Interviste

James Thompson, intervista

Sono il sax di Zucchero. James Thompson

James intanto grazie per la tua disponibilità; poterti intervistare non è solo un onore, ma anche una fortuna, dato che ti sei da poco trasferito in Trentino in mezzo alle montagne. Una decisione guidata dalla voglia di tranquillità visto che sei sempre super attivo ovunque.
Ciao Alessandro, grazie che mi hai contattato per un’intervista! Parlando della trasferta in Trentino: io e la mia compagna Giovanna stavamo valutando da circa 3 anni di lasciare Bologna e di trasferirci a Trento, dove lei ha la sua famiglia. Giò è Trentina DOC, è nata e cresciuta qua. Io sto bene a Trento, è una cittadina tranquilla e circondata dalla natura. Dalla finestra di casa nostra posso godere di una bella vista delle montagne e del mausoleo di Cesare Battisti. I Trentini sono riservati ma simpatici. Ho anche conosciuto dei musicisti molto validi.

Una sera del 2018, eri ospite d’onore del trio capitanato da Le Burn Madoxx. Subito dopo il concerto, mi raccontasti che eri stato uno dei fautori del disco “Love In A Black Dimension (1994) dei Jestofunk”. Non mi sembrava vero, all’epoca i Jestofunk erano uno dei miei gruppi preferiti, e mi raccontasti brevemente di quell’esperienza. Vorrei partire da qui se sei d’accordo.
Ho appena letto l’anno della pubblicazione di “Love in a Black Dimension”, nel ‘95, un quarto di secolo fa! Il disco ha fatto parecchio successo, il creatore/produttore è Cesare Cera. A Bologna lui era il nostro vicino di casa! Purtroppo, non ricordo di aver partecipato alle loro performance LIVE. In sala d’incisione ho cantato “Straight to you” e ho suonato il flauto. C’era anche il grande C C Rogers che ha cantato “Can We Live”. Quel brano è stato suonato da tutti i DJ in Italia!

Dalla critica specializzata sei considerato: “Cantante, sassofonista, flautista, frontman e autore, un personaggio senza eguali”. Aggiungerei un personaggio sempre sorridente e dinamico. Il tuo approccio passa dal Pop allo Smooth Jazz, dal Chillout/Lounge al Soul e all’ R & B. Dove sei nato musicalmente e come è stato il primo approccio con la musica?
Sono nato a Cleveland, in Ohio negli USA, ma quando avevo 2 anni, nel ’53, la mia famiglia si è trasferita a Los Angeles in California. È per questo che mi sento Californiano. All’età di 13 anni, ho cominciato a suonare il violino ma dopo un anno ho deciso di mollare il violino per il clarinetto, suonando con la banda della scuola elementare. Dopo 2 anni di clarinetto ho chiesto al Direttore della banda se potevo cambiare strumento. Volevo suonare il sax contralto. Lui mi ha detto: “Va bene, ma non chiedermi aiuto” Mi sono allenato per 2 mesi giù in cantina, poi ho fatto un’audizione, stiamo parlando del 1966. Nel ‘68 ho aggiunto il sax tenore, poi nel ’69 il flauto traverso, suonando con la “Marching Band”. Ho suonato con un gruppo di ragazzi di Pasadena che si chiamava “Dust”, vuol dire “Polvere”. Un’altra cosa: all’età di 13 anni ho anche suonato il basso elettrico. Poi è successo che una macchina ha fatto la retromarcia e ha praticamente spaccato in due il mio basso! È per questo motivo che sono diventato un sassofonista a tempo pieno. Ho sempre cantato da bambino, cantare è sempre stata una cosa naturale per me. Ho ascoltato la radio (KRLA e KFWB) dalla mattina alla sera. In quegli anni le radio proponevano tutti generi: Pop, Soul, Country, Surf, etc.… Così ho avuto una vasta educazione degli stili di tanti generi!

La tua determinazione ti portò a suonare nel 1976 in Giappone, con i Platters e gli Olympics, due gruppi leggendari che avevano raggiunto i loro primi successi negli anni ’50. A 25 anni che cosa si prova a partecipare ad eventi del genere? Ti sentivi già pronto per quello che sarebbe stata poi, l’inizio della tua brillante carriera?
Nel ‘76 sono andato a Tokio con un gruppo che si chiamava “Days” (Giorni). Abbiamo suonato alla discoteca “Big Together” per 3 mesi. Quando sono arrivati dagli States i Platters e gli Olympics erano senza complesso. Noi abbiamo velocemente imparato i brani e gli arrangiamenti. Mi sentivo pronto. Ho cominciato ad esibirmi davanti al pubblico nel ‘69 con i Dust quindi nel ‘76 avevo già un po’ di esperienza suonando sui palchi.

Nel 1980 e 1981, registrasti due album con l’amico di vecchia data Andy J. Forest, con il gruppo del quale venne in Italia per la prima volta, nel tour del 1983. Possiamo dire che da quel momento ti sei innamorato del nostro paese? Una scelta molto “coraggiosa” dato che tu sei nato a Cleveland, Ohio, ma essendoti trasferito con la tua famiglia a Los Angeles all’età di due anni ti reputi californiano.
Nel ‘81 Andy mi chiamò per suonare sul suo LP “Hog Wild”. Poi nel ‘83 siamo arrivati a Bologna, dove Andy era già stabilito, per fare una tournée di 30 Feste dell’Unità in Emilia Romagna, 10 al mese. Quando la tournée è finita ho pensato: “Cavolo, quasi quasi rimango per un altro paio di mesi, chissà quando potrò ritornare?” Da allora sono passati quasi 38 anni! Ho cominciato a suonare con Andrea Mingardi nel ‘84, per un anno, e anche con tanti bravi musicisti di Bologna, dal Nord, al Centro e al Sud. Ho cominciato a suonare per Zucchero nel ‘87. Nel ‘90 ho collaborato anche con gli Stadio e con Paolo Conte nel ‘91 e nel ‘92. In ogni caso sono molto felice per la decisione presa di non ritornare in America dopo i primi 3 mesi di tour con Andy!

In una recente telefonata intercorsa tra noi, mi hai raccontato che segui tanto la politica americana e che soffri molto per le discriminazioni sociali nel tuo paese. Prima di venire qui in Italia, come vivevi questa disparità, quanto hai dovuto combattere per diventare quello che sei ora?
Sono stato fortunato ad essere cresciuto a Pasadena che si trova nella contea di Los Angeles. Lì era tutto molto tranquillo, avevo degli amici di tutti colori, religioni, etc.… Però, anche a quel tempo, c’erano degli Stati con una dura segregazione razziale e con poche possibilità di suonare con i gruppi interrazziali. Sono poi passato dal Sud della California al Mediterraneo, cosa posso dire? Una figata!

La tua decisione di restare in Italia, ti ha permesso di suonare con tanti artisti famosi tra qui Paolo Conte. Mi sembra di capire che per una tua attitudine, sei un “camaleonte”, ti adatti facilmente ad artisti più o meno simili tra loro. Il tuo stile musicale quindi, si mescola bene con chiunque ed è per questo che sei molto apprezzato da tutti.
Sì, posso definirmi un “camaleonte” perché da giovane, come ho detto prima, ho ascoltato tutto: Motown/Stax, I Beach Boys, Frank Zappa, anche Country e Musica Classica! Nel 2010 ho inciso il cd “Different Faces”, sul quale ci sono tanti stili come Rock, Pop, Rap, Caraibica, ed un brano A Cappella di 12 voci dal titolo “You’re My One Desire”, tutte le voci sono cantate da me. Ho suonato tutti gli strumenti tranne la batteria: sax soprano, alto e tenore, flauto traverso, chitarra elettrica ed acustica, basso elettrico, piffero Irlandese, pianoforte elettrico e organo. Questi e altri miei brani si possono ascoltare sulla piattaforma www.reverbnation.com sotto il nome: James Thompson.

E poi nella tua vita arriva Zucchero! E qui il tuo stile si mescola alla grande!! Cosa ci puoi raccontare di questa tua lunga esperienza per altro, sempre in tour?
Nella primavera del ’87 mi chiamò un’agenzia di spettacolo di Milano. Stavano cercando due musicisti, un corista e un bassista per suonare 3 canzoni di Zucchero. Zucchero era stato premiato per il suo disco “Rispetto” del ’86. In occasione della premiazione abbiamo fatto 3 canzoni: “Rispetto”, “Donne” e “Come il sole all’improvviso”. Ho cantato i cori e suonato il basso, niente sax. Dopo la premiazione siamo andati a cena. Durante la cena Zucchero ci ha chiesto: “Qualcuno di voi conoscete un sassofonista? Sto cercando qualcuno per il mio tour di questa estate”. Io ho detto: “Io suono il sax, Zucchero”. Lui mi dice: “No, tu sei un bassista”. Io ho risposto: “A dire il vero il mio strumento principale è il sax”. In quei mesi Zucchero era a Bologna incidendo il disco “Blues’” e io a Bologna, stavo suonando ogni lunedì e martedì sera all’Osteria “Buca delle Campane” con un organista che si chiama Nello. Ho riferito questo a Zucchero, ed una sera lui è venuto con il suo manager di allora, Michele Torpedine. Dopo il primo set, Zucchero mi ha invitato al suo tavolo e mi ha fatto la proposta di suonare con lui per il tour “Blues’”! Dopo 34 anni sono ancora con lui.

In realtà, tu hai anche dei bellissimi progetti solisti, magari poco conosciuti, ma molto riflessivi! Cosa ci puoi raccontare, e soprattutto quali sono le differenze che ci sono tra lavorare “da solo” o per un altro artista? Tutta questa tua energia da dove nasce?
Quando collaboro per Artisti come Zucchero e Paolo Conte chiaramente suono e interpreto le loro canzoni. Quando scrivo le mie canzoni riesco ad esprimere a pieno le miei emozioni, la mia personalità artistica e i miei gusti. Come ho detto prima su Reverbnation ci sono in classifica circa 40 canzoni da me composte.

Oltre alle tue attività di tour e collaborazioni varie, sei anche attivissimo sui social!! Mi chiedo quando deciderai di fermare questo treno in corsa per poterti godere le tue montagne, in silenzio!
Essere attivo sui social mi permette di stare a contatto con i miei amici e di promuovermi. Causa Covid-19, sono sempre a casa. Esco solo quando è necessario. Ora siamo in pieno inverno e fa anche parecchio freddo. Per il momento mi devo accontentare di guardare le montagne dal nostro balcone ma non vedo l’ora di poter riprendere una vita più a contatto con le persone!

Vorrei chiudere qui la nostra intervista, chiedendoti cosa pensi di questo momento così pesante per l’Arte in generale, e quale suggerimento vuoi dare a chi vive di questo mestiere.
Ho notato che su internet c’è un netto aumento dei musicisti. Anch’io sto promuovendo la mia musica in questo modo. Infatti Reverbnation è un punto di riferimento. Lo è anche YouTube dove ho un mio canale con i miei video, Instagram etc.… Stiamo tutti assistendo ad una realtà mai vista. È importante mantenere viva la creatività, esprimendola ispirandoci al nostro essere, senza uniformarci troppo e soprattutto senza dimenticare quanto sia bello suonare dal vivo interagendo con il pubblico. Speriamo che il Covid-19 possa essere sradicato e che possiamo vivere tutti una vita serena a più presto!

Grazie James per averci concesso un po’ del tuo tempo, spero vivamente di rivederti sul palco sempre carico e sempre con il tuo sorriso smagliante!
Grazie dal cuore Alessandro! Appena possibile sarò in tour con Zucchero. Dovevamo partire nel Marzo del 2020, ma causa Covid è stato tutto rimandato. Vorrei anche riprendere a suonare con il mio gruppo il “James Thompson Project”. Stammi bene Ale, prima o poi ci vedremo faccia a faccia come nei vecchi tempi. Ciao a tutti!

Intervista e foto: Alessandro Corona

About the author

Alessandro Ettore Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

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