11.09.2026
La Valpantena è un anfiteatro naturale, dove il suono trova spazio per espandersi e il vino racconta la terra. Ed è qui, tra le colline della “Valle degli Dèi”, che Not(t)e in Valpantena porta la musica dal vivo a dialogare con il paesaggio, trasformando una sera fresca di fine estate in un rito collettivo di ascolto e presenza.
L’evento musicale della serata è anticipato da un interessante “talk”, una chiacchierata con Eugenio Finardi che spazia attraverso aneddoti della sua lunga carriera, pensieri in libertà e momenti dedicati al suo ultimo disco, TUTTO, uscito nel 2025, scritto e prodotto con Giuvazza , che è anch’egli presente in sala.
È quindi Virginia Sutera a inaugurare la serata sul palco ospitato all’interno dell’azienda agricola Costa Arénte.
La talentuosa musicista milanese propone Extempora – violino solo, un flusso sonoro che non si ripete mai, un arco che sembra solcare l’aria mentre rincorre le note che disegnano una strada da inventare. La sua musica non descrive: accade. E il pubblico, silenzioso, la segue nel territorio fragile dell’improvvisazione dove ogni gesto è un rischio ma anche una rivelazione.
Di seguito Glomarì, cantautrice e artista “interdisciplinare”, presenta Strumenti dell’indugio, un set originale che scava nelle pause, nei respiri, nei vocalizzi, nelle parole distorte o sussurrate che restano sospese. La sua presenza scenica curiosa, con tutto il suo armamentario di copricapi animali e accessori vari, sembra rallentare il tempo, lo dilata, lo rende abitabile. Le colline attorno, silenziose e immobili, stanno ad ascoltare con la stessa attenzione del pubblico.
Ed ecco che finalmente, quando la luce si è fatta più morbida, la temperatura s’è abbassata e il cielo va verso un blu profondo, Eugenio Finardi sale sul palco accompagnato da Giovanni ‘Giuvazza’ Maggiore alla chitarra.
Non ci sono scenografie, le luci sono soffuse e ridotte al minimo (non proprio adatte ai fotografi, ahinoi), l’ambientazione è scarna, ma l’artista non cerca effetti: porta tutto sé stesso, e tanto basta. La sua voce, duttile e sempre più raffinata, capace di sprofondare in toni bassissimi per poi volare sulle note alte sfiorandole con leggerezza e grande maestria, arriva come una carezza che conosce la strada.
La chitarra di Giuvazza è una compagna fidata, che vibra in piena sintonia accanto a Finardi da più o meno 15 anni.
Il cantautore propone i suoi brani con la calma di chi non deve dimostrare nulla, ma sa che può ancora spostare l’aria con un accordo, un sorriso, una frase che sembra detta solo per chi è lì.
Il pubblico gli si stringe attorno come a un caro amico tornato per raccontare ciò che conta davvero. E lui lo fa: parla, canta, confida, sorride un po’ sornione carezzandosi la barba. E ascolta. TUTTO non è solo un concerto, soprattutto nella versione unplugged di questa sera. È un dialogo, un viaggio acustico che attraversa oltre cinquant’anni di musica e di vita, un percorso che riprende i brani più significativi del suo repertorio e li riconsegna al presente con una sincerità disarmante, come l’artista fa da sempre.
Il concerto si apre con Voglio, uno dei brani più emblematici della prima fase creativa di Eugenio Finardi, contenuto in Sugo, album del 1976. In poche strofe mette a fuoco la sua idea di autenticità: un desiderio limpido, quasi infantile, di libertà, conoscenza e vita vissuta senza maschere. Seguono altri due brani che hanno segnato la sua carriera, Cuba e Diesel che mostrano due facce complementari del Finardi degli anni ’70: la tensione politica e sociale da un lato, e la celebrazione della forza quotidiana dall’altro. Ad addolcire la scaletta arriva un pezzo decisamente più delicato, Mio cucciolo d’uomo, scritto per la nascita del figlio Emanuele che oggi è appunto un uomo.
Il lungo tour TUTTO, partito lo scorso anno e organizzato da IMARTS – International Music And Arts prende appunto il nome dall’ultimo sorprendente lavoro discografico di Finardi, in cui il cantautore, con la complicità dell’estro poliedrico di Giovanni Maggiore, sperimenta sonorità nuove senza perdere la sua cifra poetica.
Da questo disco che guarda al futuro con lucidità, in questa serata Finardi presenta forse il brano più intenso, La battaglia, sull’arte di essere genitori.
Non mancano poi in scaletta altri pezzi del passato, come Scuola e i più noti La radio e Musica ribelle, cantati anche dal pubblico come in una specie di rito liberatorio nel ricordo di quegli anni lì e di quel desiderio appunto di ribellione condiviso dalla maggior parte dei presenti.
Il lato più dolce del cantautore milanese riaffiora senza dubbio in due brani di struggente bellezza come Le ragazze di Osaka e Patrizia, nei quali la voce di Finardi scivola, si contorce agilmente ed evapora nel finale. La scelta acustica valorizza la scrittura, la voce e la capacità comunicativa del cantautore, restituendo al pubblico un’esperienza autentica, quasi confidenziale. In un panorama musicale spesso dominato dalla ricerca del volume e della spettacolarità, Finardi in questa serata ci dimostra che l’essenziale può ancora emozionare.
Con il passare degli anni, la sua voce è diventata uno strumento ancora più preciso e prezioso: capace di vibrare sulle emozioni, di attraversare temi universali senza retorica. Dolce Italia è un brano che, proprio attraverso l’uso sapiente della voce come veicolo emozionale, mescola nostalgia, critica sociale e sottile ironia, mostrando un’Italia amata ma anche osservata con lucidità: bella, sì, ma non immune alle contraddizioni della modernità.
Chiudono il live l’immancabile Extraterrestre con i suoi famosi saliscendi vocali e, come bis, Estrellita, brano blues di grande intensità tratto dal progetto Anima blues del 2005.
Ciò che distingue l’artista Finardi, ieri come oggi, è la spontaneità, la capacità di instaurare un dialogo autentico e rendere ogni concerto un’esperienza irripetibile, un incontro che non si replica mai allo stesso modo.
A Costa Arènte, questa verità è stata evidente: Eugenio Finardi è un musicista che non rincorre il tempo, ma lo attraversa sempre in sintonia con il suo pubblico, che non cerca l’effetto ma il senso.
Quella di Grezzana, a nord di Verona, è stata una notte limpida e stellata che ha ricordato a tutti perché Eugenio Finardi è, ancora, un artista più che mai necessario.
Si ringrazia per la cortese disponibilità Costa Arènte e l’organizzazione dell’evento.
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