Sword of the Sea si presenta come l’ultima, ambiziosa fatica dello studio Giant Squid, la creatura di Matt Nava, già art director di capolavori come Journey e Abzû. E proprio come i suoi capolavori precedenti, l’impatto estetico non è semplice contorno, ma il cuore pulsante dell’esperienza.
I colori e l’estetica sembrano ricalcare quel linguaggio visivo ormai iconico, come se il titolo fosse una continuazione platonica di quel viaggio iniziato tra le due di sabbia molto tempo addietro.
Le palette cromatiche variano dinamicamente, passando da sfumature calde e avvolgenti a tinte più placide e tranquille in base allo scenario affrontato. Questo mutamento detta il vero ritmo della narrazione, lasciando a chi vive l’esperienza lo spazio di respirare, assorbire l’atmosfera e lasciarsi sorprendere dalle maestose architetture che, svettando all’improvviso, sanno togliere il respiro.
Il tutto è avvolto e arricchito dalla musica di Austin Wintory, già compositore di Journey, che torna ad allietarci con le sue composizioni. I suoi brani non si limitano a fare da semplice sfondo, ma incorniciano ed esaltano l’intera esperienza, unendosi indissolubilmente all’estetica visiva e diventando la voce stessa di un mondo meraviglioso e perduto. Tanto che hai voglia spesso di fermarsi o rallentare le azioni in gioco per poter ascoltare questi brani.
Al di là del puro impatto estetico e sonoro, il vero motore della storia è il concetto del ritorno del mare. Fin da subito ti getta in un mondo arido e dimenticato, una sconfinata distesa di sabbia che conversa tra le sue rovine solo la memoria dell’acqua. Il viaggio diventa così una missione di rinascita, un tentativo di risvegliare questo ecosistema perduto, trasformando i vari ecosistemi in onde parti di oceano restituendo la vita in un mondo ormai prosciugato.
È una narrazione silente ma potentissima, che parla di speranza e del ciclo inarrestabile della natura. Ma il vero punto debole della produzione, mi duole dirlo, è il gameplay. Tutto il gioco si basa sulla necessità di surfare sul terreno, sfruttando la spada del protagonista come una vera e propria tavola. I comandi per governare le evoluzioni e le planate, tuttavia, risultano spesso imprecisi e meccanici, al punto che le varie acrobazie messe a disposizione spesso non partono neanche. Questa lacuna spezza irrimediabilmente la fluidità del movimento, portando rapidamente, almeno nel mio caso, a rinunciare a eseguirle, ma persino la volontà di ottenere di nuove. Viene a mancare del tutto quello stimolo di ampliare il proprio repertorio per lanciarsi in evoluzioni spettacolari, che si tratti di sfrecciare tra le calde dune sabbiose o di scivolare lungo le imponenti montagne innevate.
Al netto delle sue evidenti imperfezioni strutturali, ciò che Sword of the Sea vuole realmente trasmettere è un profondo messaggio di speranza e rinascita. L’intera odissea del protagonista attraverso queste terre desolate è un metafora sulla resilienza: è la volontà incrollabile di riportare la vita e la bellezza dove sembra esserci solo aridità, ricordandoci il valore e la forza del ciclo naturale. Giant Squid prova a consegnarci un inno alla perseveranza, in cui ogni rovina superata è un passo verso il risveglio del mondo. Eppure, per quanto il cuore concettuale sia nobile ed emozionante, la dicotomia tra le intenzioni e l’esecuzione resta evidente. I limiti di un’interazione macchinosa e a tratti frustrante infrangono spesso la magia dell’immedesimazione, trasformando la fluidità promessa in un faticoso percorso a ostacoli.
Tuttavia, etichettare questa produzione come un titolo da scartare sarebbe profondamente ingiusto. Sword of the Sea è, a tutti gli effetti, un’opera a metà. È un’esperienza fragile e difettosa quando si ha il controller tra le mani, ma che, anche e soprattutto nella sua imperfezione, riesce miracolosamente a colpire dritto al cuore. Salvata dalla sua travolgente bellezza visiva e dalle vibranti note di Wintory, rimane un’avventura che, nel bene e nel male, sa lasciare il segno.

