Riportare alla ribalta gli anni 80? Missione compiuta. Ci hanno pensato gli Starbenders, da Atlanta, con The Beast Goes On, il loro quarto album in studio. E’ facile farci coinvolgere dal ritornello dell’oscura titletrack, che un po’ ricorda le sonorità degli ultimissimi Creeper. Ma è uno specchietto per le allodole: quel tipo di sensazioni non si avranno più.
E’ tutto votato e pensato per i nostalgici degli eighties, come confermato dal glam rock stile Motley Crue della successiva “Nothing Ever Changes”. Addirittura in “Chantilly Boy” ci pare di sentire una Cindy Lauper in versione gotica. Un trait d’union che prosegue silente fino alla sensuale “Forever Mine”, un brano synth pop degno dei migliori Soft Cell.
Un ennesimo cambio di registro lo otteniamo con “Hello Goddbye”, una ballad che proietta Kimi Shelter e soci nel nuovo millennio, avvicinandoli alla darkwave di band contemporanee come i The Birthday Massacre e i Night Club.
Dalla musica odierna facciamo un balzo all’indietro, fino agli albori del 1980, perché diciamolo chiaramente senza giri di parole: “Tokyo” sfiora senza troppi complimenti il plagio con la famosissima “A Forest” dei The Cure. E sfido chiunque a dire il contrario.
Il sound degli Starbenders è piuttosto derivativo, a volte convince poco, ma comunque diverte e ci fa tornare ragazzini in un battito di ciglia.
La seconda parte del disco risulta più farraginosa e vive di piccoli momenti di grazia (“Summon My Heart”) che non reggono da soli il peso degli stereotipi del genere (“Saturday” e la conclusiva “June”).
The Beast Goes On è un lavoro che farà brillare gli occhi a un’intera generazione, ma che probabilmente lascerà tiepidi chi non ha vissuto quell’epoca d’oro.
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