Nato a Pietra Ligure nel 1953, Francesco Bova è persona assai eclettica: docente di scienze umane giornalista, saggista e autore di romanzi, vive da anni nell’hinterland milanese, ove si dedica con costanza e passione alla scrittura. Tra gli autori ai quali si sente più visceralmente legato, esattamente come la sottoscritta, spicca la figura di Cesare Pavese, l’autore langarolo che ha consegnato ai posteri pagine d’indimenticata bellezza, e che si sarebbe tragicamente tolto la vita il 27 agosto del 1950.
L’incontro telefonico tra me e Francesco è avvenuto, per una mia precisa volontà commemorativa proprio la mattina dello scorso 27 agosto. E, fin dalle prime battute, quella che sarebbe dovuta essere una “semplice” conversazione sul suo ultimo libro Chi ha rapito Cesare Pavese? (Meligrana, 2025) si è convertita in una discussione vibrante e accorata sul Nostro Autore d’elezione, nonché sul sempiterno valore degli incontri nati all’insegna della Parola letteraria, quello stesso che a Francis Scott Fitzgerald faceva dire: «Questa è la parte più bella di tutta la letteratura: scoprire che i tuoi desideri sono desideri universali, che non sei solo o isolato da nessuno. Tu appartieni.»
Francesco, come nasce il tuo ottavo libro?
Quella di Chi ha rapito Cesare Pavese? è una trama che mi portavo dentro da tanto tempo, certamente sin dal mio esordio narrativo con La Leggenda dei pesci bambini, pubblicato la prima volta nel 2004 da Giulio Perrone e ripubblicato da Meligrana l’anno scorso. Credo, anzi, che i due libri siano uno lo specchio dell’altro, perché anche allora i miei personaggi – primo tra tutti Luca, il protagonista, un professore appassionato di pesca che trascorre l’estate in un piccolo borgo sulla collina ligure e, quasi suo malgrado, si ritrova a indagare su una torbida vicenda di omicidio avvenuta molti anni prima – entravano idealmente in dialogo con tutto l’universo simbolico pavesiano, dalla fascinazione per le colline allo scavo retrospettivo nella memoria collettiva e personale. E già a quel tempo, in effetti, qualcuno disse, lusingandomi molto, che non solo si riconosceva nella mia scrittura la chiara influenza dello scrittore piemontese, ma che io potessi addirittura essere una sorta di alter ego di Pavese…
Come la prima, anche questa tua ultima opera ha un titolo affascinante ed enigmatico: ce ne sveli il segreto?
Nessun segreto. Ma un gioco metanarrativo e semantico, sicuramente sì. Il perno è costituito dal verbo ‘rapire’: ho voluto che, per tutto il corso del romanzo, i lettori fossero spinti a chiedersi chi avesse rapito chi. É il giovane protagonista, uno scrittore in cerca della propria identità letteraria, a concepire il piano di rapire Cesare Pavese in quella torrida estate del 1950 per impedirgli di portare a termine il suo doloroso proposito suicidiario, o al contrario, è Pavese ad aver rapito la sua mente, fino a far divampare in lui l’incontrovertibile desiderio di farselo amico? Questo è l’incalzante interrogativo che attraversa l’intero romanzo.
Anche il piano spazio-temporale, nel romanzo, ha una enorme rilevanza…
Certamente. Il mio personaggio si sposta su un magico treno a vapore, che non percorre soltanto lo spazio permeato dalla presenza di Cesare Pavese, ma soprattutto il tempo e oscilla tra gli anni Ottanta e gli anni Cinquanta dello scorso secolo. Inoltre, il mio giovane scrittore sceglie di andare a vivere in una stazioncina ferroviaria abbandonata, del tutto simile nelle fattezze a quella che io stesso raggiungevo in bicicletta, accedendovi da una strada sterrata, e dove ho abbozzato i primi capitoli di questa storia, semplicemente annotandoli su un taccuino…
Viene allora spontaneo chiederti quale tra i libri di Pavese, ti abbia rapito…
Credo di aver letto tutto Pavese, che è stato un grande e mai dimenticato amore della mia adolescenza, per cui non mi è facile scegliere, ma se, dovessi basarmi su quanto dei suoi scritti ho riversato nei miei romanzi, direi La casa in collina e La Luna e i falò, sicuramente perché densi di simboli, tutti profondamente stratificati nell’opera pavesiana: la campagna, la collina, la guerra, le sue donne, al tempo stesso incubiche e celesti…una menzione la meritano anche i Dialoghi con Leucò, che hanno rappresentato per me la riscoperta del mito classico, declinato e riletto in una chiave intima e personale che sconoscevo, Il Mestiere di vivere, le sue Lettere e il Taccuino Segreto, autentica testimonianza del tortuoso percorso politico dello scrittore.
A proposito di donne, nel tuo romanzo, il protagonista – che chiami semplicemente Lui – è quasi ossessivamente accompagnato da una presenza femminile, una Voce «dalle lunghe gambe»: ci chiediamo se nella tua mente Lei abbia anche un volto…
Ce l’ha sicuramente ed è quello dei miei primi amori, di quelle passioni assolute che si vivono con l’incoscienza e l’ardimento dei vent’anni e proprio per questo, al di là del loro esito, non si dimenticano…
Tutti?
In realtà, uno in particolare, quella ragazza di Savigliano alla quale ho dedicato il libro. Si trattava davvero di una passione adolescenziale – tieni conto che avrò avuto diciotto o diciannove anni e allora la maggiore età si raggiungeva a ventuno –, ma mi ha segnato. Forse anche la mia “affinità elettiva” con Pavese ha avuto origine da lei. Se il Nostro attese la famigerata ballerina per sei ore fuori da un locale di varietà, beccandosi una tremenda pleurite, io ricordo di aver trascorso un’intera notte invernale ad aspettare lei in sella a una bicicletta. Immagina come ci son rimasto male quando lei arrivò e mi disse che la nostra storia era finita. Poi di lei non ho più saputo nulla per oltre cinquant’anni…
L’hai mai più incontrata?
Certo, l’ho rivista quattro anni fa alla presentazione di un mio libro. Credo che abbia apprezzato la dedica. Al di là dell’aneddoto biografico, comunque, io parlo spesso nei miei scritti di Muse – alla maniera di Esiodo o di Orazio, se vuoi – o di Voci che ispirano, con un afflato quasi erotico. In fondo, cos’è la scrittura se non un atto d’amore?
Tornando al tuo romanzo, che cosa credi che sia stato maggiormente apprezzato? E che cosa, a parer tuo, frainteso?
Sono stato molto felice che, nel giugno di quest’anno, il mio romanzo sia stato insignito del Premio della Giuria dei Ragazzi all’interno dell’ormai nota manifestazione letteraria annualmente organizzata dalla città di Siderno, in Calabria. Catturare l’attenzione dei ragazzi, specialmente al giorno d’oggi, è una vera sfida e sapere di esserci riuscito non può che essere fonte di grande gioia. Dall’altro lato, però, credo che qualche critico si sia spinto troppo oltre: ribadisco che il mio non è un saggio accademico su Pavese, ma un romanzo, del quale Cesare Pavese è un personaggio in tutto e per tutto, dunque tra le mie pagine non si deve cercare il rigore scientifico, che lascio agli studiosi e che ho esercitato in altre circostanze, ma essere disposti a lasciarsi trascinare dal puro piacere del racconto. Ciò nondimeno, nei ringraziamenti del mio libro cito il sociologo Franco Ferrarotti (scomparso nel novembre 2024 N.d.R.) che era un grande amico di Pavese, nonché suo compagno di avventure alla casa editrice Einaudi, e che ho avuto il piacere di sentire più volte nel 2023, durante la stesura dei primi capitoli del romanzo. I suoi aneddoti e consigli sulla vita e sulla personalità dello scrittore sono stati preziosissimi per lo sviluppo del mio lavoro.
Letterariamente parlando, hai qualche rimpianto?
Mi considero una persona molto curiosa, per cui nel corso della mia vita, un po’ per caso e un po’ per scelta, ho avuto relazioni e contatti con personalità culturalmente importanti che sento di non aver coltivato abbastanza, o addirittura per nulla. Un esempio credo sia il grande biografo pavesiano Lorenzo Mondo, che pure aveva dato prova di apprezzarmi, pubblicando una mia letterina su “La Fiera Letteraria”. E quando, appena ventunenne, ho pubblicato il mio primo libricino di poesie presso un Circolo Culturale di Siena, ho attirato l’attenzione nientemeno che di Roberto Roversi e di Ignazio Buttitta. Tempo dopo avrei ritrovato sulla busta di una sua lettera il numero di telefono dello scrittore siciliano, che mi aveva lasciato affinché ci risentissimo. Non l’ho mai richiamato. Ancora, potrei raccontarti di quando – ero ragazzo – ho passeggiato in costume da bagno con Primo Levi e tuttora conservo le due brevi lettere che mi scrisse. O di quella sera che cucinai pasta e fagioli con l’esteta Dino Formaggio, mentore della compianta poetessa Antonia Pozzi. O di quando intervistai nella sua casa milanese Cesare Musatti sul tema della disobbedienza. Ma non parlerei di un vero e proprio rimpianto: il ricordo, il lascito intellettuale e umano di queste relazioni, tra cui quella amicale con il teologo Gianni Baget Bozzo, incredibilmente improntate a una grande semplicità e immediatezza, è venuto fuori nel tempo.
Nel romanzo, a proposito di Pavese, tu scrivi: «Regalerei la mia anima al diavolo o a quel dio che non conosco per poter scambiare qualche parola con lui». Nella vita, quale tra i personaggi che hai incontrato ti ha incuriosito di più o vorresti aver conosciuto meglio?
Sicuramente Alda Merini. Ricordo un paio di occasioni in cui la incontrai. La prima fu quando partecipai a un reading poetico e lei era seduta accanto a me. Mi colpì per la sua schiettezza, che talvolta rasentava l’inopportunità, come quella volta che – io ero tra il pubblico – fu insignita di un prestigioso premio culturale al Teatro della Scala e disse davanti a tutti che avrebbe di gran lunga preferito ricevere un sostanzioso assegno! Credo che lei sia sempre stata molto autentica e che non abbia mai pensato di costruirsi un personaggio, anche dopo essersi fatta ben conoscere nel mondo letterario. Quel che si sa di lei, intemperanze incluse, corrisponde esattamente alla realtà e, che la si sia amata o meno, una simile sincerità rappresenta un valore aggiunto.
In ultimo, quale credi che sia oggi, la funzione della Letteratura?
Sono un grande amante delle biblioteche. Credo che ogni volta che un lettore riapre un libro i personaggi riprendano vita e gli scrittori possono anche sparire dal circuito, ma i personaggi sono eternamente vivi, per questo mi fa molto arrabbiare la scelta che alcune biblioteche, spesso piccole, compiono di non esporre più sui loro scaffali, ma limitarsi a tenere in archivio gli autori statisticamente meno richiesti. Non esistono storie meritevoli di essere dimenticate, finché qualcuno ha voglia di riscoprirle…
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Francesco Bova, Chi ha rapito Cesare Pavese? Editore G. Meligrana Pag. 296 ISBN: 9788868154752, Edizione/Anno: 1/2025.
Candidato ai Premi Comisso e Campiello 2026, Chi ha rapito Cesare Pavese? di Francesco Bova non è un giallo, come il titolo sembrerebbe in prima istanza suggerire, né tantomeno una biografia mascherata da finzione, ma piuttosto un’incursione appassionata e visionaria dentro l’universo immaginifico di chi legge, ama e si nutre della grande letteratura. Bova parte da un’ipotesi quasi disperata: si può salvare uno scrittore dal suo stesso destino? Il protagonista del romanzo, un giovane scrittore in cerca della propria cifra stilistica, muove da questo impulso mettendosi sulle tracce di Pavese per strapparlo alla solitudine della stanza 346 dell’Hotel Roma di Torino, ma lungo il percorso il senso della vicenda si ribalta e il “rapimento” diventa reciproco. Non è il lettore a salvare l’autore, ma è il mito di Pavese a sequestrare chiunque provi a raccontarlo, trascinandolo in un labirinto di ossessioni, ricordi e figure che prendono forma direttamente dai suoi libri.
Ne viene fuori un racconto dal respiro quasi calviniano, impregnato di un realismo magico sommesso e nostalgico. I personaggi iconici dell’universo pavesiano – come la Ginia de La bella estate, la Cate de La casa in collina o Cinto, l’orfanello zoppo de La luna e i falò – si ritrovano a vagare insieme a figure senza nome tra stazioni ferroviarie abbandonate, treni a vapore e paesaggi che sembrano sospesi fuori dal tempo. Bova scrive con una prosa lirica e avvolgente, quasi ipnotica, fatta di ritorni, anafore e dialoghi serrati con una voce interiore che mette a nudo l’atto stesso della creazione letteraria. Più che cercare una trama lineare, il romanzo invita a lasciarsi galleggiare in questa deriva poetica dove passato e presente si confondono, regalando a chi conosce l’opera dello scrittore piemontese un omaggio colto, affettuoso e intimamente autentico.


