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Massimo Zamboni @ Centrale dell’Acqua

Giovanna Musolino

Massimo Zamboni ha dato vita il 9 novembre alla Centrale dell’Acqua di Milano a Sonata a Kreuzberg

In questi giorni in cui le commemorazioni per il trentennale della caduta del Muro si susseguono vorticosamente, spesso infarcite di vuota retorica, è inevitabile riandare con la mente a trent’anni fa: si fatica enormemente a ricordare come fosse il mondo allora, se migliore o peggiore sono le nostre convinzioni personali a decretarlo, certamente diverso. Si può celebrare nel modo altisonante, proprio di tromboni intellettualoidi, che portano sulla scena il trionfo dell’ovvietà, oppure la celebrazione può assumere i toni più pacati e genuini del ricordo personale e sentito, privo di banalità o intellettualismi di sorta. Ed è proprio una rievocazione intima e sincera quella a cui Massimo Zamboni ha dato vita il 9 novembre alla Centrale dell’Acqua di Milano, servendosi delle arti nelle quali è maestro, vale a dire le parole, tratte da Nessuna voce dentro- Un’estate a Berlino Ovest e la musica di Sonata a Kreuzberg, uno dei dischi più belli del 2018, che ripercorre la Berlino musicale dei primi anni Ottanta, quella Berlino che ha giocato un ruolo così importante nella vita del musicista, incontrata, per la prima volta, nel 1981: “Certo si rimane perplessi. Incitato dalla propaganda occidentale mi aspettavo una diga olandese, i bastioni di Troia, di Micene, di Babilonia. Macché. Mi trovo di fronte a un prefabbricato di cemento alto un par di metri, del tutto identico alla cinta che delimita il perimetro di una qualsiasi fabbrica di periferia: Questo sarebbe il Muro. La sensazione non è la delusione, piuttosto quella di trovarsi davanti a una lingua intraducibile. Contro quella parete preme tutto il mondo conosciuto”.
Sul palco (che, in realtà, non c’è, per cui musicisti e spettatori sono sullo stesso piano!) Massimo Zamboni al basso e voce, Angela Baraldi alla voce e Cristiano Roversi, alle tastiere, percussioni e programmazione: tre artisti in perfetta sintonia che omaggiano Berlino, attraverso brani, inediti e cover, in vario modo connessi alla città. Artisti più o meno noti (Lou Reed, Nico, Einstürzende Neubauten, Weill-Brecht, D.A.F., Fehlfarben) sono reinterpretati in modo del tutto personale. La musica è pervasa da inquietudine e pathos. L’elettronica è preponderante, ma essenziale, asciutta, scarnificata, martellante, allucinata, alienata e si alterna a ballate più intime, in cui è il pianoforte a dominare. Massimo abbandona la chitarra a favore del basso e ci regala la sua bella voce, a riprova della sua voglia di sperimentare sempre nuove strade e varcare confini. Angela Baraldi si conferma una delle più belle voci in circolazione, la sua interpretazione è intensa e potente: ora graffiata e sgangherata (Alabama song), ora inquietante e allucinata (Ein Dunkel herr), ora dolce e delicata (Afraid e Berlin). L’ottimo Roversi disegna l’intelaiatura sonora con perizia e maestria. I brani musicali si alternano alle letture fino ad arrivare all’acme emozionale con Noia e Allarme e solo chi si è svezzato musicalmente con le canzoni dei CCCP può comprendere cosa si provi: “Ma il compito del grande rock è proprio questo: musicare speranze
Il concerto termina, il pubblico invoca il bis e il bis non può che essere sui generis: la lettura di una poesia di Wolf Biermann, poeta tedesco che chiese e ottenne la cittadinanza della DDR, per poi esserne espulso in seguito a critiche al suo governo:
(…) “Canto la pace in mezzo alla guerra
Ma canto anche la guerra in questa
trimaledetta assassina pace
che è una pace di cimiteri
che è una pace dietro i reticolati
che è una pace sotto il manganello
E perciò canto la guerra rivoluzionaria
per i miei compagni tre volte traditi
e anche per i miei compagni traditori:
In tenace umiltà io canto la r i v o l t a”
E non si può non concludere con ancora una citazione da Nessuna voce dentroOra che di rinnovare barriere si arma quotidianamente il mondo, il simbolo murario è la manifestazione più concreta ed eterna del fallimento non di un regime, ma dell’esperienza umana tout court”.

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