Interviste

Leda

Il nome Leda ha diversi rimandi, ma per noi si riferisce soprattutto a Leda Antinori, partigiana fanese, protagonista di una storia di antifascismo del nostro territorio

Leda è una band marchigiana attiva da otto anni sulla scena indipendente italiana. Un nome che fluttua tra Mito e Resistenza, quattro diverse influenze artistiche che si sono incontrate e hanno dato vita a una nuova identità musicale che invito ad ascoltare. E poi un caro ricordo di una speciale collaborazione. Potete conoscerli qui.

Come è nata la vostra realtà musicale di band e da cosa deriva la scelta del nome “Leda”?
I Leda nascono alla fine del 2018 dall’incontro di musicisti che avevano già alle spalle percorsi diversi e che decidono di mettersi a suonare insieme. Dopo il primo album Memorie dal futuro arriva la formazione attuale con cui pubblichiamo il secondo disco, Marocco Speed. Il nome Leda ha diversi rimandi, ma per noi si riferisce soprattutto a Leda Antinori, partigiana fanese, protagonista di una storia di antifascismo del nostro territorio. La Resistenza è stata fatta anche di tante piccole storie, spesso lontane dai grandi racconti ufficiali. Le nostre montagne marchigiane sono state teatro di molte vicende, di tante Leda e proprio qui è nata la Banda Mario, una delle prime bande partigiane multietniche. Sono storie di persone che hanno creduto in un ideale che sentiamo ancora nostro, al punto da farne una scelta di vita, mettendo in gioco tutto. Ci piaceva rendere omaggio a una di queste persone, ricordando che la grande storia è fatta di vicende locali, di donne e uomini che spesso non hanno avuto tutta la visibilità che meritavano, ma che hanno contribuito a cambiare le cose.

Quali sono le vostre principali influenze?
Sono tante, perché ognuno di noi porta nel gruppo il proprio vissuto, i propri ascolti e la propria sensibilità. Ci sono cose che ci accomunano e altre anche molto diverse ed è proprio dall’incontro tra queste differenze che nasce il nostro suono. Il filo rosso è la ricerca: lavorare sulle parti, sulla distorsione e sulla melodia, cercando un equilibrio che ci rappresenti e che sia riconoscibile. Ci interessa che la musica arrivi alle persone senza troppe sovrastrutture, che abbia una sua identità e riesca a trasmettere qualcosa senza dover spiegare tutto a parole.

Solitamente qual è il vostro modo di comporre musica e testo?
Di solito nasce prima la musica. Spesso partiamo da improvvisazioni in sala prove, momenti in cui si suona senza sapere esattamente dove si andrà a finire. Poi Serena riprende quel materiale, lo riorganizza e ci costruisce sopra una melodia. È un processo particolare, perché la melodia spesso arriva come un’onda e il testo è già dentro quel movimento, quasi ne fosse una parte naturale. Altre volte qualcuno arriva con un riff o un’idea più definita, che poi sviluppiamo tutti insieme. I testi, fino a oggi, sono stati scritti da Serena, con un’eccezione importante nel primo album Memorie dal futuro, nato anche dal lavoro a quattro mani con lo scrittore Francesco Ferracuti. La scrittura musicale invece, è sempre un lavoro collettivo del quartetto. Ognuno mette qualcosa di proprio e la canzone prende forma attraverso l’ascolto reciproco, le prove, i tentativi.

Avete collaborato anche con Paolo Benvegnù, cosa ricordate di quel momento?
Paolo manca a chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e manca alla musica italiana. Con noi è stato molto generoso: credeva nel progetto e gli piaceva “Tu mi bruci”, la canzone a cui ha partecipato. Ha registrato le parti vocali e strumentali con grande cura, in un confronto sincero che ci ha lasciato una testimonianza concreta della sua disponibilità e della sua capacità di ascolto, qualità non facili da incontrare.
Paolo era un artista sensibile, che non sempre ha ricevuto il riconoscimento e il sostegno che avrebbe meritato. Ricordiamo soprattutto la persona: non ha mai mollato, presente con ironia arguta, capace di passare da un discorso impegnato alla cazzata più leggera. Aveva un modo gentile, intelligente e amabile di stare al mondo e di parteciparvi. Sapeva fare della sensibilità un’arma. Ha scritto bellissime canzoni che continueranno a emozionare.

Quali sono i futuri progetti di Leda?
Stiamo scrivendo nuove canzoni e cominciamo a sentire che ci sono le condizioni giuste per pensare a un terzo disco. Negli ultimi anni abbiamo vissuto un’esperienza importante con il “Teatro delle Albe”, accompagnando per tre stagioni dal vivo Don Chisciotte ad ardere, l’opera triennale diretta da Ermanna Montanari e Marco Martinelli. Da lì, c’è stato qualche concerto, soprattutto la partecipazione al FemArt Festival in Kosovo, considerato uno dei più grandi festival femministi dei Balcani, un’esperienza non consueta in un luogo magnetico e in fermento.
Non abbiamo mai voluto forzare i tempi. Non avere le pressioni di una grande etichetta, da questo punto di vista, ci lascia una libertà preziosa: quella di fare musica quando sentiamo che è arrivato il momento, quando abbiamo qualcosa che vale la pena mettere fuori. Adesso stiamo lavorando proprio in questa direzione, senza fretta, ma con la voglia di dare una forma nuova a quello che siamo diventati.

Line up LEDA:

Serena Abrami: testi, voce, synth.

Enrico Vitali: chitarra.

Giorgio Baioni: basso.

Fabrizio Baioni: batteria.

About the author

Annalisa Michelangeli

Annalisa non vivrebbe un giorno senza parole e
musica. Perde ogni cosa, ma non i concerti che ama.
Curiosa, ama viaggiare.

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