Un riconoscimento che profuma di terra, di radici e di lunghe traversie mediterranee è quello che, sul palco del Festival Mercurio d’Argento a Massa, ha consacrato il talento del compositore calabrese Franco Eco, premiato con il prestigioso Premio MUSA della Critica Cinemusicale per la colonna sonora di Hadar – Il frutto di Dio, il documentario diretto da Luca Brignone, prodotto da Pepito Produzioni con il sostegno della Calabria Film Commission, la cui vittoria nella categoria documentari brilla per l’autorevolezza di una giuria presieduta da Marco Testoni e Massimo Privitera e arricchita dalle firme delle principali testate italiane e internazionali, intrecciandosi nello stesso scenario festivaliero con la prima presentazione pubblica della sua affascinante ricerca sulla paleoantropologia culturale e musicale, in un duplice orizzonte dove la partitura cinematografica dialoga con le origini profonde del pensiero simbolico umano e in cui la voce del maestro si svela attraverso un percorso d’ascolto che scava ben oltre la superficie delle note, partendo dal modo in cui la musica in Hadar non cerca mai l’effetto didascalico ma attraversa luoghi densi di storia come la Calabria, New York, Tel Aviv e Gerusalemme, seguendo il filo antico del rito del cedro di Sukkot, proprio come emerge quando Franco Eco rievoca in che modo sia riuscito a tradurre concretamente in note questo equilibrio estetico ed evitare il rischio di una sovrapposizione didascalica.
«Nel film il cedro attraversa la Calabria, New York, Tel Aviv e Gerusalemme, portando con sé memorie e appartenenze. Ho cercato una musica capace di abitarle senza ridurle a etichette sonore. Concretamente, l’equilibrio dipende dagli ingressi, dalla durata delle frasi, dallo spazio lasciato alle voci e ai suoni della scena. Una nota può imporre un sentimento; una pausa può restituire libertà all’immagine. La memoria ebraica e calabrese devono conservare le proprie differenze, ma in equilibrio, e quell’equilibrio comincia precisamente dove la geografia finisce. Anche il compositore dovrebbe sapersi togliere di mezzo dalla propria musica», dichiara Eco, poiché nell’attesa di farsi linguaggio codificato, il suono è vibrazione e respiro che anticipa il discorso, guidando la scelta timbrica e la tensione spirituale quando riflette sul fatto che il suono anticipa l’enunciazione.
E allora come può il suono muoversi in armonia con un racconto stratificato senza tradirne il nucleo fondante?
«Prima di comprendere una parola, siamo raggiunti dalla voce, dal respiro e da moltissimi altri fattori della comunicazione non verbale. Il suono ci arriva prima mentre il suo significato deve ancora arrivare. Questo orienta la mia attenzione all’attacco e al modo in cui una nota si spegne e resta sospesa. L’utilizzo di una strumentazione che ricada nel bacino del Mediterraneo acquista senso attraverso l’intensità evocativa e lo spazio che ha lasciato in tre millenni. Nel rito del cedro di Sukkot cerco la spiritualità nella memoria delle credenze calabresi ed ebraiche e di ciò che custodiscono. Il suono arriva prima della parola, così come la phoné prima del lògos, e qualche volta quel suono se resta nel tempo allora “risuona“»- spiega il musicista calabrese, riagganciandosi idealmente attraverso un aneddoto ai temi della masterclass presentata a Massa dal titolo Dal flauto di Divje Babe dei Neanderthal all’intelligenza artificiale dei Sapiensche sollevava interrogativi vertiginosi sulla necessità ancestrale dell’arte e sulle sfide del presente, conciliando l’indagine paleoantropologica con l’intelligenza artificiale.
Occorre domandarsi quale ruolo giochino dunque la sensibilità e l’azione umana in un tempo perennemente accelerato.
«Una volta Nicola Piovani mi pose una domanda ricevuta a sua volta da Nino Rota: perché scrivere ancora, dopo secoli di musica? Mi rispose con l’esempio di Dante: il sommo poeta avrebbe mai potuto scrivere una poesia sulla bicicletta? Così come fece Giorgio Caproni, che descrisse sua madre su una bicicletta azzurra che attraversava Livorno dopo la fine della guerra mondiale. Dante avrebbe mai potuto? Oggi l’AI rende questa domanda ancora più urgente. Componiamo perché il presente continua a chiedere una forma. La paleoantropologia interroga questa necessità alle origini; l’AI ci obbliga a ripensarla nel futuro, come un Giano bifronte», osserva l’autore, trovando un preciso filo conduttore metodologico che unisce lo studio degli ominidi alla struttura narrativa e aggiungendo che «In Hadar, il rito del cedro mostra come qualcosa ritorni, nel senso musicale che “risuoni”, attraversando il tempo e la memoria. Le due memorie, ebraica e calabrese, possono incontrarsi fisicamente con le proprie onde sonore e le proprie frequenze, devono andare in “risonanza” solo se appunto la musica “risuona“. È una zona grigia dell’ascolto», puntualizza l’artista, suggellando un percorso di coerenza estetica e di profonda disamina antropologica riconosciuto da una giuria di specialisti della critica cinematografica e musicale quando si riflette se considerarlo legato alla singola opera o alla visione intera: «Il premio riconosce Hadar e il modo in cui la musica vive nel film. Attribuirmi questo riconoscimento forse denota un’attenzione al mio sentiero di ricerca. Il pubblico sente, la critica ascolta: si accorge anche di una pausa, di una rinuncia di spazio lasciato all’immagine. Del silenzio. Forse proprio questo rende prezioso un encomio critico, saper leggere lo spazio che c’è tra le note. E ringrazio chi ha scelto le musiche di Hadar per avervi trovato qualcosa che va oltre la mera musica per immagini» – confessa Franco Eco, giungendo alla consapevolezza con cui intende far evolvere il proprio itinerario artistico e scientifico dopo l’esperienza toscana.
«Hadar e la paleoantropologia musicale condividono una domanda inquieta: se un albero cade nella foresta e nessuno lo ascolta, il suono esiste oppure attende un orecchio per accadere? Voglio proseguire confrontando le intuizioni con le evidenze e lasciando che la ricerca disturbi le mie abitudini di compositore. L’arte può permettersi un’intuizione; la ricerca deve invece discutere l’intuizione. Ma il giorno in cui avessi una risposta definitiva sulla musica, avrei probabilmente smesso di ascoltarla» – conclude il compositore.
Tra le pieghe di una partitura che sa farsi archeologia del sentire, Franco Eco continua a dimostrare che comporre significa abitare coraggiosamente quella zona d’ombra dove la bellezza non si spiega ma si avvera.
Si ringrazia l’ufficio stampa: Gabriella Cantafio.

