C’è un momento, durante “Cattedrale”, in cui il Largo Venue smette di essere un club romano e diventa qualcosa di diverso: una stanza emotiva condivisa, sospesa tra Berlino e Torino, tra synth freddi e parole che cercano ancora un posto nel mondo. È lì che Francamente mostra davvero la natura del suo progetto: non semplicemente cantautorato elettronico, ma un modo di stare sul palco che trasforma la vulnerabilità in linguaggio collettivo.
Il 20 maggio la tappa romana del Bitte Leben Summer Tour 2026 è stata una dichiarazione d’intenti più che un semplice concerto. Dopo il passaggio veloce al Concerto del Primo Maggio e l’uscita dell’album d’esordio Bitte Leben, Francamente arriva nella Capitale con una band affiatata e una visione già sorprendentemente definita: un equilibrio raro tra scrittura intimista, pulsione dance e tensione filosofica.
Ad aprire la serata ci hanno pensato prima Alessandra Nazzaro e poi Daria Huber, due set essenziali ma efficaci, capaci di preparare il terreno emotivo senza rubare spazio alla protagonista della serata. Una scelta coerente con l’identità del tour: creare una comunità sonora prima ancora che uno show. L’introduzione strumentale (“Intro”) funziona come un lento ingresso in apnea. Poi arrivano “Sirene sulla Luna” e “Nuda di Bossa”, e il concerto prende immediatamente una direzione precisa: niente nostalgia indie, niente estetica da cameretta, ma un pop alternativo che guarda tanto alla cold wave quanto alla scuola cantautorale italiana più irrequieta. Le linee sintetiche si muovono sotto la voce di Francamente senza mai sovrastarla, mentre la band costruisce un suono compatto, dinamico, quasi cinematografico.
“Telephone Tango” è uno dei primi veri scarti della serata: ironica, nervosa, ballabile, sembra nata per essere cantata in un club alle due di notte. Ma è con “La Casa dei Miei Nonni” che il live cambia temperatura. Il Largo si zittisce, Francamente rallenta il respiro della scaletta e lascia che il peso delle immagini faccia il resto. Non c’è retorica, non c’è enfasi costruita: solo una scrittura che riesce a essere politica senza slogan e personale senza diventare diaristica.
La parte centrale del concerto è la più forte. “Cattedrale”, “Se Potessi” e “Non Mi Importa Più” mostrano la maturità di una performer che sa gestire tensione e rilascio con lucidità quasi chirurgica. Le influenze — da Battiato alla new wave europea — restano percepibili, ma mai ingombranti. Francamente non cita: assorbe, rielabora, restituisce. E soprattutto riesce in qualcosa che molti artisti della nuova scena alternativa italiana inseguono senza raggiungerlo davvero: avere un’identità sonora riconoscibile già al primo album.
Nel finale, “Paracadute”, “Zagara” e “Bussola” trasformano il club in una pista emotiva collettiva. C’è chi balla, chi canta, chi resta immobile a guardare il palco. È probabilmente questo il punto più interessante del live di Francamente: la capacità di far convivere movimento e introspezione senza che una dimensione annulli l’altra. “Fucina” e “5 di Mattina” chiudono il set principale con un’intensità crescente, prima dell’“Outro” che richiama l’inizio e restituisce al concerto una forma circolare, quasi narrativa. Un dettaglio non casuale per un’artista che sembra pensare i live come architetture emotive più che come successioni di brani. La sensazione, uscendo dal Largo Venue, è quella di aver assistito a qualcosa che sta ancora diventando. Non un progetto già compiuto, ma uno di quelli che potrebbero esplodere davvero da un momento all’altro. Perché Francamente oggi possiede già ciò che spesso manca a molti nomi emergenti: visione, linguaggio e presenza scenica. Il resto — probabilmente — arriverà molto presto.
Opening act Alessandra Nazzaro e Daria Huber
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