Studiosa poliedrica, nonché donna versatile e ambiziosa, Alessia Pizzi, classe 1988, è stata per me una di quelle conoscenze casuali che disvelano prospettive umane e accademiche di assoluta novità: a pochi giorni dalla ricorrenza del 25 novembre, la breve ma densa intervista che ho avuto il piacere di farle nelle scorse settimane suona inevitabilmente – ed è bene che sia così! – come un invito e un monito all’ascolto e alla riscoperta di quelle voci poetiche femminili che, a partire dal caso emblematico delle poetesse greche Erinna, Anite e Nosside, ovvero dall’antichità a oggi, una letteratura e una cultura assai più intrinsecamente patriarcali di quanto non sembri hanno spesso ridotto a un colpevole silenzio….
Vieni a me anche ora, e scioglimi dalle dolorose
angosce, e quante cose che per me si realizzino
l’animo desidera, realizzale, e tu stessa
sii alleata.
(SAFFO, Inno ad Afrodite)
Alessia, presentati a chi tra le nostre lettrici e i nostri lettori non ti conoscesse ancora…
Ciao a tutti e a tutte! Sono Alessia Pizzi, giornalista, scrittrice e consulente di digital marketing. Visto che faccio tante cose che sembrano diverse tra loro mi piace usare l’espressione “tra internet e cultura” per definire sommariamente ciò che faccio.
Come nasce il tuo progetto “Poetesse Donne”?
Sono laureata in lettere classiche con una specializzazione sulle poetesse dell’antichità greca: questi studi mi hanno portato a fare divulgazione dopo la laurea, fino alla pubblicazione di un libro, “Qualcuno si ricorderà di noi”, dove Google risveglia le mie tre poetesse (Erinna, Anite e Nosside) con l’aiuto della madre letteraria Saffo. Dopo il libro mi sono detta che era giunto il momento di diffondere le poetesse tramite Internet, specialmente quelle assenti dai libri di scuola: così è nato poetessedonne.it, il sito dove effettuo il censimento delle poetesse di ieri e di oggi.
Tu sei anche una filologa, dunque una studiosa del testo letterario in senso lato: quanto della tua formazione pregressa ha influito nella genesi e nella realizzazione di questa tua idea?
Moltissimo. Studiare a Oxford queste poetesse (avevo vinto una borsa di studio col progetto di laurea) mi ha dato la possibilità di scoprire un mondo che una decina di anni fa in Italia non aveva molta bibliografia. Quel periodo all’estero ha cambiato tanto la mia percezione, visto che nel Regno Unito proliferano i Gender e gli Women’s Studies. Non sempre le loro teorie sono valide – filologicamente parlando – ma almeno danno una luce alle voci dimenticate dalla storia.
Quali sono, a parer tuo le Autrici più trascurate o meno comprese dalla tradizionale critica accademica?
Sicuramente le tre che cito sono un esempio, per quanto riguarda l’età ellenistica. Ci sono stati studiosi, in primis Camillo Neri, che ad esempio si sono occupati di Erinna. E proprio di recente sentivo il professor Ugo Pontiggia che ha curato una nuova traduzione di Anite. Ma queste poetesse fanno fatica ad uscire dall’accademia. Prova a chiedere in giro nomi di poetesse: fino a qualche anno fa la risposta era sempre “Alda Merini, Saffo, Emily Dickinson”. Ora qualcosa sta cambiando, sicuramente in Italia vedo (finalmente) molta attenzione per Patrizia Cavalli e Antonia Pozzi.
A quale tra le Autrici che hai approfondito ti riconosci più visceralmente legata? Perché?
Patrizia Cavalli e Antonia Pozzi per me sono due poetesse geniali, ma devo ammettere che nei miei studi ne sono emerse tantissime degne di nota. La mia poetessa del cuore resta Saffo, però: colei che in un mondo di valori maschili ha proclamato che la cosa più bella è quella che si ama.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
Di recente ho pubblicato, grazie alla splendida poetessa Eliza Macadan, una versione italiano/rumeno delle mie “Poesie sul tavolo”, quindi a dicembre sarò a Bucarest per la fiera del libro Gaudeamus. Sto cercando un editore per la seconda edizione del corto Qualcuno si ricorderà di noi e un editore per le mie nuove poesie: nei prossimi mesi mi vedo attiva su questi due punti.
In ultimo, una domanda aperta: che cosa significava e che cosa significa, nelle sue molteplici implicazioni, l’atto della scrittura per una donna?
La scrittura è libertà. Ricordiamo le parole di Virginia Woolf nel saggio Una stanza tutta per sé: l’importanza di avere questo spazio per la nostra voce non è atto dovuto per chi come noi è stato “silenziato” per secoli. Cerco di ricordarmi sempre che poter dire la propria è un diritto conquistato a cui dobbiamo dare peso e valore anche oggi: almeno noi donne occidentali abbiamo questo privilegio, ci sono donne nel mondo odierno che ancora non ce l’hanno.


