La critica e la tematica che si cela dietro a Final Fantasy X, pubblicato nel 2002, sembra tanto antica quanto attuale.
Ambientato a Spira, il mondo di gioco che fa da cornice ad uno scenario con oceani cristallini e paesaggi mozzafiato, nasconde al tempo stesso una società indottrinata, atrofizzata e piena di terrore.
Al centro di questa vicenda, spicca il culto di Yevon, un’istituzione religiosa che governa gli abitanti di Spira, facendo leva sul senso di colpa, sul peccato e la paura: tutto ruota intorno a Sin, un’entità malvagia che ogni 10 anni torna ad attaccare il mondo di Spira, e tramite alcuni guerrieri ed invocatori scelti, devono combattere e sacrificarsi per sconfiggere e placare questa entità, guadagnando così un temporaneo periodo di pace, per poi ripresentarsi ogni 10 anni.
Questo ciclo infinito di sacrifici è ben noto negli alti vertici religiosi di Yevon che, sfruttando la paura del loro popolo, manipolano e controllano le menti dei loro abitanti, indottrinandoli e nutrendoli a provare anche un odio profondo verso un altro popolo di Spira chiamati Al Bhed, una comunità di emarginati e rinnegati dalla società stessa, in quanto avendo capito il gioco di Yevon, si ribellano e tentano di evolversi sia civilmente che tecnologicamente.
Ma l’ingranaggio del culto di Yevon inizia ad incepparsi all’arrivo di Tidus, un ragazzo di un altro mondo, esterno a Spira, nato al di fuori da tutto questo, che tramite azioni e domande scomode, alleandosi con gli Al Bhed, mette in estrema difficoltà il culto, facendolo scricchiolare sotto il peso di un sistema “perfetto ma antico”.
A volte basta un semplice cambio di prospettiva, una semplice persona esterna al sistema, esterna all’indottrinamento per ribaltare la scema, cambiare il modo di percepire le cose, di gestirle e cambiare la realtà, migliorandola.

