Interviste

Claudio Vignali, Intervista

Claudio benvenuto tra noi. Si scrivono tantissime cose su di te; la prima volta che ti ho sentito ero attratto dal tuo modo “riflessivo” nel suonare il pianoforte. Ti va parlarci delle tue emozioni che si mescolano con il tuo grande talento?
La musica è evasione, conoscenza ed emozione, ma più di tutto credo che essa riveli la vera identità del musicista. Quando suono, cerco di entrare in contatto con la mia vera essenza e trasmetterla al pubblico.
Grazie alla musica è possibile collegarsi profondamente con le proprie emozioni e la propria mente. Quando questo avviene, ci si stacca dal mondo reale e si entrare in un nuovo magico universo, il nostro mondo sinceramente vero.

Come comincia Claudio il suo approccio con la musica e perché il pianoforte.
Ho iniziato a circa otto anni suonando a orecchio e improvvisando sul pianoforte di casa mia. Lo strumento era di mia sorella che prendeva lezioni. Ricordo poi il giorno in cui i miei genitori mi portarono a vedere un saggio di una scuola di pianoforte da quel momento rimasi affascinato e decisi di iniziare a studiare seriamente.
Ho quindi frequentato il Conservatorio e mi sono diplomato in pianoforte classico e jazz. Parallelamente ho sempre praticato il jazz con varie formazioni.

Durante un concerto con Arne Hiorth, un altro “sensibile” della musica internazionale, avevo notato che sembravi quasi assente, vedevo le tue mani sfiorare con grande eleganza i tasti del pianoforte. E il continuare a piegare il corpo, come una lunga scia di un fiume. Quanto è importante per te la musica?
La musica è fondamentale per me, è tutta la mia vita. Mi ha salvato in molti momenti difficili. Ha il potere di trasformare il dolore in bellezza e arte. È inoltre un fortissimo mezzo di espressione e comunicazione. Puoi comunicare con il pubblico mentre suoni e instaurare un forte scambio di energia.

Nel tuo modo di suonare c’è anche tanta sperimentazione o sbaglio?
Nel mio percorso, oltre al jazz che ha avuto sempre il ruolo principale, ho approfondito diversi stili musicali come la musica classica e la musica elettronica. Mi piace molto mescolare questi elementi per creare un mio suono e poter avere un “range” molto ampio di colori.
Devo aggiungere però, che oltre a questa fusione di elementi che mi ha interessato da sempre, amo molto suonare jazz in maniera “classica” e approfondire sempre di più la conoscenza della tradizione. Credo che questo sia la base fondamentale per poi portare avanti un proprio linguaggio musicale.

La tua storia artistica è stata inserita nel libro ‘Buonanotte ai Suonatori’ di Marco Cespugli e nel libro del giornalista Paolo Natalini nella sezione musica e poesia. Sei nato improvvisatore e stimolatore di mille ricerche. Non ti senti un po’ scienziato?
Forse tutti noi musicisti siamo un po’ scienziati, ma non solo. Ognuno di noi ha lo straordinario potere di padroneggiare delle regole “scientifiche” solide come l’armonia e il ritmo, per poi creare qualcosa di umano ed emozionante. La musica è quindi una scienza magica.

Ti è venuto naturale scegliere il jazz?
Come dicevo all’inizio, il mio primo approccio con l’improvvisazione è stato quando iniziai a suonare da solo il piano che avevamo in casa. La scoperta del jazz avvenne quando i miei genitori mi regalarono un CD di Michel Petrucciani. Da lì rimasi colpito e iniziai ad approfondire questo linguaggio che mi affascinava tanto.

Nella tua pur giovane carriera e con alle spalle collaborazioni incredibili, con chi ti sei trovato meglio a suonare e anche dal punto di vista umano?
Ho avuto il piacere di dividere il palco con artisti davvero straordinari tra i quali Arne Hiorth, Rob Mazurek, Joe Locke, Oddrun Eikli, Maren Hiorth, Gunnar Gunnarrson, Lucy Woodward e Tiger Okoshi. Con molti di loro si è creata una bellissima sinergia. Mi piace suonare con artisti con cui si instaura un rapporto musicale e umano di rispetto reciproco; con cui si può creare un vero e proprio gruppo di lavoro e di amicizia.

Ci racconti qualcosa del tuo ultimo lavoro discografico: ‘Rach Mode On’, che hai fatto con Rob Mazurek e Daniele Principato?
L’idea di questo disco nasce dopo anni di ricerca strumentale, studio compositivo ed esperimenti d’interazione tra musica acustica ed elettronica, assieme a Daniele Principato che conosco dal 2012.
Il fulcro del lavoro è l’improvvisazione che non viene relegata solamente agli strumenti “classici”, ma diventa esperienza sonora tra elettronica e strumenti acustici.
Il “real time loop remix” ovvero campionamento in tempo reale, ha un aspetto fondamentale in questo lavoro. Il pianoforte viene, infatti, registrato e remixato estemporaneamente, aggiungendo effetti, cambiando pitch, sovrapponendo loop; tutto questo mentre io suono ed interagisco con l’elettronica che improvvisa a sua volta insieme a me.
Nel disco ci sono sonorità derivanti dal jazz, dalla musica classica (in particolare il preludio in Gm op.23 n.5 di Rachmaninoff e i quartetti d’archi di Faurè) e ovviamente dalla musica elettronica.
È stato pubblicato per l’etichetta “Auand Beats” di Marco Valente ed ha riscosso un ottimo riscontro dalla critica. Le recensioni sono state pubblicate su importanti riviste tra cui “The Wire”, “NY Jazz Trail”, “Jazzit” “Percorsi Musicali” e molti altri.

Preferisci un trio o un quartetto? Cosa cambia suonare da solo il proprio strumento senza il supporto dei colleghi che fanno da punto di riferimento?
Mi piacciono trio e quartetto, come mi piace suonare in piano solo o in situazioni più “particolari” con utilizzo di elettronica. Ogni formazione offre differenti spunti e, cambiare spesso ensemble è utile per continuare costantemente la ricerca musicale e lo studio.
Suonare in piano solo senza accompagnamento, non è una cosa limitante o “difficile”, anzi al contrario offre molte possibilità. Il pianista diventa l’unico protagonista e non deve riferirsi ad altri, si possono quindi maggiormente intraprendere delle strade inaspettate e volare verso mondi musicali lontani.

Carissimo Claudio siamo giunti alla fine della nostra chiacchierata e la domanda d’obbligo è valida anche per te. È un periodo pandemico piuttosto pesante che ci sta mettendo tutti a dura prova; un’artista come te, cosa prova in momenti cosi “diversi dal solito”? Progetti imminenti?
Si, è una situazione difficile che sta mettendo a dura prova tutti.
In questo momento ho cercato di investire il mio tempo lavorando su nuovi progetti e composizioni che vedranno luce nei prossimi mesi. Saranno registrazioni che spaziano dal piano solo, al duo, al quartetto. Pormi degli obiettivi a media e lunga scadenza mi ha sicuramente aiutato a trascorrere questo periodo particolare.

Grazie Claudio della tua disponibilità, ti ringrazio anche a nome della rivista SOund36 per il tuo tempo prezioso regalatoci. Un forte abbraccio e speriamo veramente di vederci quanto prima.
Grazie mille a voi per l’intervista e speriamo di vederci presto al prossimo concerto!

Intervista e foto: Alessandro Corona

About the author

Alessandro Corona

Alessandro Corona nasce a Bassano del Grappa (VI) nel ’57. Dopo aver vissuto in varie zone del Veneto, si trasferisce a Bologna negli anni’70, seguendo tutto il movimento artistico di quel periodo; dai fumetti di A. Pazienza e N. Corona, alla musica rock britannica e americana, a quella elettronica di stampo tedesco, al cinema d’avanguardia tedesco e francese, per approdare poi alla scoperta della fotografia internazionale seguendo corsi di approfondimento e di ricerca.

Scatto per non perdere l’attimo.
Esistono delle cose dentro ognuno di noi, che vanno messe a fuoco.
Esistono cose che ci circondano e che non vanno mai perse, attimi che possono cambiare il nostro futuro; ognuno di noi ha un’anima interiore che ci spinge verso quello che più ci piace o ci interessa.
Io uso la macchina fotografica come un prolungamento del mio braccio, la ritengo un contenitore enorme per catturare tutti quei momenti che mi appartengono.
Passato e futuro si uniscono fondendosi insieme e per caratterizzare l’anima degli scatti creo una “sensazione di fatica” nella ricerca dell’immagine mettendo in condizione l’osservatore, di ragionare e scoprire sé stesso dentro l’immagine.
Trovo interessante scattare senza pensare esattamente a quello che faccio; quando scatto il mio cuore muove un’emozione diversa, sento che la mia mente si unisce con estrema facilità al pulsante di scatto della mia macchina, non esito a cercare quel momento, non tardo un solo secondo per scattare senza riflettere.
Il mio mondo fotografico è principalmente in bianco e nero, il colore non lo vedo quasi più, la trasformazione cromatica è immediata.
Non esito: vedo e scatto!
La riflessione per quello scatto, si trova in mezzo tra il vedere e lo scattare senza esitare sul risultato finale, senza perdere tempo in quel momento.
Diventa immediato per me capire se quello che vedo e che intendo scattare può essere perfetto,
non trovo difficile esprimere quello che voglio, la macchina fotografica sono io.
Ogni scatto, ogni momento, ha qualche cosa di magico, so che posso trasmettere una riflessione quindi scatto senza cercare la perfezione estetica perché nella fotografia la foto perfetta non esiste, esiste solo la propria foto.
Works:
Fotografo e grafico: Mantra Informatico (cover CD), Elicoide (cover LP)
Fotografo ufficiale: Star for one day (Facebook). Artisti Loto (Facebook)
Fotografo ufficiale: Bowie Dreams, Immigrant Songs, Roynoir, Le Sciance, Miss Pineda.
Shooting: Federico Poggipollini, Roynoir, Heide Holton, Chiara Mogavedo, Gianni Venturi, Double Power big band, Progetto ELLE, Star for one day, Calicò Vintage.
Radio: Conduttore su LookUp radio di un contenitore artistico, con la presenza di artisti.
Fotografo ufficiale: John Wesley Hardyn (Bo), Reelin’and Rocking’ (Bo), Fantateatro (Bo), Nero Factory (Bo), Valsamoggia Jazz club (Bazzano), Friday Night blues (Bo), Voice club (Bo), Stones (Vignola), il Torrione (Fe), L’officina del gusto (Bo), Anzola jazz, Castelfranco Emilia blues, Bubano blues, Mercatino verde del mondo (Bo), L’Altro Spazio (Bo), Ramona D’Agui, Teatro del Pratello (Bo), P.I.P.P.U Domenico Lannutti, Insegui L’Arte (Badolato CZ), Artedate (Mi), Paratissima Expo (To), Teatro Nuovo e club Giovane Italia(Pr), Teatro Comunale e Dehon (Bo), Teatro delle Passioni (Mo).

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