Nel silenzio denso che annuncia un viaggio, la musica lascia il suo segno e sul palcoscenico dell’Anfiteatro Villa Pertini di Borgia (CZ) appare lei. Marilyn Monroe ma soprattutto una donna davanti a uno specchio illuminato, in un camerino che sembra sospeso fuori dal tempo mentre sfoglia un diario. È così che si è aperto Marilyn, il mito compie 100 anni, uno scrigno di note e parole schiuso l’undici settembre in prima esecuzione assoluta come nuovo capitolo dell’anteprima del Festival d’Autunno di Catanzaro — la ventitreesima edizione, quest’anno dedicata al tema “Musica, Visioni e Meraviglia”, ideata e diretta da Antonietta Santacroce, che ha voluto fortemente questa produzione affidandone la partitura all’Orchestra La Corelli, sotto la bacchetta di Jacopo Rivani e i testi alla penna di Silvia Rossetti.
Un contenitore intrattenitivo attorno al quale in più appuntamenti si è snodata sempre a Borgia una retrospettiva cinematografica curata dal critico GianLorenzo Franzì che ha riproposto tre sfumature diverse della diva. La cifra ironica e sexy di Quando la moglie è in vacanza, il piglio irriverente di A qualcuno piace caldo e quell’aura più vulnerabile che si intravede ne Gli spostati.
Il centenario della nascita di Marilyn Monroe, nella sua resa recitata e musicale, poteva facilmente trasformarsi in un esercizio di nostalgia patinata, in un catalogo di pose e citazioni da cartolina. Non è successo. Fin dalle prime battute è stata intuibile la direzione: il tentativo di raccontare non l’icona levigata dai rotocalchi ma la donna che vi si nascondeva dietro (forse anche a questo si deve l’assenza dell’iconico abito di Quando la moglie è in vacanza, che pure si è avvertita, sostituito da tenute più casual) — e di farlo senza cadere nel didascalico, senza spiegare troppo, lasciando che l’emozione arrivasse per accumulo. Lo spettacolo, pur parlando di Marilyn, del suo rapporto con il corpo, della versione di sé data in pasto ai giornalisti, del desiderio di interpretare ruoli lontani dall’immagine hollywoodiana nella quale era ormai incastrata, sembrava rivolgersi a ogni donna che abbia mai dovuto misurarsi con lo scarto tra l’immagine che il Pianeta ha di lei e ciò che sente davvero di essere. Il prezzo da pagare per la troppa sensibilità pare dirci Norma (divenuta la Monroe) è quello di annegare il cuore in litri di cherry, sembrare scheletri e teste vuote tinte di un biondo troppo leggero per evocare la profondità dei sentimenti.
A restituire questa frattura è stata Mariska Bordoni, attrice e cantante di indubbio talento, che ha indossato i panni della diva con un’intensità avulsa dalla scorciatoia dell’imitazione: quando il mantra da lei annotato sul diario (dedicatele da Lee Strasberg, suo mentore nella recitazione — «Non essere ansiosa , vai benissimo e sei bellissima» — risuonava nell’arena come un ricordo privato che si fa carezza universale, si è capito che l’artista ha deciso di rincorrere la visceralità del personaggio più che la sua superficie. È una scelta che lascia intravedere una mimica ancora in fase di affinamento — aspetto comprensibile e persino apprezzabile in una prima assoluta — e che con ogni probabilità si farà più precisa, replica dopo replica, senza però perdere quello slancio istintivo chiaramente percepibile e che è, in fondo, la qualità più difficile da costruire a tavolino.
Il flusso narrativo non conosce interruzioni: ogni passaggio si innesta nel successivo, trascinando il pubblico dentro la vita di Marilyn. In questo ingranaggio la messa in scena mostra il suo pregio più evidente — la continuità emotiva — ma anche il suo limite: la struttura drammaturgica a tratti debole ( interessante sarebbe stato contestualizzare meglio il suo ricovero in una struttura psichiatrica, attraversare “il ciclone” Kennedy, accennare ad una complessa figura materna da cui tanto tormento Norma ereditò). Per quanto ben intenzionato nel suo rifiuto della retorica, il racconto avrebbe meritato una scrittura più robusta, capace di scavare con maggiore profondità nei nodi psicologici del personaggio invece di affidarsi quasi esclusivamente alla suggestione musicale e visiva.
Le parole più intime di Marilyn — «Fin da quando ero bambina il mio primo desiderio è stato fare l’attrice» o quell’ammissione spiazzante « Avevo paura di sbagliare» — hanno aperto squarci preziosi sulla sua fragilità restando però isolati frammenti che avrebbero potuto diventare l’ossatura di un intreccio più stratificato.
È nei brani che Mariska Bordoni ha svelato l’altra faccia del suo talento, quella vocale. Con Diamonds Are a Girl’s Best Friend, celebre numero tratto da Gli uomini preferiscono le bionde, restituisce tutta la leggerezza scintillante (sottolineata dall’indimenticato abito rosa dell’originale) senza scadere nella caricatura, gioca con il personaggio evanescente che il pubblico vuole idolatrare.
L’atmosfera cambia con I’m Through with Love, canzone di A qualcuno piace caldo: a questo brano l’attrice affida tutto il suo afflato verace, non prova a catturare la scena, lascia che sia la voce a condurla sui sentieri più reconditi dell’animo femmineo mentre figure maschili quali James Dougherty (sposato a soli 16 anni) e Arthur Miller aleggiano, imprimendo cicatrici indelebili.
Ancora dallo stesso film con I Wanna Be Loved by You, il timbro si fa ammiccante per poi offrire un ponte scenico alla chimera che ipnotizza e alla bambina sempre pronta a nascondersi.
Dalla colonna sonora di Gli uomini preferiscono le bionde proviene anche Bye Bye Baby, un saluto conscio e malinconico a ciò che il tempo porta con sé, lasciando andare la parrucca e ogni sovrastruttura in un epilogo che fa eco all’inizio, suggellando un percorso accidentato e per questo autentico a cui Mariska Bordoni dona candore.
Se il testo ha presentato notevoli margini di crescita, il contrappunto musicale firmato da Damiano Drei ed eseguito dall’Orchestra La Corelli si è rivelato invece perfettamente consono all’intero impianto dello spettacolo: mai invadente, sempre capace di sostenere senza sovrastare, ha accompagnato ogni sfumatura interiore della protagonista come una trama invisibile (maneggiata con garbo da Jacopo Rivani) che ha tenuto insieme l’intera opera.
Marilyn, il mito compie 100 anni può dirsi uno spettacolo dal cuore sincero il cui merito risiede nell’aver intrapreso la strada meno comoda — quella della verità intima anziché dell’omaggio celebrativo — e che porta con sé, insieme ai margini di crescita drammaturgica ancora da colmare, la promessa di un affinamento naturale nelle prossime repliche. In attesa che la ventitreesima edizione del Festival d’Autunno di Catanzaro entri nel vivo del suo tema — musica, visioni e meraviglia — questo secondo appuntamento firmato da Antonietta Santacroce lascia intuire quanto lo stupore se genuino, valga più della perfezione.
Si ringraziano: L’ufficio stampa del Festival d’ Autunno: Giuseppe Panella e Gaetano Giaimo. La Social Media Manager: Anna Trapasso. Studio Fotografico Monteverde per le immagini.
Tutte le informazioni circa la rassegna sono disponibili sul sito e sui canali social dedicati
https://www.festivaldautunno.com/ https://www.facebook.com/festivalautunno/?locale=it_IT
https://www.instagram.com/festivaldautunno_official/






