Da quando è stato mostrato per la prima volta durante lo State of Play di maggio del 2024, Astro Bot è riuscito a stregarmi: ho visto in lui un ritorno in grande stile del genere Platform sulla console PlayStation. Non è la prima volta che Astro, il piccolo robottino, compare sull’ammiraglia di casa Sony, ma in passato i titoli che lo vedevano protagonista erano per lo più esperienze create per far comprendere le nuove potenzialità che Sony metteva a disposizione per le sue console. Basti pensare a The Playroom per mostrare le novità di PS4, o ad Astro Bot: Rescue Mission per accompagnare l’introduzione del visore PS VR. Tuttavia è stato con Astro’s Playroom, il titolo preinstallato direttamente su PS5 per far testare a piena potenza l’intera console, che si è compreso il reale potenziale di questo personaggio. Un successo che ha spinto il Team Asobi ad ascoltare le voci dei fan, portando alla creazione di questo imperdibile gioiellino.
Il gioco si può descrivere semplicemente con le seguenti parole “una lettera d’amore al genere di riferimento”. Potrei chiudere anche così, ma ho tanto altro da raccontare. Anche se la formula è sempre la solita: saltare su piattaforme, schivare o attaccare i nemici, Astro Bot riesce comunque a sorprendere. Prende meccaniche già consolidate e le reinterpreta con originalità, portando nuove interazioni sia con gli stage, permettendoti di superare gli ostacoli ambientali, sia come affrontare i nemici. Si vede che è stato fatto da appassionati del genere. Ogni livello, anche se lineare, è unico e caratterizzato in modo distintivo, non ci saranno mai due livelli identici, tanto che in ognuno di questi troverai sempre qualcosa di nuovo da scoprire, allontanando lo spettro della ripetitività. L’attenzione ai dettagli ti spinge a esplorare ogni singolo anfratto, ogni minimo spiraglio, nella speranza di scovare collezionabili nascosti, che non sono fini a se stessi ma necessari al proseguimento dell’avventura, ogni cosa, pur se inutile inizialmente è necessari per la progressione. Anche questo è un altro punto sicuramente di rilievo nel quadro generale. Un elemento cardine sono i power-up perfettamente in sintonia con il livello di appartenenza. Questi ultimi, infatti, sono costruiti appositamente per poter valorizzare appieno questi potenziamenti, che risultano anch’essi essere originali e perfettamente integrati nel gameplay. Divertenti da utilizzarli e la sensazione che ti lascia il feedback tattile del DualSense ti fa immergere ancora di più nel gioco, tanto che anche il suo utilizzo sarà necessario per proseguire nell’avventura. E tutto studiato nei minimi particolari, una moltitudine di sfaccettature che però hanno come fulcro il giocatore stesso.
Ma ci sono anche quei difetti. I livelli, si sono strutturati bene, realizzati dalle sapienti mani di un artigiano, ma non risultano sfidanti. Prendendo ad esempio Mario, è evidente coma la difficoltà aumenta man mano che si va avanti nel gioco, incentivando il giocatore a dare sempre il meglio di sé. Astro Bot non rischia, rimane su un livello di difficoltà piuttosto basso. Le vere sfide arrivano solo in endgame con prove a tempo e interi livelli da completare con una sola vita. Tuttavia, questi contenuti, per quanto stimolanti, non riescono a compensare questa mancanza di sfida assente nei livelli principali. L’altro difetto che mi sento di menzionare, potete anche non essere d’accordo con me, è la mancanza di coraggio. Mi riferisco al coraggio di puntare maggiormente sulla figura Astro, che purtroppo rimane in secondo piano. Astro è infatti immerso in un contesto corale, dovuto alla presenza di altri robottini che rappresentano le famose icone Playstation. Questo trasforma il gioco in una sorta di vetrina celebrativa, mettendo in risalto tutto tranne che Astro. Il piccolo robottino, che dovrebbe essere il protagonista indiscusso dell’avventura, finisce per essere oscurato dalle stesse celebrazioni che lo circondano, andando a svolgere solo il ruolo di collante tra esse.
Non è un caso se Astro Bot, nell’anno dell’uscita, si sia portato a casa l’ambito titolo di Gioco dell’Anno. A questo proposito, non posso non citare le parole pronunciate dal capo di Larian Studios in veste di annunciatore del premio; dichiarazioni forti e dirette che calzano a pennello con questa produzione: “Il gioco sarà frutto della passione dei creatori, fatto per essere giocato da loro stessi. Lo realizzeranno perché nessuno l’ha mai fatto prima, perché sentivano il bisogno di dar vita a qualcosa di unico. Non sarà concepito per gonfiare il valore delle azioni della società, né per alimentare brand o inseguire obiettivi di vendita… Questi sviluppatori avranno capito che mettendo al centro il gioco e chi lo realizza, il successo arriverà naturalmente. Saranno guidati dalle loro idee, con l’unico scopo di creare divertimento per i giocatori. E avranno anche compreso che se chi lavora al gioco non si diverte, nemmeno i giocatori si divertiranno”. Queste parole incarnano appieno l’approccio adottato dal Team Asobi con Astro Bot. Il gioco non è stato plasmato dal freddo intento di inseguire cinici obiettivi commerciali, ma per rendere omaggio a un’icona tuttora attuale come Mario, offrendo un’esperienza genuina e divertente. Astro non si preoccupa di inseguire il fotorealismo esasperato a tutti i costi o di imbastire una trama complessa: ciò che conta davvero è il videogioco nella sua essenza, la giocabilità assoluta e il divertimento per il giocatore. È un’opera che nasce dalla passione degli stessi sviluppatori e, per questo, riesce a colpire nel segno: se chi lo ha creato si è divertito nel farlo, la magia inevitabilmente si trasmette a noi che teniamo il pad tra le mani.

