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Fabrizio Poggi, Intervista

Sono fuggito da Voghera verso il Blues e sono arrivato a suonare l’ armonica sul Tappeto Rosso dei Grammy Awards

“Sono fuggito da Voghera verso il Blues” quale miglior citazione per raccontare Fabrizio Poggi
Quando nasci in una cittadina come la mia, come ce ne sono tante nel nostro paese, inizi ad avere sogni e ti accorgi che tutto ciò che cerchi è molto lontano, quindi più che di fuggire direi che è un andare alla ricerca. Quando ero ragazzo, parliamo della fine degli anni Settanta del secolo scorso, se amavi la musica non avevi molta scelta.
Non c’erano internet, Google, YouTube o altro. Ogni notizia arrivava spesso con fatica e ricercare le cose era davvero un’impresa titanica. A volte solo sapere che quella cosa esisteva era di per sé un’impresa. Quando mi avvicinai alla musica ho avuto la fortuna di avere alcuni amici che già suonavano la chitarra. Io sono nato come chitarrista, mi piaceva suonare a la Wes Montgomery, con la tecnica del pollice, ed ero diventato piuttosto bravo ma poi un grave incidente nella fabbrica dove lavoravo mi compromise il tendine del dito senza il quale non potei più suonare la chitarra come piaceva a me. Ma non mi detti per vinto.
Un giorno al cinema vidi un film che considero la mia epifania “armonica e blues”, ovvero The Last Waltz, il film d’addio di The Band, la band di Bob Dylan. C’erano tanti dei miei eroi ma anche tanti musicisti che non conoscevo. Ad un certo punto arrivò questo signore afroamericano ben vestito che tutti trattavano come un re, che io non conoscevo. Poi iniziò a cantare “I’m a man” e lì capii perché veniva così venerato: lui era il grande Muddy Waters. Ma non era finita. Ad un certo punto sale sul palco questo armonicista incredibile che si mette a fare il treno con la sua armonica. Fui folgorato da quel suono, da quello strumento, da quell’artista incredibile: Paul Butterfield. Il giorno dopo andai subito a cercarmi un’armonica che suonasse come quella. E da lì iniziò la mia ricerca, ovvero la fuga dalla mia città per imparare a suonare quello strumento.

Nell’ “ormai lontano 2018” al festival di Bubano, hai suonato con i Chicken Mambo e fu una serata veramente pazzesca per diversi motivi, tra cui la nomination ai Grammy Awards dove arrivasti secondo dopo i Rolling Stones. Quanta strada hai fatto per conquistarti la nomination?
Beh di strada ne ho fatta tanta. Anzi come dice mia moglie Angelina “per fare strada devi fare tanti chilometri di strada”. E si, quando ho iniziato nella mia piccola stanzetta di Voghera non mi sarei mai aspettato un giorno di trovarmi accanto ai Rolling Stones al Madison Squadre Garden di New York. Io che di loro avevo i poster appesi in camera. E sono contento che lo abbiano vinto loro il Grammy perché senza i Rolling Stones non ci sarebbe mai stato Fabrizio Poggi musicista. In quasi quarant’anni di carriera musicale ho visto tante stelle ma ho anche mangiato spesso bocconi amari. I traguardi che ho raggiunto li ho sudati con grande sacrificio, sempre puntando sull’onestà, la coerenza e la competenza di cui vado fiero.
Magari non riempio gli stadi ma sono arrivato ad essere candidato ai Grammy Awards un riconoscimento, insieme a tanti altri, che come dice sempre Angelina, mi hanno incastonato nell’olimpo insieme ai miei eroi immortali. E ne sono felice. Molto. Ho vissuto avventure incredibili come quella di suonare alla Carnegie Hall di New York insieme a Guy Davis, Buddy Guy, Eric Burdon, Marky Ramone e tanti altri. Essere stato seduto accanto a Elton John o a Bono degli U2 è stata una bella esperienza, sia come musicista che come essere umano perché conferma che la musica ancora una volta è un linguaggio internazionale. E non importa dove tu sia nato o il colore della tua pelle. Se rimani te stesso, se vali le persone prima o poi lo riconoscono. In tutti questi anni ho sempre avuto sogni, e li ho ancora. E poi all’improvviso ti arriva una mail che ti dice che andrai a suonare sulla Legendary Blues Cruise, oppure ti hanno incoronato artista dell’anno per la prestigiosa rivista Blue Bird Reviews, o appari come unico europeo sulla famosa rivista americana Blues Blast; ti viene dedicata la copertina sulla nota rivista Oltre, oppure ti candidano a ben due Blues Music Awards. E così via. Che dire? I feel blessed per dirla come farebbero gli americani.
Ma è stata una strada lunga e difficile a volte tortuosa. Ma con pazienza e determinazione, cercando sempre di mettere in pratica gli insegnamenti dei miei idoli che poi sono diventati amici, ci sono riuscito.
Dei Grammy mi ha fatto molto piacere il Grammy del Grammy ovvero: io sono stato candidato come unico italiano, bianco per un disco nella categoria “Best traditional blues album”, cioè per la loro musica folk per eccellenza, anzi per la musica afroamericana. Questo è stato il mio vero Grammy.

La cosa straordinaria che ho capito seguendoti, è che il tuo talento così grande non ha intaccato la tua umiltà di uomo, rimani sempre una persona con i piedi ben saldi a terra. Eri cosi straordinario anche quando hai cominciato la tua carriera?
Io sono solo me stesso, lo sono sempre stato. Non posso fare diversamente… Tutto ciò che vedete, sentite, leggete sono parti di me… Non c’è nulla di costruito… Nulla di straordinario… Anzi per me è facilissimo essere me stesso… Con i miei progetti oltre a cercare di portare avanti il blues e la cultura che c’è dietro, cerco anche di aiutare le persone a conoscere qualcosa di più su quello che questa musica straordinaria si porta appresso. Nel 2015 ho creato il progetto “Il soffio dell’anima: il blues di Martin Luther King” che ho portato in giro per l’Italia in festival e teatri. Nello spettacolo corredato di immagini relativi al periodo della Marcia di Selma, Rosa Parks e Martin Luther King canto le canzoni che hanno portato il popolo afroamericano dalla schiavitù alla libertà. E racconto le storie di quelle canzoni, per cercare di far capire alle persone che quella lotta per i diritti civili è anche la nostra. E lo è ancora oggi, tragicamente attuale. I diritti civili sono per tutti, non importa da dove vieni o di che colore sei. E non dobbiamo dimenticare mai chi ha lottato prima di noi.

Hai sempre lottato contro i mali del mondo, eppure nel tuo percorso artistico hai incontrato tante star internazionali, hai viaggiato ovunque, ma la tua musica ha unito tutti spezzando tantissime barriere.
Si è così. Un piccolo italiano che è arrivato a suonare la sua armonica sul Tappeto Rosso dei Grammy Awards di barriere ne ha spezzate tante. Ma come dicevo prima la musica ha questo potere. Mi sono trovato spesso a suonare con musicisti di ogni parte del mondo, con i quali non riuscivamo neppure a parlare per via della lingua. Ma appena salivamo sul palco, beh arrivava come sempre il solito bellissimo complimento: “Bravissimi, si vede che suonate insieme da anni”, e magari ci eravamo conosciuti quello stesso pomeriggio.
Ho avuto il grande privilegio di essere diventato amico di queste grandi star. Un artista che mi ha donato moltissimo è stato Guy Davis. Anni e anni di tour insieme, lui afroamericano e io italiano, durante i lunghi viaggi ci siamo sempre scambiati opinioni, fatti domande e io ho sempre cercato di conoscere tutto di lui. Come lui di me. È stata una bella esperienza di vita. Oltre ad essere un grandissimo artista lo considero un fratello.

“Sonny & Brownie’s Last Train” con Guy Davis è stato il disco che ti ha consacrato al mondo intero. Un disco esternamente intimo dove la chitarra si intreccia con la tua armonica. Un duo collaudato che ha dato una svolta al blues?
Si credo di sì. Credo che Sonny & Brownie’s last train abbia “sdoganato” il blues acustico che era stato un po’ messo da parte. Dopo quel disco e quei tour di presentazione ho avuto il piacere di vedere nascere sempre più dischi acustici e concerti acustici. E ne sono felice. Il disco è nato per caso da un’idea di mia moglie Angelina. Lei mi segue sempre quando sono in tour sia con la mia band che con Guy Davis o Eric Bibb o altri artisti. Con Guy Davis mi ha visto in centinaia di concerti. Ed è proprio da qui che le è venuta l’idea. Sonny Terry e Brownie McGhee erano stati da un po’ di tempo messi da parte, per così dire, nonostante abbiano fatto tanto per il blues. Nell’estate del 2016 eravamo in tour con Guy Davis. Io avevo appena finito di registrare Texas Blues Voices, il disco registrato interamente a Austin Texas. Un giorno venne da me e mi disse: “So che abbiamo appena finito di registrare un album, e ritornare in studio sarebbe davvero molto faticoso per te, ma credo che tu e Guy Davis dobbiate fare un disco dedicato a Sonny Terry & Brownie McGhee. Vi ho visto suonare insieme così tante volte e spesso mi avete ricordato loro due. Credo che voi due siate perfetti per fare un disco tributo a questi due grandi musicisti un po’ dimenticati. Voi siete gli artisti perfetti”. Io al momento le dissi che non me la sentivo, ero molto stanco però le dissi di chiedere a Guy. Lei lo fece e Guy le rispose che non era necessario fare un tributo a Terry e McGhee. Ma non si diede per vinta. Convinse Guy e me dicendoci che avendo un giorno e mezzo di day off dal ritorno da Roma, lei avrebbe organizzato tutto e che noi avremmo dovuto solo andare in studio e suonare. Così partimmo da Roma, Angelina ci faceva anche da tour manager, guidò da Roma a Milano ininterrottamente e ci portò allo studio nel pomeriggio. Il tempo di settare la chitarra, la voce e l’armonica poi andammo a cena. Portammo Guy in albergo e poi il giorno dopo ritornammo in studio. Nel mentre lei aveva preparato i testi da cantare per Guy, insomma era tutto pronto. Registrammo quel disco in un giorno e mezzo.
Poi Guy tornò in America ed io e Angelina ritornammo più volte in studio a Milano per mixare i brani. Il resto è storia. Così è nato un disco che è arrivato ai Grammy Awards nella categoria dei Rolling Stones. Credo sia diventato molto di più quel disco, credo che oltre ad avere riaperto le porte al blues acustico, abbia anche lasciato una grande impronta nel mondo del blues. Nell’anno in cui è uscito ha scalato molte classifiche restando per tanti mesi ai primi posti ed ancora oggi è considerato uno dei migliori dischi acustici di tutti i tempi. Che non è cosa da poco. Questo per me significa lasciare qualcosa nel mondo.

 Il tuo album “Harpway 61” è stato considerato un lavoro di altissimo contenuto educativo. Chi non ti segue non può capire che tipo di Blues suoni, mescoli tutto ciò che hai imparato nella tua meravigliosa carriera, e tutte le vibrazioni passano dentro l’armonica.
Quel progetto nacque dalla mia idea di voler fare un omaggio ai grandi armonicisti blues che mi hanno influenzato. Ho immaginato di percorrere una fantomatica Highway 61 dove mi sono fermato in ogni città dove è nato un armonicista che ho amato. Da qui la trasformazione in Harpway 61. Il progetto è stato donato alla Blues Foundation di Memphis e tutti i ricavi sono stati donati in beneficienza per quei musicisti che vivono in situazioni disagiate, e negli Stati Uniti sono tanti. Il disco si trova ancora in vendita alla Blues Hall Of Fame di Memphis. Un progetto del quale vado molto orgoglioso.
Sul tipo di blues che suono, beh vorrei dire che suono il blues di Fabrizio Poggi che passa attraverso la sua mente, i libri che legge, le persone che incontra, i film che guarda, le storie che ascolta, le sue lacrime e i suoi sorrisi. Insomma tutto ciò che entra nella mia anima esce con un blues a volte melanconico, a volte allegro, ma sempre diverso.

Ogni foto che ho trovato in rete ti ritrae sempre con l’armonica in mano, che tu sia al ritiro di qualche premio o in compagnia di qualcuno, lei non manca mai. Il tuo rapporto con l’armonica come nasce?
Io l’armonica ce l’ho tatuata sul cuore. Non si vede, ma è sempre lì e influenza ogni cosa che faccio. Non potrei fare a meno di lei… È stata la mia compagna sempre. Credo che sia davvero una parte di me… Inscindibile…
Come dico sempre vorrei riuscire a suonarla fino all’ultimo soffio della mia vita. Perché lei è davvero il soffio della mia anima.

Fabrizio è più difficile per un bianco farsi strada nel blues?
Ma direi di no, nel senso che se mi guardo intorno ormai sono tanti gli europei, e i non afroamericani che suonano il blues e lo suonano con passione e competenza.
Non mi piacciono gli imitatori, gli scimiottatori. Quelli che cantano senza sapere di cosa parla una canzone. Come diceva Jimi Hendrix. “Il blues è facile da suonare ma è difficile da sentire”. Credo che stia tutta lì la differenza. Non importa il colore della pelle, se sei bravo, sei te stesso e suoni il blues con rispetto e competenza nulla sarà difficile.

Il blues è una musica immortale, una musica che entra nella nostra anima. Qual è la forza di Fabrizio?
La mia forza sta nell’ascoltare, ascoltare e ascoltare sempre. Io non ascolto solo blues, a volte ascolto musica classica, jazz e altro. Tutto ciò che mi emoziona mi piace. Se poi pensi che dal blues sono nate gran parte delle musiche che amiamo, beh forse quella forza me l’ha data proprio il blues. Perché nonostante sia nata come la musica degli schiavi afroamericani, che hanno cercato in tutti i modi di reprimere, è riuscita a resistere per secoli ed arrivare ai giorni nostri, contaminandosi, rinnovandosi e continuando ad andare avanti. Si evolve ma non si ferma. Un po’ come faccio io.

Nel 2020 esce “For you” un disco diverso, un disco di speranza. La tua battaglia continua, il tuo spirito aiuta tutti a camminare guardando avanti. Trovo che sia un messaggio vero, senza barriere. Sei d’accordo?
For you è un disco “per”. Per te, per noi, per tutti. Perché uniti ce la faremo. L’ho registrato interamente durante il primo lockdown, insieme al produttore Stefano Spina. È stata un po’ una sfida, aiutato anche da Stefano ho voluto ripercorrere sonorità diverse. In una recensione un giornalista americano ha scritto che se Muddy Waters fosse ancora qui con noi, probabilmente il suo blues si sarebbe aggiornato con i tempi attuali, e probabilmente avrebbe intrapreso la mia stessa direzione musicale. Un complimento davvero grande. È un disco di speranza, di amore per gli altri, per la terra, per l’ambiente. Perchè non è mai troppo tardi per prendersi cura di qualcuno o qualcosa. Un disco di coraggio, che porta un messaggio di incoraggiamento. Per chiunque abbia bisogno di sentirsi dire che qualcuno ha fatto qualcosa “per te”. Solo per amore, perché l’amore è la più potente medicina del mondo… Sono molto felice che sia stato apprezzato e che abbia un messaggio vero. Sono d’accordo.
E a proposito di messaggi il 14 maggio uscirà un nuovo disco dal titolo Hope che ho registrato insieme ad un grande pianista e compositore che si chiama Enrico Pesce. Hope, speranza sarà il titolo del mio disco numero 24.
Il disco è una combinazione di blues, jazz e musica classica. Un percorso ancora diverso rispetto a For you, che spero piacerà.
Anche in questo disco ci saranno canzoni scritte da me come in For you. Ho cercato di proseguire il mio impegno civile scrivendo canzoni su quel tema.
Queste le parole della canzone che apre il disco dal titolo Every Life Matters: “So che è difficile ma ti prego, non arrenderti, ce la faremo, io credo ancora nel sogno di Martin Luther King. Ricordati: possono uccidere il sognatore, ma non potranno mai uccidere il suo sogno. Ogni vita è importante. E ogni canzone. Puoi mettere in prigione chi canta una canzone, ma non puoi mettere in prigione una canzone. Perché ogni canzone è importante. Ogni canzone, ogni vita”.
Il disco avrà grandi ospiti e uscirà ancora una volta per l’Appaloosa Records.
Il messaggio di speranza si sente forte e chiaro anche nel brano “Song of hope” posto a chiusura dell’album e scritto con Enrico Pesce: “Quando ti sentirai solo, triste e amareggiato, suonerò questa canzone per te. Quando intorno a te vedi solo oscurità, Posso essere la tua luce, esserti amico e attraversare il buio con te… Sarò al tuo fianco a cantare questa canzone di speranza, per te e per me”.
Una canzone che sembra racchiudere il lungo cammino del percorso fatto nella mia carriera, un percorso fatto (come è nel mio stile) di classici del blues, vecchi spiritual, antiche canzoni e melodie senza tempo.

Da ormai un anno condividiamo la nostra vita con il Covid 19, che sta’ trasformando l’essere umano e soprattutto, ha chiuso le strade dell’Arte. Un tuo pensiero
Diciamo che grazie anche ai miei amici musicisti e ad Angelina, sono sempre stato confortato nei momenti bui. Purtroppo non si può fare nulla, di questo virus si muore quindi di fronte al pericolo è meglio stare molto molto attenti. Noi non abbiamo vissuto le guerre, abbiamo avuto la pandemia. Non so cosa possa essere peggio. L’importante per ora è cercare di restare vivi, sia fisicamente che mentalmente.
Spero che quando ne usciremo l’essere umano capisca di più il senso della felicità, delle piccole cose. Anche solo uscire e poter sorridere ha visto scoperto senza paure di sorta sarebbe già una bella conquista. I luoghi dove si faceva musica sono stati sempre corretti, attenti alle regole e nella scorsa estate un sondaggio ha dichiarato che non ci sono stati contagi per via della musica e dei concerti. Questo dovrebbe far riflettere. Ma qui si pensa solo al cibo, agli aperitivi, alle piste da sci. Di noi musicisti non importa a nessuno a quanto pare. Io mi sono rimboccato le maniche, ho scritto nuove canzoni, ho realizzato un disco. Certo il contatto con il pubblico mi manca da morire. Quando sento i miei amici americani che sono già stati quasi tutti vaccinati, mi rattristo enormemente. Ma qui dobbiamo vivere. Così prendo la mia armonica e mi suono un blues.

Fabrizio non so proprio come ringraziarti per averci concesso il tuo tempo prezioso. Ti ringrazio anche a nome della rivista Sound36 e spero veramente di poterti rincontrare al più presto.
Grazie a te e a tutti quelli come te che mi aiutano a portare avanti il suono di una musica che ha cambiato il mondo cercando di farlo diventare un luogo più bello in cui vivere. In Luogo in cui solidarietà e giustizia siano ancora parole che contano.

About the author

Alessandro Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

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