Se è vero che l’amore muove ogni cosa e tutto gli obbedisce, anche i luoghi della storia possono tornare a respirare. È accaduto il 5 settembre quando il Museo e Parco Archeologico di Scolacium, a Borgia, (CZ) ha accolto la prima assoluta di “Nacque al mondo un sole – XI Canto”.
La ventiseiesima edizione di Armonie d’Arte Festival mossa dalle sue “Nuove Rotte Mediterranee” declinate in APPRODI— ha cucito una di quelle alchimie che restano addosso. Un’intuizione affilata della direttrice artistica Chiara Giordano, nata per riaccendere, a ottocento anni dalla morte, la carne viva di Francesco d’Assisi.
Motore dello spettacolo il testo che forse più di ogni altro ha reso eterna la figura del Poverello: l’XI Canto del Paradiso della Divina Commedia, nel quale Dante, attraverso le parole di san Tommaso d’Aquino, racconta la vita e la vocazione di Francesco. È lo stesso Tommaso — dottore domenicano — a farsi voce del cantore assisiate, in un gesto che Dante sceglie non a caso: sarà poi un francescano, nel canto successivo, a tessere l’elogio di Domenico, in un abbraccio ideale tra i due ordini che il Poeta volle suggellare nella sua opera. Da questo intreccio nascono i passaggi più intensi della serata: il racconto della nascita di Francesco ad Assisi, la giovinezza, la scelta radicale della povertà — quella “donna” a cui il Santo si unisce come a una sposa — e il cammino che lo condurrà, tra stenti e luce, fino al sigillo delle stimmate. Si innalza poi il Cantico delle Creature, il “dolce sentire” con cui Francesco stesso proclama la sua fraternità con il sole, la luna, l’acqua, il fuoco, la terra: l’intenzione autentica del Santo che risponde, quasi in eco, all’espressione colta e sapiente di Dante. A trasformare in fiato queste suggestioni è stato l’attore Sergio Assisi, chiamato a un’interpretazione intensa e partecipata eppure capace di tenere insieme la solennità del verso dantesco e la semplicità disarmante della lingua francescana.
Dentro questo percorso, la voce di Sergio Assisi ha accolto anche le parole di un altro cercatore dell’assoluto: Franco Battiato. In una lettura, scintilla della declamazione, sono state riproposte, in forma sintetica, alcune sue riflessioni sulla condizione umana: l’idea di un uomo schiacciato tra le proprie pulsioni oscure e le forze del male che lo sovrastano, ma sostenuto dalla convinzione che, alla fine, sarà il bene ad avere la meglio, a patto di allenare la capacità di cogliere l’assoluto oltre le contingenze. Battiato, ricordava, non si illudeva di una risposta facile: viviamo — diceva — in un tempo poco incline alla spiritualità, eppure la sua esperienza di musicista gli aveva insegnato a non disperare, perché in ogni pubblico, anche nel più distratto, si nasconde un bisogno di trascendenza che semplicemente aspetta di venire alla luce. Da questo pensiero prende forma il passaggio più delicato del sentiero: prima letto con calore dall’attore, poi restituito al canto.
“L’oceano di silenzio” e “Torneremo ancora” hanno segnato il momento di transito tra parola e musica, come se il testo dovesse prima essere pensato e poi, finalmente, cantato, in un’attesa quasi religiosa, la promessa di un ritorno insieme fisico e spirituale. Su quella stessa linea di sguardo si è mossa “L’ombra della luce”, forse il più esplicitamente mistico tra i brani di Battiato, dove il tema della ricerca dell’assoluto, del vuoto da colmare oltre le apparenze del mondo, ha trovato naturale continuità con i versi danteschi appena ascoltati, come se lo stesso anelito attraversasse i secoli senza perdere forza. Ad arricchire questo respiro spirituale sono arrivati anche “Segnali di vita”, con una tensione tra il quotidiano e il desiderio di un senso più alto, e “L’animale”, che nella sua vena più introspettiva ha restituito l’immagine di un uomo diviso tra istinto e coscienza, quasi un contrappunto al racconto della conversione di Francesco. Immancabile“La Cura”, proposta anch’essa prima nella lettura e poi nel canto, a suggellare — con le parole più celebri che Battiato abbia dedicato alla cura dell’altro e del sé — il legame profondo tra la spiritualità dantesca e francescana e quella, più intima e contemporanea, del cantautore siciliano: un inno alla dedizione totale che dialoga, senza forzature, con l’ideale francescano della carità piena.
Con trasporto e rigore, a dirigere, l’Ensemble e Coro Lirico Siciliano, è stato il Maestro Francesco Costa, artefice della cucitura musicale dell’intero spettacolo, la cui propensione ad annullare le distanze con l’uditorio ha cesellato una “corrispondenza di amorosi sensi”, che come lo stesso ha auspicato dimostra quanto la Calabria possa farsi viatico di bellezza, di scambio emozionale ed emblema di rivoluzione nella cultura e nell’amore.
La partitura ha intrecciato composizioni originali — firmate da Vincenzo Palermo e Francesco Perri, scritte appositamente per l’occasione, al repertorio di Riz Ortolani e di altri autori classici, oltre naturalmente al flusso introspettivo di Battiato. Le voci soliste di Alberto Maria Antonio Munafò, Emanuele Collufio e Pietro Di Paola hanno dato forma e colore a questo viaggio, capace di mettere in connessione epoche lontane e sensibilità diverse.
In un crescendo orchestrale che ha restituito tutta la teatralità della musica di Franco Battiato, sono risuonate tre delle sue composizioni più iconiche e travolgenti, quasi un unico arco emotivo in tre tempi: prima “L’era del cinghiale bianco”, con la sua carica ritmica quasi tribale, a rompere la contemplazione raccolta dei brani precedenti e a segnare il primo scarto verso l’energia pura; poi “Voglio vederti danzare”, tra suggestioni orientali e slancio fisico, a portare in scena l’idea di una spiritualità che si fa anche gioia e corpo; e infine “Centro di gravità permanente”, vero manifesto della ricerca interiore di Battiato, a chiudere la serata restituendo, in chiave definitiva, il filo conduttore dell’intero spettacolo: la ricerca di un punto fermo, di un assoluto a cui ancorarsi, al di là del tempo.
«”Nacque al mondo un sole” sgorga — ha spiegato Chiara Giordano— dal desiderio di offrire uno stimolo culturale che, dopo aver affrontato a lungo, nelle altre sezioni del festival, tanti scenari di guerra attraverso il mito e la tragedia greca, portasse infine un messaggio di luce e di pace. Si è ragionato su come omaggiare la figura di San Francesco d’Assisi, senza per questo costruirvi attorno un’esegesi delle Scritture, né improntare il tutto su una spiritualità rigidamente cattolica. Quello immaginato è un filo rosso che, tanto per Francesco quanto per Dante, respirasse attraverso una spiritualità laica più larga (Battiato docet) capace di abbracciare esperienze differenti, e che in questo senso fosse parte di quella liturgia a cui una rassegna culturale di questo valore può appellarsi: volta, cioè, a rendere luoghi storicamente significativi cornice di un’espressione artistica di spessore, che con essi dialoghi anche sul piano temporale e dei contenuti — la basilica normanna di Scolacium, coeva al tempo di Dante e di Francesco, ha reso tutto ancora più suggestivo. Non c’è dunque, ha voluto precisare la direttrice artistica, alcuna pretesa di natura filologica dietro questo progetto, bensì il tentativo di rendere accessibile un pensiero letterario, musicale e di ricerca interiore a un pubblico ampio, cavalcando luci ed ombre dell’oggi».
Le letture affidate a Sergio Assisi sono entrate così, quasi in punta di piedi nell’universo di tre visionari, che (ciascuno dalla propria prospettiva e con il linguaggio più consono) hanno aperto un sentiero sull’indagine dell’oltre facendone melodia ineguagliabile. Eludendo sia la polvere dell’accademia che la gabbia della sacrestia, Armonie d’Arte Festival (destinato a cambiar pelle nel prossimo futuro, muovendosi sempre nel solco di una sinergia tra le arti dal potere salvifico) ha regalato con l’impronta di un mosaico (solo in apparenza poco coesa nell’inquadramento dei brani scelti tra note e parole ma in verità estremamente coerente e attuale) una visione atta a custodire il seme della riflessione nel guscio dell’intrattenimento.
Si ringrazia per Armonie d’Arte Festival l’ufficio stampa: Anna Trapasso Galleria Fotografica: Massimiliano Natale









