Interviste

Jesse The Faccio, Intervista

Giovanni Panebianco

“Quello che ho imparato sicuramente è la professionalità e l’umiltà su come affrontare tutto. Deve essere così sempre ad ogni livello, davanti a 10 persone o a 10 milioni, sopra e sotto il palco”

Torna Jesse The Faccio con il suo nuovissimo disco “Verde”, un mix inimitabile di lo-fi e cantautorato italiano. Una musica fresca, attuale e originale. Abbiamo intervistato l’artista padovano per scoprire tutto quello c’è dietro il suo brillante progetto.

Da poco è uscito il tuo nuovo album. Come mai hai deciso di intitolarlo “Verde”?
L’ho deciso quando mi sono accorto che era un disco pieno di speranza. E comunque volevo un titolo semplice e diretto. Così “Verde”.

Nelle due parti diametralmente opposte della titletrack affronti quindi il tema della speranza in modi diversi?
Nella title track, e in quasi tutta la prima metà del disco, in verità, la speranza viene trattata principalmente verso la negazione di essa, di quanto sia inutile sperare.

Hai un modo di comporre molto interessante fondendo cantautorato e sonorità lo-fi. Quali artisti ti hanno influenzato sin dai tuoi esordi e come nasce una tua canzone?
Sicuramente tutto un filone di artisti che vengono da oltre oceano come Alex G, Mac DeMarco, Parquet Courts e moltissimi altri. Ascolto comunque sempre tantissima musica. Non ho un metodo preciso per scrivere: può venire spontaneo prendere la chitarra e in mezz’ora ho un pezzo pronto, oppure scrivo testi “a caso” e poi quando ho delle melodie vado a recuperarli, aggiungo parole e pian piano modello la canzone.

Un altro colore che troviamo nel disco è il giallo di “Dita Gialle”. Quindi, se il verde rappresenta la speranza, il giallo delle dita cosa rappresenta?
Le troppe sigarette e la noia dell’incontro che “descrivo” nel testo.

In mezzo a tutti questi colori c’è anche “2011”. E’ stato un anno particolare per te?
Non che me lo ricordi particolarmente bene, però mentre stavo sistemando le idee per il disco, mi è capitato in mano questo testo del 2011, che aveva già una sua forma canzone, ma un po’ diversa. Mi è sembrato incredibilmente aderente con il tema/periodo/mio stato d’animo/il modo in cui è scritto al presente, anche se invece ha 9 anni. Quindi ho deciso di metterlo nel disco.

Hai aperto ad artisti importanti italiani e internazionali, come ad esempio Bloc Party e Tre Allegri Ragazzi Morti. Hai qualche aneddoto curioso da raccontarci? Cosa ti è rimasto impresso di queste esperienze?
Gli aneddoti mi sa che sono un po’ offuscati (ride, ndr). Quello che ho imparato sicuramente è la professionalità e l’umiltà su come affrontare tutto. Deve essere così sempre ad ogni livello, davanti a 10 persone o a 10 milioni, sopra e sotto il palco.

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