Recensioni Soundcheck

The Winstons – The Winstons

Carmelo Di Mauro
Scritto da Carmelo Di Mauro

The Winstons” è un mirabile esempio di come si possa fare musica guardando a prototipi lontani nel tempo ma talmente validi ed influenti da essere ancora attuali

Volevamo essere i…..e invece siamo i Winstons. Si potrebbe riassumere con una semplice battuta l’esperienza musicale che ci viene raccontata dall’album di debutto di questo trio in cui si ritrovano alcuni dei principali protagonisti del mondo musicale indipendente italiano. In realtà, l’operazione possiede solo in parte il profumo della semplice riproposizione. Al contrario, gode degli effetti di un rilevante lavoro di riadattamento dei generi e degli stili, che gli artisti hanno realizzato districandosi con suoni che sanno di “antico” per recuperarne la vitalità e la forza innovatrice.
I Winstons altri non sono che Roberto Dell’Era, bassista degli Afterhours, Enrico Gabrielli, polistrumentista che vanta collaborazioni con Calibro 35 e Mariposa, e Lino Gitto, musicista già coinvolto in diversi progetti di grande interesse.
Il disco inizia con “Nicotine freak”, brano che si apre con dei vocalizzi che forse vorrebbero riprodurre i suoni di una band californiana anni ’60. Lontani dagli esiti dei Beach Boys, i Winstons ci mettono poco a rendere più articolato il registro musicale del brano, inserendo dei fiati, proponendo una sessione ritmica dinamica e dilatando i tempi tanto da ricordare le produzioni dei Pink Floyd e di altre band di psichedelica dei primi anni ’70.
Un riferimento, questo, che trasuda anche dall’immaginario di cui la band si circonda, basti guardare alcune delle foto che circolano in rete da qualche settimana per rendersene conto.
L’impronta progressive è, invece, più marcata nel successivo “Diprodon” un concentrato di buone pratiche del genere, come emerge dall’uso della batteria e delle tastiere, intente a tracciare una linea di simulata improvvisazione.
“Play with the rebels” è il brano più incline al pop, quella traccia in cui matura il tentativo di trovare una mediazione tra i confini della forma canzone e quella spinta centrifuga che è propria del prog. Ne viene fuori un brano che inizia con dolce suono simile al flauto traverso e finisce con un nervoso incedere di batteria, due estremi che arginano il refrain più riuscito del disco.
La “svolta” pop viene però subito rinnegata con il brano successivo intitolato “On a dark cloud”. I tempi tornano a dilatarsi, la musica inizia a vincere il silenzio lentamente, per poi rimettere tutto in gioco con una seconda parte che vira decisamente verso sonorità inclini al jazz sperimentale.
Un nuovo cambio di direzione, in questo viaggio attraverso l’immaginario sonoro degli anni ’70, avviene con “She’s my face”, traccia segnata da un’intro alla Doors, e da un incedere in cui ti aspetti che prima o poi qualcuno inizi a cantare “….ashen lady…ashen lady….”.
Con l’intro di “A reason for goodby” torna l’impressione di essere finiti nella California della summer of love, ma la sensazione dura finché le tastiere, usate come avrebbe fatto il giovane Winwood al tempo di “Spencer Davis”, e un incedere più vicino al jazz, non riportano l’ascoltatore ad un presente di certezze e sperimentazione.
Propone invece un inusitato approccio rock l’inizio di “Viaggio nel suono a tre dimensioni”, una suite breve che potrebbe, però, dilatarsi all’infinito, divenendo sempre più intensa, fino all’esplosione sonora finale. Un pezzo perfetto per la conclusione di un concerto.
“The Winstons” è, in fondo, un mirabile esempio di come si possa fare musica guardando a prototipi lontani nel tempo ma talmente validi ed influenti da essere ancora attuali, e rinverdire così i fasti di una tradizione che ha costruito in Italia una scena di grande pregio capace, come poche, di mediare tra pop e sonorità psichedeliche o progressive. Un suono che ebbe uno dei propri momenti di eccellenza nell’album omonimo di debutto di “Acqua fragile” nel 1972.
Trait d’union tra i due mondi, chissà quanto in maniera inconsapevole, è stata la AMS Records, etichetta che oltre a pubblicare questo primo lavoro dei Winstons è stata anche la casa discografica degli ultimi lavori in studio di Bernardo Lanzetti, chitarrista che di quel mirabile progetto è stato una colonna portante.

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