il “Non sentirsi mai a posto/fino in fondo” (Siberia) sembra essere una sua costante artistica. Si sente, lilinianamente, un “criminale onesto”? Confesso di non aver letto “Educazione siberiana”. Mi immaginavo, nello scrivere questa canzone, il quadro “Il mare di ghiaccio” di Friedrich. Una sensazione straniante di desolazione mentre siamo circondati da un tutto che però non fa altro che ridurci la soglia dell’attenzione. Ci fa sedere su divani comodi in cui ognuno è chino su uno schermo a digitare il nulla. E il tutto ce l’avresti lì di fianco. “Siberia” è anche questo mio paese distratto che non si accorge degli ultimi. Anche se per chiamarci, loro urlano. Noi sembra badiamo spesso più alla tenue notifica di un altro social che, appena, ci chiama, ci trova sull’attenti. 

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