Interviste

Raphael Gualazzi, Intervista

Claudia Erba
Scritto da Claudia Erba

Il gesto più grande di libertà che si possa vivere è proprio saper rinunciare alla libertà (R. Gualazzi)

Raphael Gualazzi torna dopo il successo dell’album Disco D’Oro “Love Life Peace” e del Platino di “L’estate di John Wayne” con l’album “Ho un piano” (Sugar Music, 2020), arrangiato da Stefano Nanni, che vede la collaborazione con produttori come Stabber, i Mamakass, Dade, Federico Secondomè, Fausto Cogliati e contiene il singolo sanremese, “Carioca”; felice commistione di sonorità sudamericane e urban.
Leitmotiv di un album che sembra essere un inno vertiginoso al contorsionismo della fusion e del crossover stilistico è la personale rivisitazione gualazziana dello stride piano, fulcro germinale di un universo artistico che-parafrasando Greta Panettieri- potremmo definire shattered/ sgretolato.
Gualazzi, ora dissacrante ora intimista nella narrazione, colta e popolare al tempo stesso, alterna, di volta in volta, distruzioni e inedite riedificazioni sonore, con l’approccio ludico, l’estro visionario e l’iconoclastia compositiva e performativa di un autentico enfant terrible del jazz internazionale.

Tre brani del suo ultimo disco, Immobile Aurora, Vai via e Broken bones, sono stati prodotti, arrangiati e suonati insieme ai Mamakass (collaborazioni con Ghali, Dargen D’Amico, Mezzosangue, Meg, Galeffi, Subsonica, Coma Cose). Artigianalità, sperimentazione e internazionalizzazione delle sonorità sembrano essere alcuni degli imperativi kantiani di Fabio Dalé e Carlo Frigerio…mi sbaglio? Come è nato il vostro connubio artistico?
Certe volte non c’é bisogno di parlarsi troppo. Ci si “annusa” e, una volta realizzato che si ha a che fare con due grandi professionisti che hanno il tuo stesso amore spassionato per la buona musica e lo stesso rispetto nel trattarla, si può solo migliorare insieme.

Quella cantata da Gaber è, se vogliamo, una libertà di ispirazione rousseauiana, non priva di una connotazione politica.
Lei sembra sottolineare, invece, ne “La libertà”, tutte le contraddizioni di un ventaglio di possibilità esistenziali contrastanti (“A cosa mi serve la libertà se possiedo tutto di tutti ma alla fine non mi rimane niente, niente, niente, niente di nessuno”), fino ad indagare, con una buona dose di autoironia, il paradosso di certi rituali quotidiani (“a cosa mi serve la libertà se prendo il caffè perché non voglio dormire ma poi prendo una tisana per tentare di farlo, e qualche calmante”)… E’ così?
Credo che il gesto più grande di libertà che si possa vivere è proprio saper rinunciare alla libertà stessa per ritrovarsi liberi dalla libertà.
In questo momento particolare, dove i cieli si rischiarano, le acque si ripuliscono, i rapporti tra le persone costrette a condividere la quarantena o separate dalla stessa si chiarificano, migliorano o degenerano, le sicurezze economiche crollano per lasciarci soli con la nostre esigenze sociali e intellettuali e così via si pensa ancora di più… “a cosa mi serve la libertà?”

“E ora guarda chi si rivede all’orizzonte, non è un rinoceronte ma zattere di clandestini senza neanche più sudore in fronte, seccati come aringhe da un Re Sole che non ha più umanità” canta in “Italià”.
In un’intervista ha dichiarato che qui la satira è solo un pretesto e che in realtà il brano non vuole prendere una posizione politica, ma contestare l’approccio etico, oggi imperante, della deresponsabilizzazione. La preoccupa questa inflessione narcisistica del postmoderno? La deresponsabilizzazione, a livello individuale, non finisce per ampliare a dismisura la platea dei presunti colpevoli?
L’immigrazione è un tema delicatissimo collegato anche allo sfruttamento dei paesi del terzo e quarto mondo e dunque allo sfruttamento dell’ambiente in cui viviamo. Ho visto politici europei puntare il dito verso l’operato italiano, con il solo scopo di autopromuoversi attraverso lo stesso atteggiamento xenofobo che alcuni italiani a volte hanno. Entrambe le parti si sono rese ridicole perché, in momenti di difficoltà (difficoltà causata dagli sbagli di tutti, perché tutti siamo stati colonialisti sfruttando popolazioni con la scusa di erudirle), è più opportuno unire le forze e affrontare assieme il problema anziché alzare dei muri giudicandosi. Lo stesso atteggiamento si è ripetuto anche per i fatti attuali riguardanti il virus che conosciamo. Un po’ di dialogo e di umiltà non guasterebbero nelle relazioni della politica internazionale.

Lei viene dal jazz, per antonomasia linguaggio “meticcio”.
A livello sonoro il suo ultimo album (Ho un piano, Sugar 2020), è estremamente eterogeneo: substrato jazz, innesti elettronici, suggestioni rétro, urban e inflessioni cubane, ritmiche da marcetta in piena tradizione teatro-canzone… Qual è la chiave per scongiurare ibridazioni poco autentiche, per coltivare un’estetica della contaminazione che non risulti forzata o comunque azzardata?
Il comune denominatore di una progettualità eclettica è nel titolo stesso dell’album: il pianoforte come epicentro creativo, oltre che una grande passione e rispetto per la musica, condivise con persone che la amano e rispettano altrettanto.

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