Una piacevole chiacchierata con Andrea Bravin, compositore, voce e chitarra del progetto musicale Drain Lysed nato nel 2021 a Vicenza di cui consiglio vivamente l’ascolto.
Quando prende avvio la tua dedizione alla musica e come si è concretizzata nel tempo?
Direi nel 1997 quando una domenica mattina dovevo con la mia famiglia andare a trovare la nonna, mentre aspettavo di partire ho acceso la TV e sono capitato nel canale dove trasmettevano la classifica top 10 canzoni che andava in quel momento. Mi sembra di ricordare che si chiamasse Super il programma o una cosa simile e in quel momento è partito D’You Know What I Mean degli Oasis. Lì sono stato completamente folgorato, qualche giorno dopo comprai il mio primo disco, Be Here Now degli Oasis, appunto. In quel periodo nacque la passione di fare musica, ma nulla di quello che scrivevo mi piaceva, scrivevo un pezzo e nel giro di un mese lo cestinavo, non avevo le basi, cultura, l’indipendenza mentale, il distacco e alla fine entrai in crisi. Buttai letteralmente la chitarra, pedali, registrazioni, ampli, tutto. Non ascoltai musica, né comprai dischi per 20 anni circa, ma il sogno di un mio lavoro, il sogno d’incidere qualcosa che potesse rimanere per chi volesse ce l’avevo sempre, ci convivevo. Poi, qualche anno fa, in un periodo particolare della mia vita, ho sentito il bisogno di riavvicinarmi alla musica e comprato una Ibanez acustica. Il non aver più le orecchie sature dalla musica, il non dimostrare nulla, mi rianimò, e quello che facevo mi piaceva, sempre di più. Capii che era giunto il momento di rimettermi a comporre.
Quali sono i tuoi principali riferimenti artistici, anche oltre l’ambito strettamente musicale?
Mi piace sentire i suoni sporchi delle chitarre, le stonature, la dinamica del suono. Tutto ciò che è naturale, spontaneo e vero. Allora come oggi, i miei riferimenti musicali vanno dai Beatles degli anni ’60 ai suoni degli anni ’80 e ’90, con band come Soundgarden e Sonic Youth. Ma, più che i generi o i singoli artisti, è il loro approccio ad avermi sempre colpito: la ricerca, la scelta meno facile e scontata, l’alternanza tra momenti di pace e altri più rumorosi e disturbanti. Mi affascina tutto ciò che non si concede immediatamente, quel dettaglio apparentemente invisibile che magari ascolti o osservi decine di volte prima di riuscire a coglierlo. Penso a registi come Wes Anderson, Fincher o Kubrick. E quando finalmente noti quel dettaglio, il legame con quel brano, quel film o quell’opera cresce esponenzialmente. È quel momento in cui penso: “Wow”. In fondo è questo che mi affascina davvero dell’arte, al di là della forma: la ricerca, l’imperfezione, ciò che richiede tempo per essere scoperto. È questo che cerco in ogni forma d’arte.
Come nasce un tuo album e chi ha collaborato con te x la messa a punto e l’estetica?
Il disco Default Mode Network è nato da un’idea di base: lo sfogo, la necessità di avere uno spazio di totale libertà espressiva, in un contesto sociale e culturale nel quale sento sempre più una certa standardizzazione. Parto quindi da quello che sento in un determinato momento, cerco di capire cosa voglio esprimere con il progetto e lo uso come linea di riferimento durante tutta la lavorazione.
Per la realizzazione del disco ho avuto la fortuna di ricevere molto aiuto da un mio amico, Fernando Nuti dei New Candys che mi ha dato una mano in diverse fasi del lavoro e che, tra l’altro, canta anche in un brano, ma non vi dico quale. Molte altre idee sono poi venute fuori grazie a Tommaso Mantelli che ha curato la produzione presso il suo Lesder Studio e ha composto anche le parti di basso, e a Roberto Olivotto alla batteria. Per l’estetica del disco invece, c’è un legame molto più personale. La casa in cui sono cresciuto era tappezzata di quadri del pittore Giorgio Celiberti. Le sue opere le ho sempre trovate incredibili e, in qualche modo, rappresentano perfettamente quello che dicevo prima: non sono opere che si concedono completamente al primo sguardo. Ogni volta che le osservavo potevo scoprire un particolare diverso, qualcosa che prima non avevo colto. Credo sia proprio questo uno degli aspetti che più mi affascinano della sua arte: la possibilità che ognuno, guardando le sue opere, possa trovarci qualcosa di personale, qualcosa che prende forma attraverso la propria immaginazione e sensibilità. È questa la sensazione che ho cercato di trasmettere anche nell’estetica del disco.
Se dovessi scegliere tra i tuoi il pezzo più difficoltoso a nascere e quello che non vorresti mai lasciare, quali sarebbero?
I pezzi con cui ho trovato maggiore difficoltà, in realtà, non sono mai stati pubblicati, perché non sono riuscito a portarli esattamente dove volevo. Sono ancora lì, in una sorta di limbo. Tra quelli del disco invece, penso che i più complicati siano stati Line e Something Again.Riguardo a Line non mi veniva la parte strumentale della strofa, ho passato settimane a provarci, senza trovare una soluzione che mi convincesse. Poi, un giorno, avevo il braccio appoggiato sul corpo della chitarra e la testa sulla spalla e, quasi distrattamente, ho pizzicato la corda bassa all’altezza del Do#. Ho pensato: “Figo”. Trovato. Something Again invece era praticamente finita, ma c’era ancora qualcosa che mi lasciava dei dubbi. A un certo punto ho registrato il brano con il microfono del cellulare per mandarlo come messaggio WhatsApp a un mio amico. Prima di inviarlo, ho riascoltato l’audio per capire se si sentisse qualcosa e mi sono accorto che la chat era impostata a una velocità di riproduzione di 1,5x. L’ho ascoltato così e mi sono detto: “Figo”. E ho deciso di farlo in quel modo. Per la seconda parte della domanda, invece ti rispondo con Strange Things Build the Brain e Empty Eyes.
La scelta di utilizzare la lingua inglese è venuta naturalmente? Quale valore aggiunto pensi abbia nel contesto della tua produzione?
Penso che l’inglese sia una lingua particolarmente musicale, soprattutto nell’ambito del rock. Inoltre è una lingua che, per sua natura, non ha confini geografici. Per questo non mi sono mai posto davvero il problema di quale lingua utilizzare: per me è venuto naturale cantare in inglese. In Italia, quando si parla di rock, siamo molto legati alle solite hit e alle band del passato. Inoltre, cantando in una lingua non così riconosciuta, inevitabilmente il tuo pubblico di riferimento tende a essere molto più legato alla lingua cantata e quindi a quel determinato Paese. Con l’inglese invece, sento di poter lasciare la musica più libera di viaggiare e di confrontarsi con realtà diverse. La musica dei Drain Lysed, penso che sia più affine a Paesi dove esiste una cultura rock radicata e amata, dove appunto questo tipo di sonorità è più presente.
Progetti in corso e futuri?
Vivo molto su quello che mi passa per la testa e su quello che ho voglia di fare, senza guardare troppo in là. In questo periodo sto lavorando nel mio studio di casa a un secondo disco. Se sarò soddisfatto del risultato, spero di pubblicarlo, sempre insieme a Tommaso Mantelli e Roberto Olivotto, tra la fine del 2027 e la metà del 2028. Non ho fretta. Per il futuro non ho ancora dei progetti definiti. Preferisco seguire quello che mi verrà voglia di fare, senza pormi troppi limiti. Non escludo, per esempio, che prima o poi possa nascere un progetto acustico: questa idea mi è già passata per la testa un paio di volte.

