Il tuo nome nasce da una canzone dei Beatles: Julia. Ti senti ancora, in qualche modo, figlia di quella melodia?
Assolutamente sì, io sono cresciuta con la musica dei Beatles e il fatto di aver avuto questo nome, meraviglioso, è un onore per me e, contemporaneamente un dono. Un onore, perché la canzone è un capolavoro e non tutti i musicisti possono dire di aver avuto, sin dal nome, un legame così forte con la musica (nomen omen, no?); un dono, perché è uno dei ricordi che mi legherà per sempre a mio padre che – dopo aver scelto, insieme a mia madre, di chiamarmi “Giulia” – ha deciso di variarlo in “Julia” in virtù del suo profondo amore verso i Beatles.
La musica era già nella tua storia familiare, con tuo padre. C’è un filo invisibile che senti di aver raccolto da lui?
Senza dubbio è così. Anche papà era un musicista ed è stato protagonista di una parentesi cantautoriale – suo malgrado mai decollata – nella gloriosa RCA. Anche se, purtroppo, se n’è andato prima di potermi sentire e vedere suonare nei palchi, mio padre è presente con me in
ogni aspetto della mia vita musicale. In ogni concerto, in ogni nota porto il suo ricordo: ogni volta che riesco ad aggiungere un tassello alla mia carriera musicale, sento anche di riuscire a continuare quello che lui non ha potuto raggiungere e spero che gli arrivi, ovunque sia, tutto
l’amore che ci metto. La musica è quella “corrispondenza d’amorosi sensi” che mi unisce indissolubilmente a papà, per sempre.
Hai scoperto di essere nello spettro autistico da adulta. Come ha trasformato questa consapevolezza il tuo modo di fare musica e di stare sul palco?
Sì, le diagnosi ufficiali sono arrivate solo in età adulta, anche se sin da bambina si erano già palesate le mie peculiarità: purtroppo la malattia di mio padre, arrivata quando io avevo appena 9 anni, fagocitò completamente le attenzioni e le energie familiari.
Non direi che le diagnosi abbiano inciso molto sulla mia musica o sul mio modo di stare sul palco: più che altro, mi hanno aiutato a capire perché la musica è sempre stata la mia forma di comunicazione e perché ho avuto, sin da piccola, il bisogno di esprimere la mia emotività in
modo così forte. Bisogno che, appunto, negli anni è culminato attraverso la ricerca di palchi e contesti in cui portare la mia storia e la mia musica.
Cosa cerchi di raccontare, oggi, con la tua musica? È più un atto di resistenza, di cura o di verità?
Che bellissima domanda, grazie! Sicuramente attraverso la musica racconto, in primis, me stessa – proprio per il bisogno di espressione emotiva che dicevamo prima – ma, al tempo stesso, fare musica come la faccio io diventa anche un atto di resistenza, di cura e di verità.
Resistenza, verso un mondo – sociale prima ancora che musicale – che spinge all’aridità umana; di cura, perché rappresenta la mia personale catarsi al dolore e alla sofferenza e vorrei che potesse essere una terapia emotiva anche per l’ascoltatore; di verità, perché scrivo la
musica che rappresenta me stessa, senza preoccuparmi della logica di tendenza, senza cercare l’appeal per andare virale o avere “successo”. Suono semplicemente la musica di cui io, in prima persona, ho bisogno per raccontare la mia verità in modo autentico.
Nei tuoi testi si percepisce una tensione costante tra fragilità e forza. Ti riconosci in questa dualità?
Assolutamente sì, è proprio il binomio che più mi rappresenta. Non solo come persona autistica e disabile, ma proprio come essere umano: ho fatto della mia fragilità, delle mie debolezze, il mio più grande punto di forza. Non a caso, ho intitolato il mio primo album Δεινός (Deinòs), avente la duplice accezione di mirabile/terribile: il dualismo tra la magnificenza della forza – del sapersi rialzare dalle macerie – e la spaventosità della fragilità della mia storia – che tocca note molto buie e delicate nella mia musica, come ad esempio nella canzone “When Is My Time” – fanno entrambe parte di me: sono l’una, contemporaneamente, presupposto e conseguenza dell’altra.
Porti avanti temi di inclusione e umanità. Credi che oggi la scena musicale italiana stia imparando ad accogliere la diversità, o resta ancora un ambiente chiuso e normativo?
Un po’ entrambe le cose. Sicuramente le tematiche di inclusione e di umanità – anche per gli accadimenti sociali dei nostri tempi – sono temi che, fortunatamente, hanno iniziato a ritagliarsi uno spazio nel dibattito sociale e musicale. Quello che, secondo me, ad oggi ancora
manca, è ampliare la platea dei portavoce su questi temi, in modo da renderla veramente inclusiva. Sarebbe bello che artisti personalmente coinvolti su questi temi avessero spazio per portare luce in merito. Diversamene, la potenza del messaggio si perde e si corre il rischio di
sortire un effetto contrario e ridicolo: come se un tavolo di soli uomini parlasse di aborto…
Se tuo padre potesse ascoltarti oggi, quale canzone gli dedicheresti?
Accidenti, è tosta questa: devo per forza sceglierne due.
Una mia, Goodbye: la canzone che ho scritto per lui, il saluto che non sono riuscita a dargli come volevo, nel quale ho provato a racchiudere tutto l’amore verso il mio papà.
L’altra, per forza un pezzo dei Beatles, Dear Prudence: una canzone che mio padre amava tanto, che gli ho sentito suonare infinite volte quando ero piccola e non sapevo ancora l’importanza che questa canzone, e la musica, avrebbero assunto per me. E magari gli chiederei pure se gli piace come suono l’arpeggio in drop D…

