Non entra, Venere. Si impone. E lo scorso 24 marzo, sul palcoscenico del Teatro Politeama “Mario Foglietti” di Catanzaro, tra le pieghe della programmazione plasmata dalla sovrintendente Antonietta Santacroce, questa entità si è fatta domanda viva: che cosa resta della bellezza quando non può finire? Venere Nemica si muove lungo questo quesito senza cercare riparo.
La Venere interpretata da Drusilla Foer (creatura scenica di Gianluca Gori, artista che ha attraversato teatro, musica, televisione, letteratura, costruendo un linguaggio personale, una presenza capace di tenere insieme eleganza e pensiero) è tutta nella sua condanna: perfetta, eterna, immobile. Ed è proprio questa perfezione a renderla tragica. Perché ciò che non cambia non vive e ciò che non vive non può nemmeno consumarsi.
Quella di Venere è una bellezza imperdonabile. Non perché ecceda, ma perché non conosce utilità. Non sfiorisce, non cede, non si rompe finché non si prosciuga per curare un prolungamento di sé. E allora non racconta il tempo, non attraversa la perdita. Non si cala nell’esperienza essenziale che rende umano anche l’amore, finché non ne smarrisce il controllo.
Eppure la divinità ha bisogno di legittimazione. Non di adorazione, ma di essere creduta senza che nessuna religione le scippi il primato. Un dio esiste solo se qualcuno ripone in esso fiducia (la fede è una costruzione a cui il politeismo non concede alcun credito). Senza lo sguardo altrui che la appaga, la dea resta una forma vuota. Venere non teme la morte ma l’irrilevanza. E in questa paura si scopre paradossalmente, più umana degli uomini, ora che lasciato l’Olimpo vive a Parigi e vaga sulla terra e non più tra le onde.
Il mito (quello di Amore e Psiche a cui Apuleio offre spazio aprendo la strada a prove di forza e scontri impietosi, così vicini alle metamorfosi umane) che rende leggibili le contraddizioni di ogni epoca e di ogni vivente restringe il campo dell’azione fino a diventare riconoscibile. Non più distante, ma prossimo. Una madre e una giovane donna. Una suocera e una nuora. Si confrontano senza ironia di superficie: qui il conflitto è radicale. Psiche, mortale, porta con sé ciò che Venere non può avere: il tempo.
E finire diventa un privilegio.
Gli esseri umani divorano la vita proprio perché sanno di dover morire, arsi a loro volta dallo scandire finito dell’esistenza. È in questa misura che possono davvero farsi investire dall’urto della realtà, senza difese, senza eternità a proteggerli. Ogni gesto è irripetibile, ogni legame esposto.
Venere invece resta. E restare è la sua pena. Un’eternità che non evolve, che non compie, che non concede tregua.
Nel rapporto con il figlio tutto coagula. Amore è il punto di contatto con l’umano, ma anche il luogo della perdita. Venere lo ama, ma non sa lasciarlo. E allora l’amore si irrigidisce, diventa trattenimento, in cui protezione e possesso coincidono.
Psiche, al contrario, è attraversata dalla carnalità. Fragile, imperfetta, viva. Quando Venere è forma, Psiche è movimento.
Nell’incedere di questa tensione, accanto a Drusilla, l’attrice Elena Talenti (nei panni di Psiche) costruisce un riflesso equilibrato e denso. La distanza tra le due esperienze artistiche diventa una qualità: da una parte la stratificazione di Foer, con la sua ironia caustica e sofisticata, capace di aprire fenditure nel presente tra critica all’ego e improvvise sospensioni, dall’altra una essenzialità che accoglie e restituisce. Proprio lì (ove non manca un contrappunto da cabaret tra canto e danza) emerge una vena più intima, fatta di intelligenza e introspezione, di una purezza che sorprende.
La scrittura dello spettacolo fonde la sensibilità di Drusilla Foer e di Giancarlo Marinelli, trovando nella regia di Dimitri Milopulos una sintesi impattante mentre la produzione artistica di Franco Godi per Best Sound sostiene l’architettura scenica senza mai invaderla.
Alla fine, resta la voce. Un canto toscano, a cappella, condiviso da chi ha animato la scena, una nenia antica. Non chiude, non consola. Lascia spazio alla consapevolezza che il teatro accarezza e nutre chi lo frequenta, lo assimila, lo respira. Venere si fa sorella e specchio dell’incrinatura. Mostra che la vera condanna non è la morte certa bensì la certezza di non dover incontrare mai la Nera Signora. E che solo chi accetta il limite, fino in fondo, può davvero amare ed essere amato. Credere ed esser creduto.
Si ringraziano:
Domenico Iozzo: Ufficio Stampa Teatro Politeama di Catanzaro
Anna Trapasso : Social Media Manager Teatro Politeama di Catanzaro
Antonio Raffaele: crediti fotografici

