Interviste

Davide Sammarchi, Intervista

Il mio primo album è stato un percorso molto lungo fatto di grandi ‘discussioni’ interiori per capire quale fosse la mia vera voce

Ciao Davide, è un grande piacere ospitarti sulle pagine di SOund 36. Il 5 Novembre è uscito il tuo album d’esordio “And in silence I found my voice”, un titolo (a dispetto del silenzio!) eloquente, che sembra quasi riassumere un approdo dopo un percorso di ricerca, è così?
Esattamente, è stato un percorso molto lungo fatto di grandi ‘discussioni’ interiori per capire quale fosse la mia vera voce, di ricerca, di sperimentazione per trovare il modo più sincero ed autentico di aprirmi con il mondo. Credo di averlo fatto e sono felice che questo primo capitolo si sia aperto così. Il viaggio comincia adesso.

La tua musica appare adombrata da un velo di malinconia, di nostalgia verso qualcosa di perduto o lontano. Quali sono le sensazioni che vorresti che la tua musica suscitasse nell’ascoltatore?
La scrittura di ogni brano ha coinciso con un determinato periodo della mia vita, accompagnato dalle più disparate emozioni ed esperienze, ma se per me ogni brano ha un significato nei ricordi che porta con sè, vorrei che l’ascoltatore fosse libero nell’associarci ciò che più preferisce, di vagare con la mente, andare lontano. Una composizione ha la sua ‘conclusione’, per me, nel momento in cui raggiunge la sensibilità di chi la ascolta e le viene attribuita un’emozione, qualsiasi essa sia.

Affidarsi solo agli strumenti senza l’uso di parole ha reso più difficile o ti ha lasciato maggior libertà nel “raccontare” storie?
Trovo che le emozioni umane, in alcune loro sfumature, siano veramente complesse da restituire appieno attraverso le parole, allo stesso tempo sedermi al pianoforte e suonare è sempre stato il mio rifugio, il mio sfogo, in qualsiasi stato d’animo mi trovassi. Questo ha reso più semplice e più naturale per me comunicare attraverso questo tipo di musica.

Ci vuoi raccontare come avviene il tuo processo creativo?
Solitamente i periodi in cui sono più ispirato e mi riesce più facile scrivere sono quelli in cui ho maggiori stimoli dall’esterno, che possono derivare da un libro che ho appena letto e che mi ha lasciato un segno, una persona che ho conosciuto, un viaggio che ho fatto. Detto questo, non lascio praticamente mai passare un giorno senza essermi seduto un po’ al pianoforte a lasciare che le dita vaghino sui tasti senza una direzione precisa. Come una continua improvvisazione. Da queste improvvisazioni libere, che registro il più delle volte, nascono molti dei miei pezzi. Altre volte invece mi lascio ispirare da suoni sintetizzati, sperimentando un po’ con l’elettronica capita che un suono mi catturi così tanto da volerci costruire un brano attorno.

La foto con il poster di Kurt Cobain alle spalle non lascia presagire il tuo stile musicale. Quali sono gli artisti che reputi fondamentali per la tua formazione?
Gli artisti più importanti per me e che considero i miei ‘maestri’ sono sicuramente Philip Glass, Ludovico Einaudi, Yann Tiersen, Ryuichi Sakamoto, Ólafur Arnalds e Nils Frahm. Oltre a loro, avere la fortuna di lavorare con l’etichetta di Fabrizio Paterlini, che ho sempre ammirato da ascoltatore, sarà un occasione importantissima per la mia crescita artistica e professionale.

Chi sono i musicisti che hanno collaborato con te per la realizzazione del disco?
Per questo primo disco, ho registrato e suonato tutto da solo. Dal pianoforte ai suoni elettronici che orbitano attorno ad esso. Mi piace molto occuparmi anche della produzione dei brani. È stata una sfida ma mi sono divertito tantissimo. Per quanto riguarda il mix e il master invece mi sono rivolto al Digitube Studio di Carlo Cantini.

Scriveva Edgar Allan Poe: “Viaggiare è come sognare: la differenza è che non tutti, al risveglio, ricordano qualcosa, mentre ognuno conserva calda la memoria delle meta da cui è tornato”: in che modo il viaggio, che sembra essere un elemento molto importante nella tua musica, influenza le tue composizioni?
Conoscere culture diverse, altri modi di fare e vivere la musica, vedere posti nuovi, rimanere affascinato da panorami inaspettati, la ‘rottura’ della routine…per me tutto questo è uno stimolo per la creatività. Scrivere di quei luoghi diventa una necessità, come tenere un diario.

I cinque album fondamentali nella tua formazione.
Philip Glass – Solo Piano (1989)
Ryuichi Sakamoto – 1996 (1996)
Ludovico Einaudi – Una mattina (2004)
Nils Frahm – Felt (2011)
Ólafur Arnalds – Island Songs (2016)

Raccontaci dei tuoi progetti futuri: è previsto un tour?
Assolutamente si, la necessità di raccontare questo disco dal vivo è forte. Restano da capire le modalità, la prossima cosa su cui lavorerò assieme alla mia etichetta, la Memory Recordings. Non vedo l’ora.

Grazie ancora e in bocca al lupo!
Grazie a voi, è stato un piacere! Viva il lupo

About the author

Giovanna Musolino

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