Pentiment non è un solo gioco, è un’esperienza da vivere almeno una volta nella vita. Con questo titolo, Obsidian ha dato vita a un piccolo capolavoro, un’opera quasi atipica rispetto ai canoni dell’industria videoludica a cui siamo ormai abituati.
La storia si svolge nell’immaginaria cittadina bavarese di Tassing durante il XVI secolo. Qui vestiamo i panni di Andreas Maler, un artista che lavora come miniaturista nello scriptorium dell’abbazia locale, che rimane coinvolto in una serie di omicidi che sconvolgono la comunità durante i suoi diversi soggiorni nella cittadina. Il gioco, infatti, si sviluppa attraverso diversi archi temporali a distanza di anni l’uno dall’altro: ogni fase, spetterà proprio ad Andrea indagare e raccogliere prove per scovare il colpevole.
In questo contesto, l’unico vero nemico è il tempo. Il giocatore ha a disposizione solo pochi giorni per trarre le proprie conclusione, con giornate scandite rigorosamente dai ritmi dell’epoca: le ore sono regolate dalle ore canoniche (come il Mattutino, il Vespro o la Compieta), tipiche della vita monastica e contadina del XVI secolo. Ogni azione compiuta, che si tratti di seguire una pista o di interrogare un sospetto, consuma una parte preziosa della giornata. Questo sistema ci pone davanti a scelte difficili: decidere a chi dare credito significa, inevitabilmente, dover abbandonare altre strade. È proprio questo elemento che rende speciale Pentimet, il doversi affidare al proprio istinto e accettare dove esso ci conduce. Bisogna però ricordare che, in questo modo, ogni azione scatena una reazione. Gli abitanti di Tassing hanno memoria lunga e le conseguenze di un’indagine si ripercuotono inevitabilmente su quelle successive.
Ma la vera sfida morale risiede in un dettaglio spiazzante: non saprai mai con certezza se la tua accusa sia stata quella corretta. Il gioco non si rivelerà mai la verità assoluta, lasciandoti addosso il peso del dubbio. Hai condannato un colpevole o hai mandato a morte un innocente? È una domanda che ti accompagnerà per tutto il corso della storia e che uscirà prepotentemente dai confini dello schermo. Questo è uno di quei titoli di cui senti il bisogno di parlare con chiunque lo abbia giocato. Confrontandosi con gli amici, ci si rende conto che ognuno ha vissuto una run diversa. C’è che ha trovato prove che tu hai mancato e chi ha accusato persone che tu avevi ritenuto insospettabili. Questo confronto trasforma un’esperienza solitaria in un dibattito vivo, dove la verità non è un dato di fatto, ma una prospettiva personale. A questa profondità narrativa si aggiunge l’elemento di ruolo che caratterizza il titolo: all’inizio del gioco, infatti, è possibile personalizzare il background e il carattere di Andreas. Scegliere i suoi studi passati o i suoi viaggi permette di sbloccare interazioni e opzioni di dialogo uniche, stratificando ulteriormente il gameplay. Quello che ne deriva è il tuo Andreas e, di conseguenza, la tua storia. Si ritorna sempre allo stesso punto. Ogni giocatore vivrà un’esperienza diversa da raccontare, rendendo Pentiment molto più che un semplice gioco, ma una piccola, preziosa perla.
Anche per il comparto artistico il discorso non cambia, un’opera con una direzione artistica di questo livello è qualcosa di mai visto prima. Tutto ciò che vediamo a schermo è rappresentato come se fosse una miniatura in movimento. Non si tratta di una semplice scelta estetica, ma di un immersione totale. Dai caratteri tipografici che cambiano a seconda del ceto sociale di chi parla, fino alle illustrazioni che richiamano i codici miniati e le xilografie dell’epoca. Ogni inquadratura sembra uscita direttamente da un manoscritto del XVI secolo, trasformando il monitor in una pergamena che prende vita sotto i nostri occhi.
In definitiva, Pentiment è uno di quei giochi che difficilmente si dimenticano anche a distanza di anni, Andreas rimane un pezzo di te. Non accade necessariamente perché ti immedesimi in lui come personaggio, ma perché tu sei lui. Il gioco fa crollare ogni barriera, ti fa sentire tutto sulla tua pelle e ti fa pesare ogni singola scelta come se avessi vissuto davvero in quell’epoca. Quando arrivi alla fine, ti rendi conto che quella che hai appena vissuto non era solo la storia di Andreas Maler, ma la tua.

