La musica possiede la miracolosa facoltà di azzerare le distanze geografiche quando interpreti di altissimo profilo rimaneggiano le tradizioni altrui con autentico rispetto. Lo ha dimostrato inequivocabilmente la serata del 30 ottobre, incastonata nella XXIII edizione del Festival d’Autunno — kermesse artistica guidata con dedizione da Antonietta Santacroce — che nell’avvolgente atmosfera del teatro “Mario Foglietti” di Catanzaro ha donato al pubblico un’interessante prospettiva geo-artistica attorno a cui ragionare, grazie al carisma di un maestro del jazz come Gonzalo Rubalcaba.
Prima di esplorare questo intimo connubio sonoro tra il Golfo di Napoli e Cuba, giova richiamare una connessione storica che unisce la melodia partenopea ai ritmi d’oltremare: l’inconfondibile cadenza dell’habanera.
Un dialogo sotterraneo ben visibile nella genesi di “O sole mio”: composta nel 1898 da Eduardo Di Capua, la celebre partitura nacque utilizzando proprio quel tempo in 2/4 tipico dell’habanera cubana, anticipando di un secolo le future contaminazioni della world music e del jazz. Uno slancio idealmente similare anima “Gonzalo Plays Pino”, disco edito dall’etichetta Itinera (prodotto in cooperazione con TCSette), insignito di una prestigiosa nomination ai Latin Grammy Awards nella sezione “Best Latin Jazz Album“, il cui nucleo si è poi fatto concerto.
Il ritorno del talento cubano nel capoluogo calabrese non rappresenta un caso fortuito: già protagonista del Festival d’Autunno nel 2023 — in quell’occasione affiancato dall’eccelso sassofonista francese Pierrick Pédron al Chiostro dell’Osservanza — Gonzalo Rubalcaba era rimasto folgorato dalla suggestione dei luoghi e dalla calorosa accoglienza locale, eleggendo la Regione a culla ideale per far risuonare un lavoro collettivo come quello dedicato a Pino Daniele. Persuaso di appartenere a un tutto armonico e corale, Rubalcaba non ha mai cercato la centralità scenica. La sua entrata è stata misurata, priva di trionfalismi e per l’intera durata dello show ha custodito con coerenza una posizione defilata, laterale nella geometria del palco. Tale scelta non testimonia soltanto la straordinaria umiltà di un grande interprete delle note, ma rivela la sua intima percezione: egli non si poneva come il motore solitario dell’idea portata in scena, bensì come uno dei tasselli indispensabili che la rendono possibile. Un’attitudine che si è riflessa anche nel momento in cui la direttrice artistica Antonietta Santacroce lo ha omaggiato con il Cavatore d’Argento, l’opera realizzata dal maestro orafo Michele Affidato che simboleggia la laboriosità dei catanzaresi e la capacità di trarre dalla roccia la linfa vitale, trasformando la fatica in bellezza. La stessa magia si compie in occasioni di indubbio spessore, in cui l’artigianalità dei musicisti genera un’esperienza profondamente catartica per lo spettatore, tale da condensare “Musica, visioni e meraviglia” in linea con il tema annuale del Festival.
In questo percorso condiviso, il maestro ha voluto fortemente essere accompagnato da un ensemble d’eccellenza, senza cui non avrebbe potuto finalizzare l’intento. Sono stati i singoli membri a infondere nell’opera quel guizzo partenopeo imprescindibile capace di dialogare con il jazz internazionale. D’altronde, ha rammentato il virtuoso, Pino Daniele amava definirsi innanzitutto un bluesman, sebbene nel corso della sua frizzante carriera il repertorio si sia arricchito di innumerevoli e feconde influenze; partendo da tale presupposto, la scaletta ha privilegiato l’architettura melodica e la centralità degli echi sonori — affidati al sax tenore di Daniele Sepe, al contrabbasso di Aldo Vigorito, alla batteria di Claudio Romano, alle percussioni di Giovanni Imparato e alla chitarra di Giovanni Francesca, con GonzaloRubalcaba ad accarezzare il piano e le tastiere— senza tuttavia rinunciare alla voce di Maria Pia De Vito.
Se la cifra teatrale di quest’ultima ha evocato i fasti della scuola classica napoletana, in taluni frangenti il cantato così enfatico pareva quasi sfumare l’intensità del flusso armonico sembrando a tratti quasi smorzare l’incantesimo ipnotico tessuto dal pianoforte e dagli altri strumenti.
Durante la performance dal vivo si percepiva una magnetica tensione: nei passaggi più concitati i musici parevano dialogare mediante sguardi complici e botta e risposta fulminei, mentre in altri momenti ciascuno appariva immerso in una bolla di totale raccoglimento, volto ad amplificare il lirismo dell’esecuzione. È proprio nel bilanciamento tra coralità e intimità che la rilettura di Gonzalo Rubalcaba, si confronta direttamente con l’essenza dei componimenti originari.
Partendo da Cumbà (incluso in Schizzechea with love, 1988), nato in origine come inno contro ogni totalitarismo e capace di fondere dialetto napoletano, castigliano e inglese, la versione strumentale sceglie di epurare il testo pur custodendone l’intrinseca carica propulsiva, illuminando un sentiero ribelle che unisce il Mediterraneo a L’Avana. Un percorso analogo connota Sicily (da Che Dio ti benedica, 1993), traccia dal respiro transnazionale concepita nel 1978 quale vivace samba dal pianista Chick Corea, rimando alle proprie origini isolane e riconvertita da Pino Daniele in una ballata sognante: qui la chiave cubana ne preserva la struttura armonica traducendola in un crescendo che evoca la necessità di rigenerazione di terre vicine e lontane. Il legame con gli Stati Uniti e la celebre presa di distanza dal mito d’oltremare affiorano in Tutta n’ata storia (da Bella ‘mbriana, 1982). Durante un live al Festival del Varadero di Cuba nel 1984, Pino Daniele affermò: “Non voglio andare in America, voglio costruire la mia America nel posto in cui sono nato”pur riconoscendo quanto gli Usa lo avessero plasmato artisticamente. L’introspezione e la fragilità esistenziale emergono con vigore anche vocale in Gesù Gesù (da Schizzechea with love, 1988), specchio della memoria e del distacco dall’infanzia (“come si cambia, è vero, e poi non te ne accorgi più”), nonché in Pace e serenità (da Che Dio ti benedica, 1993), supplica spoglia, tesa alla ricerca di quiete e mitezza affettiva (“io non ho chiesto mai niente\solo pace e serenità”). La frenesia metropolitana torna a ruggire solo in musica con Toledo (da Bella ‘mbriana, 1982), fotografia strumentale di una delle arterie cittadine più brulicanti di Napoli che fonde la fusion nordamericana con inflessioni calde, riproposta con la medesima tensione stilistica della formazione originaria.
L’itinerario lambisce poi i grandi manifesti dell’anima locale quali Napule è (da Terra mia, 1977), istantanea di una metropoli divisa tra splendore e contraddizioni: qui la melodia immortale si intreccia alle cadenze afro-cubane, tramutando il lamento in un coro universale di ribellione. Un’eco affine attraversa Chi tene ‘o mare (da Pino Daniele, 1979), pezzo intriso di malinconia che ritrae individui sospesi su confini marittimi, dove le onde del golfo dialogano con le correnti caraibiche. La riflessione sociale prosegue con Lazzari felici (da Musicante, 1984), tributo alla dignità degli ultimi, le cui sonorità rielaborate uniscono il battito meridionale a un respiro cosmopolita di libertà. La sequenza si chiude con Quando (da Sotto ‘o sole, 1991), struggente ballata legata all’immaginario cinematografico di Massimo Troisi e incentrata sul tormento dell’assenza, trasfigurata attraverso ricami armonici capaci di saldare il patema individuale in un abbraccio globale sottolineato dalla voce di Maria Pia De Vito.Di fronte a guerra, povertà e oppressione, quello di amare e cantare è un esercizio attivo di pacifica disobbedienza. Il bacio disperato di Bésame Mucho e la fiera malinconia del Sud cantata da Pino Daniele condividono la stessa urgenza di rivalsa: un legame inscindibile reso plastico dalla toccante chiosa al pianoforte del maestro Gonzalo Rubalcaba.
Mentre l’essenza visiva e biografica di Pino Daniele si muove nelle sale cinematografiche, Gonzalo Rubalcaba “gioca” a mostrare quanta universalità concettuale e sonora contenga ancora la sua musica. La traccia che uno spettacolo di questa caratura imprime in terra calabra riveste una valenza simbolica di non poco conto. Una Regione in cui vibra perennemente la ricerca di riscatto fa da cassa di risonanza naturale ad un fermento temporale denso di piazze che tornano a popolarsi di cittadini in lotta per i diritti e la giustizia sociale. Il respiro caraibico, partenopeo e meridionale della resistenza non è mai stato così straordinariamente attuale e ci rammenta tramite l’incidenza delicata dell’arte che la dignità umana travalica ogni confine e che la cultura si conferma quale baluardo estremo contro le iniquità del mondo.
Si ringraziano: L’ufficio stampa del Festival d’ Autunno: Giuseppe Panella e Gaetano Giaimo. La Social Media Manager: Anna Trapasso. Studio Fotografico Monteverde per le immagini.
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