Interviste Soundcheck

Octoside, Intervista

Sentire le persone che si mettono in relazione con la nostra musica è un momento magico che ripaga delle ore passate a sudare o rabbrividire nella nostra sala prove sotterranea.

OctoSide nasce come un side project, raccontateci meglio…
All’epoca suonavamo entrambi in una band alternative rock insieme ad un paio di nostri amici. Suggestionati dall’influenza di artisti come Nick Cave e PJ Harvey, ci siamo detti ‘proviamo a registrare qualche pezzo acustico, un po’ malinconico, un po’ creepy’. Ed è così nata John Doe, la nostra prima canzone, che risente decisamente, sia nel testo che nella musica, dell’influenza delle Murder Ballads di Nick Cave & the Bad Seeds. Allora pensavamo veramente di limitarci ad un piccolo progetto parallelo, per soddisfare la nostra voglia di suonare musica un po’ più tranquilla, intimista e ‘d’atmosfera’ rispetto a quella del nostro gruppo principale: per esempio, Mari è passata dalla chitarra elettrica al piano e il nostro sound è diventato più cupo…ma anche più personale. Così, eccoci ancora qui: da side project, gli OctoSide sono diventati la nostra band principale e, per ora, unica. Ma il riferimento al side è rimasto nel nome, a ricordarci come siamo nati, e inoltre perché suona bene.

Che tipo di storie suonate, raccontate e volete far arrivare a chi vi ascolta?
A volte ci definiamo ‘creepy storytellers’, poiché in molte canzoni raccontiamo storie di passione, amore tormentato, e morte. Ci piace partire da tematiche ‘classiche’ che prendono spunto da generi letterari come il giallo, il noir o, perché no, il western, e creare piccoli racconti in musica. Questo fa sì che, dal punto di vista compositivo, il genere delle nostre canzoni sia fluido, e si adatti il più possibile ai testi. Ecco che, per esempio, in John Doe ci sono suoni che rimandano alle colonne sonore degli spaghetti-western e dei thriller alla Tarantino, in Dolls prevalgono il piano e le chitarre morbide, mentre Cruel Sister, il cui testo è una murder ballad tradizionale inglese, è in tutto e per tutto un pezzo folk.
Nonostante il lieto fine non la faccia da padrone nei nostri pezzi, un pizzico di ironia e di stranezza non mancano mai; Tim Burton insegna.

E’ da poco uscito il vostro ep Ended Plays, con quale spirito siete arrivati a questo punto?
Il progetto OctoSide è nato tra le mura di casa, e abbiamo per molto tempo fatto le cose da soli, anche in termini di registrazione: abbiamo composto, prodotto, registrato e mixato i nostri primi pezzi nel più puro stile DIY. Questo forse perché è un progetto che sentiamo come molto personale, ed è difficile accettare che qualcun altro ci metta le mani.
Tuttavia, verso la fine del 2015 abbiamo sentito la necessità di fissare, con l’aiuto di un professionista addetto ai lavori, alcune delle nostre canzoni per fare un salto di qualità anche in termini di suoni, e mettendoci alla prova in studio.
Sentiamo che i quattro pezzi che compongono l’EP definiscono il percorso compiuto fino a qui, e sono al contempo uno sprone a migliorare e continuare su questa strada.

Siete molto apprezzati per le vostre performance live,che significato date alla dimensione del live?
Suonare dal vivo è la cosa che ci piace di più, e negli anni abbiamo suonato in qualsiasi situazione: per strada, durante buffet e cene, su palchi grandi e piccoli, in condizioni favorevoli e avverse. In elettrico e, spesso, in acustico. Da questo punto di vista, essere in due ci permette di adattarci a contesti diversi, e negli anni ci siamo fatti accompagnare da diversi musicisti in singoli eventi o per periodi più o meno lunghi. Luca, il batterista che ha registrato le tracce sull’EP, ha suonato con noi per diverso tempo e ogni volta che torna a trovarci a Torino lo incastriamo in un concerto insieme. L’ultima volta è stata poco tempo fa, e ci siamo ritrovati di nuovo insieme sul palco senza neanche aver fatto una prova prima; questo dimostra la sua bravura!
Dopo l’uscita di Ended Plays ci stiamo rimettendo al lavoro per trovare date e sviluppare al massimo l’impatto live. Sentire le persone che si mettono in relazione con la nostra musica è un momento magico che ripaga delle ore passate a sudare o rabbrividire nella nostra sala prove sotterranea.

Torino è la vostra città, cosa vi ha dato musicalmente parlando?
Torino è una città particolare; da che abbiamo memoria ci sono sempre stati tantissimi concerti da andare a sentire, e tantissimi gruppi anche molto validi che suonavano e crescevano, di tutti i generi. Non è raro conoscere persone e scoprire che anche loro suonano. Ci sono poi alcuni locali dove si può assistere a dei concerti davvero speciali. Da questo punto di vista, siamo sempre stati ‘viziati’, dal momento che ogni sera, se si vuole, si può scegliere tra qualche concerto a cui andare.
Allo stesso tempo, forse proprio per l’altissimo numero di band, è difficile emergere; i locali non sono molto disposti ad investire sugli artisti, con il risultato di appiattire un po’ il livello. E purtroppo anche tra i gruppi spesso non c’è quel sostegno e quella complicità che ci si aspetterebbe.
Nel nostro caso, il fatto di suonare un genere abbastanza particolare e poco mainstream rende le cose un po’ più complicate. A Torino siamo nati e cresciuti (personalmente e musicalmente parlando), ma la nostra musica non vuole rimanere legata ad un singolo territorio.

About the author

Annalisa Nicastro

Mi riconosco molto nella definizione di “anarchica disciplinata” che qualcuno mi ha suggerito, un’anarchica disciplinata che crede nel valore delle parole. Credo, sempre e ancora, che un pezzetto di carta possa creare effettivamente un (nuovo) Mondo. Tra le esperienze lavorative che porterò sempre con me ci sono il mio lavoro di corrispondente per l’ANSA di Berlino e le mie collaborazioni con Leggere: Tutti e Ulisse di Alitalia.
Mi piacciono le piccole cose e le persone che fanno queste piccole cose con amore e passione

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